ROBERT McCAMMON.
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TENEBRE.
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Titolo originale: Swan Song. 1987.
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Parte 2.
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Versione digitale curata da: Amedeo Marchini.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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TRE: spegnere le luci.
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Giro giro tondo / Non ancora tre / Pagamento in natura / L'ascia sacra / Il campione mondiale di vomito / Che capitombolo / Il primo passo.
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12.
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Sono all'inferno, pens Sister Creep, isterica. Sono morta, sono all'inferno, a bruciare con i peccatori!
Fu travolta da un'altra ondata di dolore acutissimo. Aiutami, Ges!
cerc di gridare, ma riusc solo a emettere un gemito rauco, animalesco.
Singhiozz, serr i denti, finch il dolore non cal di nuovo. Giaceva nel
buio assoluto, credeva di udire le urla dei peccatori che bruciavano nelle
lontane fosse dell'inferno... deboli e orribili lamenti, strilli che l'aria portava fino a lei come la puzza di zolfo, di vapore e di carne bruciata, che l'aveva fatta rinvenire.
Buon Ges, salvami dall'inferno, supplic. Non lasciarmi bruciare per l'eternit!
Il dolore atroce torn a tormentarla. Si rannicchi nella posizione fetale;
l'acqua le lamb il viso e le entr nelle narici. Lei grid e sputacchi, aspir
una boccata d'aria umida e acre. Acqua, pens. Acqua. Sono distesa nell'acqua. E nella sua mente febbricitante i ricordi iniziarono a brillare come
carboni ardenti sotto la griglia.
S alz a sedere, il corpo pesante e gonfio; quando si port la mano al vi-
so, le vesciche sulle guance e sulla fronte si ruppero e la inondarono di sie-
ro. Non sono all'inferno gracchi. Non sono morta... ancora. Adesso
ricordava dov'era, ma non capiva che cos'era successo, n da dove il fuoco
fosse venuto. Non sono morta ripet a voce pi alta. Ud l'eco nel tunnel
e grid ancora: Non sono morta!, con labbra screpolate e piene di vesciche.
Eppure sentiva atroci dolori in tutto il corpo. Un istante bruciava l'attimo
dopo gelava; era stanca, stanchissima, voleva distendersi di nuovo nell'ac-
qua e dormire, ma aveva paura di non svegliarsi pi. Allung la mano nel
buio in cerca della borsa, prov un attimo di panico quando non riusc a
trovarla. Poi con le dita tocc la tela bruciacchiata, zuppa d'acqua; tir a s
la sacca e la tenne stretta come un figlio.
Prov ad alzarsi. Le gambe le cedettero quasi subito. Allora rest seduta
nell'acqua e sopport il dolore, cercando di recuperare le forze. Sul viso le
vesciche s'incresparono di nuovo, le tiravano la pelle come una maschera.
Lei si pass la mano sulla fronte, nei capelli; non aveva pi il berretto, i
capelli sembravano al tatto le stoppie di un prato che non avesse avuto una
goccia di pioggia per tutta una torrida estate. Sono calva per le bruciature,
pens Sister Creep, con un lamento che era una via di mezzo fra una risati-
na sciocca e un singhiozzo. Sulla pelle del cranio sent scoppiare altre ve-
sciche; si affrett a togliere la mano, non voleva sapere altro. Prov di
nuovo a reggersi in piedi e questa volta ci riusc.
Tocc il bordo del pavimento del tunnel, proprio a livello dello stomaco.
Avrebbe dovuto tirarsi su con la sola forza delle braccia. Aveva ancora
male alle spalle per lo sforzo di strappare la grata, ma quel dolore era nien-
te, in confronto alle ustioni. Gett nel tunnel la borsa di tela: prima o poi
avrebbe trovato la forza di arrampicarsi a riprenderla. Pos sul cemento le
mani aperte e si tese per darsi la spinta, ma sent evaporare la forza di vo-
lont; rimase l a pensare che qualcuno della manutenzione sarebbe sceso
laggi fra un paio d'anni e avrebbe trovato uno scheletro dove un tempo
c'era una donna viva.
Si diede la spinta. Sotto la tensione, i muscoli delle spalle urlarono di
dolore, un gomito minacci di cedere. Ma mentre stava per cadere all'in-
dietro nel buco, riusc a sollevare un ginocchio e a posarlo sul bordo, fa-
cendolo seguire subito dopo dall'altro. Sulle braccia e sulle gambe le ve-
sciche scoppiarono con piccoli schiocchi umidi. Sister Creep si arrampic
come un granchio e giacque bocconi sul pavimento del tunnel, intontita,
con il fiatone, ma stringendo di nuovo la borsa.
In piedi, si disse. Muoviti, sacco di sporcizia, altrimenti morirai qua sot-
to.
Si alz, tenne la borsa davanti a s come uno scudo, avanz barcollando
nelle tenebre. Aveva le gambe rigide come pezzi di legno; varie volte cad-
de sopra macerie o cavi rotti. Ma si fermava solo il tempo indispensabile a
riprendere fiato e a respingere il dolore; poi si rialzava e proseguiva.
Urt contro una scala a pioli e vi si arrampic; ma il pozzo era bloccato
da cavi, pezzi di cemento e di tubazioni. Ritorn nel tunnel e continu a
cercare la via per uscirne. In alcuni punti l'aria era calda e rarefatta; respir
ad ansiti brevi, per non perdere i sensi. Prosegu a tentoni nel tunnel, si tro-
v in vicoli ciechi ostruiti da mucchi di macerie, fu costretta a tornare sui
suoi passi, trov altre scalette che portavano a pozzi bloccati o terminava-
no in tombini che non riusciva a sollevare. I suoi pensieri andavano su e
gi come animali in gabbia. Un passo alla volta, si disse. Un passo alla
volta, e il passo seguente ti porta dove volevi andare.
Vesciche si gonfiavano e scoppiavano sul viso, sulle braccia, sulle gam-
be. Sister Creep si ferm, si sedette un poco a riposare, con i polmoni che
sibilavano nell'aria densa. Non c'erano rumori di treni sotterranei, n di au-
to, n di peccatori che bruciavano. Lass  accaduta una cosa tremenda,
pens. Non l'Assunzione in cielo, non il Secondo avvento... una cosa tre-
menda.
Sister Creep si costrinse a continuare. Un passo alla volta. Un passo, poi
l'altro.
Trov un'altra scaletta. A circa mezzo metro, in cima al pozzo, c'era una
mezzaluna di luce livida. S'arrampic fin quasi a sfiorare il tombino: la
stessa onda d'urto che aveva fatto vibrare il tunnel l'aveva strappato di cin-
que centimetri dall'alveolo. Infil le dita fra il ferro e il cemento e spinse
via il tombino.
La luce aveva il colore del sangue rappreso, era confusa come se fil-
trasse attraverso strati di garza fitta. Eppure Sister Creep fu costretta a soc-
chiudere gli occhi, finch non si abituarono di nuovo alla luce.
Guard il cielo, ma un cielo come non ne aveva mai visti: nubi marrone
sporco turbinavano sopra Manhattan, mandavano lampi bluastri e rumoro-
si. Un vento aspro e ardente la colp in faccia, con tanta forza da sbatterla
quasi gi dalla scaletta. In lontananza c'era il rombo del tuono, ma un tuo-
no diverso da quelli normali, simile a un maglio contro il ferro. Il vento u-
lulava infilandosi nel tombino, la spingeva indietro; ma Sister Creep tra-
scin se stessa e la borsa su per gli ultimi due pioli e strisci di nuovo nel
mondo esterno.
Il vento le soffi in viso una tempesta di sabbia che per qualche secondo
la rese cieca. Quando la vista le si schiar, Sister Creep vide che dal tunnel
era sbucata in quello che sembrava un deposito di robivecchi.
Tutt'intorno c'erano carcasse schiacciate di automobili, di taxi, di ca-
mion, alcune fuse insieme a formare bizzarre sculture metalliche. Gli
pneumatici di alcuni veicoli fumavano ancora, mentre altri si erano li-
quefatti in pozze nere. Nell'asfalto si spalancavano fenditure, ampie anche
un paio di metri; da alcune di esse sgorgavano getti di vapore o d'acqua,
simili a geyser. Intontita, Sister Creep guard da tutte le parti, senza capire,
con gli occhi socchiusi per difenderli dal vento sabbioso. In alcuni punti la
terra era sprofondata, in altri s'ergevano montagne di macerie, piccoli Eve-
rest di metallo, di pietra, di vetro. Fra di esse il vento ululava, vorticava,
sbatacchiava pezzi d'edifici, molti dei quali erano ridotti al solo scheletro
di ferro, contorto e piegato come bastoncini di liquirizia. Cortine di fumo
denso, proveniente da edifici e cumuli di macerie in fiamme, ondeggiava-
no al vento furioso; fulmini scaturivano dal cuore nero di nubi immense e
torbide e s'avventavano sulla terra. Il sole non si vedeva, era impossibile
perfino stabilire se ci fosse, nel cielo turbolento. Sister Creep cerc con gli
occhi l'Empire State Building, ma non c'erano pi grattacieli; tutti gli edi-
fici visibili erano distrutti, ma lei non poteva stabilire se l'Empire State
fosse ancora in piedi, a causa della polvere e del fumo. Quella non era pi
Manhattan, ma un deposito di robivecchi, una devastazione di montagne di
macerie e di burroni pieni di fumo.
Il giudizio universale, pens. Dio aveva raso al suolo una citt malefica,
aveva sbattuto i peccatori a bruciare per l'eternit nell'inferno! Dentro di lei
risuon una risata folle; e mentre sollevava il viso verso le nubi polverose,
il siero delle vesciche scoppiate le col lungo le guance.
Un fulmine colp l'ossatura d'un vicino edificio; le scintille danzarono
selvaggiamente nell'aria. Al di l di una montagna di macerie si scorgeva
in lontananza l'imbuto di una tromba d'aria; un'altra turbinava pi a destra.
Fra le nubi, oggetti infuocati venivano sbatacchiati come palle rosse fra le
mani di un giocoliere. Tutto sparito, distrutto, pens Sister Creep. La fine
del mondo. Lode a Dio! Lode a Ges benedetto! La fine del mondo e tutti i
peccatori nelle fiamme dell'...
Si tapp le orecchie e url. Qualcosa, nel suo cervello, s'incrin come
uno specchio da luna park che rifletta solo un mondo distorto; e mentre
cadevano, i frammenti di quello specchio lasciavano posto ad altre imma-
gini: una Sister Creep pi giovane, pi bella, che spingeva il passeggino
nella via fiancheggiata di negozi; una casa di periferia, di mattoni, con il
piccolo giardino e la station wagon nel viale d'accesso; una cittadina con il
corso e con la statua nella piazza centrale; facce, alcune scure e indistinte,
altre proprio ai margini della memoria; e poi la luce blu intermittente e la
pioggia e il demone in impermeabile giallo, che allungava la mano e dice-
va: "La dia a me, signora. Va tutto bene, adesso la dia a me..."
Tutto svanito, distrutto.
"Adesso la dia a me..."
No, pens. No!
Tutto svanito, distrutto! I peccatori fra le fiamme dell'inferno!
No! No! No!
E allora spalanc la bocca e url, perch ogni cosa era svanita, distrutta
nel fuoco e nella rovina; in quell'istante cap che nessun Dio creatore a-
vrebbe distrutto il suo capolavoro in un solo scoppio di fiamma, come un
bambino irascibile. Quello non era il Giorno del giudizio, n l'Assunzione,
n il Secondo avvento: non aveva niente a che fare con Dio; era una di-
struzione completa, malvagia, priva di senso, di scopo, di spiegazione lo-
gica.
Per la prima volta, da quando era strisciata fuori dal tombino, Sister Cre-
ep si guard le mani e le braccia coperte di vesciche, i vestiti a brandelli.
La pelle era punteggiata di crudeli macchie rosse, le vesciche erano gonfie
di siero giallastro. La sacca era tenuta insieme a malapena da stracci di te-
la, le sue cose cadevano dagli squarci delle bruciature. E poi, intorno a s,
nel turbine di polvere e di fumo, vide altre cose che la mente non le aveva
permesso di vedere: cose appiattite e carbonizzate, remotamente riconosci-
bili come resti umani. Una pila di quelle cose giaceva quasi ai suoi piedi,
come ammucchiata da qualcuno che avesse ramazzato in un angolo il con-
tenuto del secchio per il carbone. Quelle cose ingombravano la via, mezzo
dentro mezzo fuori delle macchine schiacciate e dei taxi; qui ce n'era una,
ancora avvolta a resti di bicicletta; l un'altra, con denti d'un bianco abba-
gliante nel viso raggrinzito e informe. Centinaia di quelle cose giacevano
intorno a lei, con le ossa saldate in figure d'orrore surrealistico.
Il fulmine lampeggi, il vento ulul con la voce spettrale dei morti.
Sister Creep corse via.
Il vento la colp in viso, l'accec con il fumo, la polvere, le ceneri. Lei
chin la testa, barcoll su per una montagnola di macerie, si accorse d'ave-
re abbandonato la borsa, ma non trov il coraggio di tornare in quella valle
di morti. Inciamp nelle macerie, provoc una valanga di robaccia che le
scivol intorn alle caviglie... televisori fracassati e impianti stereo, masse
fuse di computer da casa, mangianastri, radio, stracci bruciati di completi
da uomo in seta e di abiti da donna d'alta moda, frammenti di porcellane,
libri carbonizzati, argenteria antica ridotta a grumi di metallo. E dappertut-
to c'erano veicoli schiacciati, cadaveri sepolti fra i rottami... centinaia di
corpi e di parti di corpo, braccia e gambe che sporgevano dalle macerie
con la rigidit di manichini. Sister Creep arriv in cima alla montagnola,
dove il vento caldo soffiava con tanta forza da costringerla a mettersi in
ginocchio per non farsi portare via. Guardando in tutte le direzioni vide la
portata del disastro. A nord, i pochi alberi rimasti in Central Park brucia-
vano e il fuoco si estendeva in quella che era stata l'Ottava Avenue, che
splendeva come rubino rosso sangue dietro la cortina di fumo. A est, non
c'era segno del Rockefeller Center n della Grand Central Station: resti di
edifici schiantati sporgevano come denti guasti da gengive malate. A sud,
anche l'Empire State sembrava svanito e l'imbuto di una tromba d'aria dan-
zava dalle parti di Wall Street. A ovest, creste di macerie s'allungavano fi-
no all'Hudson. Lo scenario di distruzione port al culmine l'orrore e nello
stesso tempo lo smuss: la mente di Sister Creep raggiunse il limite della
capacit d'accettare ed elaborare lo choc; cominci a generare rapide im-
magini di fumetti e di spettacoli visti da bambina: i Jetsons, Huckleberry
Hound, Mighty Mouse e i Three Stooges. S'acquatt in cima alla monta-
gnola, nella stretta del vento furioso, a fissare ammutolita le rovine, mentre
un orribile sorriso le torceva le labbra e un solo pensiero razionale le attra-
versava la mente: Oh, Ges mio, cos' accaduto al negozio magico?
E la risposta era: Tutto svanito, distrutto.
In piedi disse a se stessa, anche se il vento port via le parole. In
piedi. Vorresti restare qui? Non puoi stare qui! Alzati, fai un passo alla
volta. Un passo, e quello seguente ti porta dove volevi andare.
Ma impieg un bel po' di tempo, prima di riuscire a muoversi di nuovo.
Come una vecchia, scese incespicando e borbottando l'altro lato della mon-
tagnola.
Non sapeva dove andava, n ci teneva particolarmente a saperlo. L'in-
tensit dei fulmini aument, il tuono scosse il terreno; prese a cadere una
pioggerella nera e maligna, gocce pungenti come aghi sotto la spinta del
vento. Sister Creep barcoll da una montagnola di macerie all'altra. In lon-
tananza credette di udire il grido di una donna; url un richiamo che rimase
senza risposta. La pioggia cadde con forza maggiore, il vento le schiaffeg-
gi il viso.
E poi - non sapeva quanto tempo dopo - scese una cresta di macerie e
si ferm di colpo accanto ai resti accartocciati di un taxi giallo. L vicino,
un cartello stradale piegato fin quasi a formare un nodo, indicava la Qua-
rantaduesima. Di tutti gli edifici della strada, solo uno era ancora in piedi.
L'insegna luminosa sul cinema Empire State faceva ancora pubblicit a
La faccia della morte, parte IV e Mondo bizzarro. Ai lati del cinema, gli
edifici erano ridotti a gusci bruciati, ma la sala cinematografica non era
nemmeno bruciacchiata. Un velo di fumo si frappose fra lei e il cinema;
forse, l'istante dopo, l'edificio sarebbe scomparso come un miraggio; ma
quando il fumo vol via, il cinema era sempre l e l'insegna lampeggiava
ancora allegramente.
Vattene via, si disse Sister Creep. Scappa di corsa! Ma avanz di un pas-
so; e poi il passo seguente la port dove voleva andare. Ferma davanti alla
porta del cinema, sent provenire dall'interno il profumo di popcorn imbur-
rato. No, pens, non  possibile!
Ma non era nemmeno possibile che nel giro di qualche ora la citt di
New York si fosse ridotta a un deserto spazzato da trombe d'aria. Nel fissa-
re la porta del cinema, Sister Creep cap che le regole di questo mondo e-
rano state repentinamente e drasticamente cambiate da una forza che lei
non poteva nemmeno immaginare. Sono impazzita disse. Ma il cinema
era reale, ed era reale il profumo di popcorn imburrato. Scrut dentro il
botteghino dei biglietti: vuoto. Allora raccolse le forze, tocc il crocifisso
che portava al collo e varc la porta.
Non c'era nessuno, dietro il banco delle bibite; ma la proiezione era in
corso, dietro la scolorita tenda rossa; ci fu lo schianto di uno scontro d'au-
tomobili, la voce fuori campo declam: "E qui, davanti ai vostri occhi, ec-
co i risultati di un urto frontale a novanta chilometri all'ora". Sister Creep
allung la mano sopra il bancone, arraff due tavolette di Hershey e stava
per mangiarne una, quando ud un ringhio d'animale.
Il ringhio aument di volume, raggiunse il registro di una risata umana.
Ma in esso Sister Creep ud il gemito di pneumatici sull'asfalto bagnato,
l'urlo acutissimo e straziante di una bambina: "Mamma!"
Si tapp le orecchie finch il grido non svan; rimase a tremare finch
non si affievol pure il ricordo. Anche la risata era svanita; ma chi l'aveva
emessa, chiunque fosse, era ancora seduto l dentro, a guardare un film nel
bel mezzo d'una citt distrutta.
Sister Creep s'infil in bocca mezza tavoletta di Hershey, mastic e in-
ghiott. Dietro la tenda rossa, la voce fuori campo parlava di stupri e di o-
micidi, con freddo, clinico distacco. La tenda la chiamava. Sister Creep
mangi il resto della tavoletta, si lecc le dita. Se quella terrificante risata
si fosse ripetuta, pens, sarebbe impazzita; ma doveva vedere chi rideva in
quel modo. Si accost alla tenda e lentamente, lentamente, la scost.
Sullo schermo c'era il viso illividito di una giovane donna senza vita; ma
un simile spettacolo non aveva pi il potere di sconvolgere Sister Creep.
Distinse il contorno di una testa: qualcuno era seduto in prima fila, il viso
alzato verso lo schermo. Tutti gli altri posti erano vuoti. Sister Creep fiss
quella testa: non vedeva la faccia, e non voleva vederla, perch a chiunque
- a qualsiasi cosa - appartenesse, non poteva essere umana.
All'improvviso la testa si gir verso di lei.
Sister Creep si ritrasse. Le gambe volevano darsi alla fuga, ma lei non lo
permise. La figura in prima fila si limit a fissarla, mentre il film conti-
nuava a mostrare primi piani di persone sui tavoli del coroner. E poi la fi-
gura si alz. Sister Creep ud lo scricchiolio di popcorn sotto le suole.
Scappa, le grid una voce interiore; esci di qui! Ma lei rimase ferma l e la
figura si arrest prima che la luce del bancone ne rivelasse il viso.
Ma lei  tutta ustionata! disse la voce bassa e piacevole d'un uomo
giovane. Lo sconosciuto, magro e alto, circa uno e novanta, indossava un
paio di calzoni di tela verde scuro e una T-shirt gialla. Ai piedi aveva luci-
di stivali militari. Ormai fuori sar tutto finito, no?
Tutto svanito mormor lei. Distrutto. Prov una sensazione di gelo
fetido, la stessa che aveva avuto davanti al cinema la notte prima e che era
subito scomparsa. Scorgeva, sul viso dell'uomo, una debole traccia di line-
amenti; pens che sorridesse, ma era un sorriso orribile: la bocca non sem-
brava nel punto giusto. Credo... che siano morti tutti disse.
Non tutti la corresse lui. Lei  viva, no? E credo che ce ne siano altri,
l fuori. Nascosti da qualche parte, forse. In attesa di morire. Ma non ci
vorr molto. Nemmeno per lei.
Non sono ancora morta disse Sister Creep.
 come se lo fosse. Gonfi il petto, inspirando a fondo. Senta il pro-
fumo dell'aria! Non  meraviglioso?
Sister Creep inizi ad arretrare. No disse l'uomo, in tono quasi gentile;
e lei si ferm, come se la cosa pi importante del mondo - l'unica cosa
importante - fosse ubbidirgli.
Arriva la mia interpretazione migliore continu lui. Indic lo scher-
mo, sul quale le fiamme sgorgavano da un edificio e corpi martoriati gia-
cevano sulle barelle. Quello sono io! In piedi accanto all'auto! Be', non ho
detto che era una interpretazione lunga. Torn a interessarsi a lei. Oh
disse piano. Che bella collana. La mano pallida, dalle dita lunghe e sotti-
li, si mosse verso la gola di Sister Creep.
Lei avrebbe voluto ritrarsi, perch non sopportava di lasciarsi toccare da
quella mano, ma era paralizzata dalla sua voce, che le echeggiava avanti e
indietro nel cervello. Trasal, quando le dita gelide toccarono il crocifisso.
L'uomo diede uno strattone, ma il crocifisso e la catenella di graffette era-
no saldati alla pelle.
 incollato disse l'uomo. Provvediamo subito.
Con un rapido movimento del polso, strapp crocifisso e catena, insieme
con un brandello di pelle. Sister Creep fu percorsa da una fitta di dolore
simile a una scossa elettrica, che nello stesso tempo spezz l'eco dell'ordi-
ne di quell'uomo e le schiar la mente. Lungo le guance, le lacrime le la-
sciarono scie ardenti.
L'uomo tese la mano a palmo in su; crocifisso e catenella dondolarono
davanti al viso di Sister Creep. Con voce infantile lui si mise a can-
ticchiare: Giro giro tondo, giro giro tondo...
Il palmo della mano prese fuoco, le fiamme strisciarono lungo le dita.
Mentre la mano diventava un guanto di fuoco, il crocifisso e la catenella si
fusero e gocciolarono per terra.
Giro giro tondo, casca il mondo!
Sister Creep lo guard in viso. Alla luce della mano fiammeggiante, vide
le ossa cambiare posizione, le guance e le labbra sciogliersi, occhi di colori
diversi emergere dove non c'erano orbite.
L'ultima goccia di metallo fuso si spiaccic per terra. Una bocca si apr
di traverso sul mento dell'uomo, simile a una ferita dai bordi rossi. La boc-
ca sogghign.  ora di spegnere le luci! mormor.
Il film s'interruppe, il fotogramma bruci sullo schermo. La tenda rossa,
che Sister Creep reggeva ancora per un lembo, prese fuoco; la donna grid,
scost di colpo le dita. Un'ondata di calore nauseante spazz il cinema,
dalle pareti colarono fiamme.
Tic tac tic tac! continu l'uomo, in un'allegra cantilena. Niente ferma
l'orologio!
Il soffitt in fiamme si deform. Sister Creep alz le braccia a ripararsi
la testa, barcoll all'indietro attraverso la tenda ardente, mentre l'uomo a-
vanzava verso di lei. Rivoli di cioccolata colarono dal banco delle bibite.
Sister Creep corse alla porta e la creatura alle sue spalle ragli: Scappa!
Scappa, scrofa!
Era uscita di tre passi, quando la porta divenne una cortina di fuoco; al-
lora corse come una pazza lungo la Quarantaduesima. Quando os guar-
darsi alle spalle, vide che il cinema era avvolto dalle fiamme; il tetto del-
l'edificio croll come colpito da un pugno brutale.
Sister Creep si gett al riparo di un blocco di pietra, mentre si scatenava
una tempesta di vetri e di mattoni. Nel giro di qualche secondo termin,
ma Sister Creep rimase rannicchiata, tremante di terrore, finch tutti i mat-
toni non furono caduti. Allora scrut dal riparo.
Le macerie del cinema non si distinguevano pi dagli altri mucchi di ce-
nere. L'edificio era sparito e con esso, grazie al cielo, la creatura dalla ma-
no fiammeggiante.
Sister Creep si tocc il cerchio di carne viva intorno alla gola; ritrasse le
dita macchiate di sangue. Le occorse ancora un istante per capire che cro-
cifisso e catenella erano svaniti davvero. Non ricordava dove li avesse pre-
si, ma ne era stata orgogliosa. Pensava pure che la proteggessero; ora si
sentiva nuda e indifesa.
Aveva guardato in faccia il male, l in quel cinema da quattro soldi. La
pioggia nera cadeva con maggiore intensit. Sister Creep si rannicchi, la
mano stretta alla gola insanguinata; chiuse gli occhi e preg di morire.
Ges Cristo non sarebbe giunto nel Suo disco volante, dopotutto. Il
giorno del giudizio aveva distrutto gli innocenti nelle stesse fiamme che
avevano annientato i colpevoli, e l'Assunzione in cielo era il sogno di una
svitata.
Un singhiozzo d'angoscia le usc dalla gola. Preg: Ges, per favore,
portami a casa, ti supplico, subito, ora stesso, ti supplico... Ma quando ria-
pr gli occhi, cadeva sempre la pioggia nera. Il vento divenne pi forte, ora
portava un gelo invernale. Sister Creep era inzuppata, aveva la nausea, bat-
teva i denti.
Stancamente si alz a sedere. Per oggi Ges non sarebbe venuto. Sa-
rebbe morta pi tardi, si disse. Inutile stare distesa sotto la pioggia come
una pazza.
Un passo, pens. Un passo, e il passo seguente ti porta dove volevi anda-
re.
Dove, non lo sapeva. Ma d'ora in poi avrebbe fatto molta attenzione,
perch quella creatura malvagia, senza faccia e con tutte le facce, poteva
essere in agguato dovunque. Dovunque. Le regole erano cambiate. La Ter-
ra Promessa era un cimitero, l'inferno stesso era scaturito sulla terra.
Non sapeva che cosa avesse causato una simile distruzione, ma le venne
in mente un pensiero orribile: E se fosse stato cos dappertutto? Lasci che
il pensiero svanisse, prima che le bruciasse il cervello. Si tir faticosamen-
te in piedi.
Barcoll sotto la spinta del vento. La pioggia cadeva con tale violenza da
non permetterle di vedere a pi di un metro. Decise di andare dalla parte
che pensava fosse il nord: forse nel Central Park c'era un albero sotto cui
riposare.
Con la schiena piegata per resistere meglio alla furia degli elementi, ini-
zi a camminare, un passo alla volta.
13
La casa  crollata, mamma! url Josh Hutchins, liberandosi a fatica
del terriccio, dei detriti e dei pezzi di travatura che l'avevano coperto. Il
tornado  passato! Sua madre non rispose, ma lui ne udiva il pianto. Stai
tranquilla, mamma! Siamo...
Il ricordo - una tromba d'aria nell'Alabama della sua infanzia, che l'a-
veva spinto a rifugiarsi con madre e sorella nello scantinato di casa - vol
via all'improvviso, rimpiazzato, con chiarezza terrificante, dal campo di
granturco, dalle lance di fiamma, dal tornado di fuoco. La donna in lacri-
me, cap Josh, era la madre della bambina.
Era buio. Josh si sentiva ancora schiacciare da un peso; mentre lottava
per liberarsi dei detriti, in gran parte terriccio e pezzi di legno, il peso sci-
vol via. Josh si drizz a sedere, il corpo ridotto a un'unica pulsazione di
dolore sordo.
Il viso gli dava la sensazione bizzarra di pelle tesa fino a lacerarsi. Josh
si tocc la fronte: una decina di vesciche scoppi, il siero gli col sul viso.
Altre vesciche scoppiarono, sulle guance e sulla mascella; lui si tocc la
carne intorno alle orbite, scopr che a causa del gonfiore gli occhi erano ri-
dotti a fessure. Il dolore diventava pi intenso; aveva l'impressione che gli
avessero gettato sulla schiena secchi d'acqua bollente. Sono tutto ustionato,
pens; bruciato come un dannato appena uscito dall'inferno. Sent odore di
pancetta fritta: quasi vomit, ma era troppo impegnato a fare l'inventario
delle ferite. All'orecchio destro aveva un dolore diverso. Si sfior il lato
della testa: tocc un residuo di cartilagine e una crosta di sangue. Quando i
serbatoi di benzina erano esplosi, una scheggia di metallo arroventato gli
aveva portato via di netto quasi tutto l'orecchio.
Ma stava abbastanza bene. Il pensiero quasi gli strapp una risata. Era
pronto a sfidare il mondo! Se mai avesse rimesso piede in un ring di wre-
stling, non avrebbe avuto bisogno della maschera da Frankenstein per
sembrare un mostro.
A quel punto vomit e si contorse negli spasimi, con le narici piene del-
l'odore di pancetta fritta. Passata la nausea, strisci lontano dalla pozza di
vomito. Sotto le mani sent terriccio, pezzi di legno, cocci di vetro, lattine
ammaccate, steli di granturco.
Il gemito di un uomo gli ricord i globi oculari bruciati di PawPaw; il
vecchio giaceva da qualche parte alla sua destra: Josh lo udiva anche se da
quel lato aveva l'orecchio chiuso. A giudicare dai singhiozzi, la donna era
davanti a lui, poco lontano; la bambina, ammesso che fosse ancora viva,
stava in silenzio. L'aria era ancora calda, ma almeno respirabile. Josh pos
le dita su un manico di legno: una zappa da giardino. Scavando nel terric-
cio intorno a s, trov una variet di oggetti: una serie di scatolette, alcune
squarciate e mezzo vuote; un paio di grumi fusi che forse erano stati con-
tenitori di plastica pieni di latte; un martello; alcune riviste e pacchetti di
sigarette, carbonizzati. L'intera drogheria era crollata e aveva riversato o-
gni cosa nel rifugio antiatomico di PawPaw. Si trattava proprio di un rifu-
gio, ragion Josh: i ragazzi del sottosuolo certo sapevano che un giorno o
l'altro il vecchio ne avrebbe avuto bisogno.
Cerc di alzarsi, ma sbatt la testa prima di riuscire a distendere le gam-
be. A un metro e mezzo dal pavimento dello scantinato tocc una massa
compatta formata di terriccio, di assi e forse di centinaia di piante di gran-
turco. Oddio, pens, ci saranno tonnellate di terra, sopra di noi! Si trova-
vano in una sacca d'aria. Finita quella...
Signora, la smetta di piangere disse. Le ferite del vecchio sono pi
gravi delle sue.
La donna ansim, come sorpresa per la presenza di altri superstiti.
Dov' la bambina? Sta bene? continu Josh. Le vesciche sulle labbra
scoppiarono.
Swan! grid Darleen. Mosse le mani nel buio, cercando Sue Wanda.
Non la trovo! Dov' la mia bambina? Dov' Swan? Poi con la sinistra
tocc un braccino. Eccola qui! Oddio,  sepolta! Si mise freneticamente
a scavare.
Josh strisci accanto a lei; a tentoni trov il corpo della bambina. Ma so-
lo le gambe e il braccio sinistro erano bloccati dai detriti; la faccia era libe-
ra e la bambina respirava. Josh la estrasse dal mucchio di terriccio. Darleen
abbracci la figlia. Swan, stai bene? Di' qualcosa, Swan! Su, parla alla
mamma! Continu a scuotere la bambina, finch Swan non sollev la
mano e le diede una debole spinta.
Smettila disse, in un mormorio rauco, confuso. Lasciami dormire...
finch non siamo arrivate.
Josh strisci in direzione dei lamenti del vecchio. PawPaw era rannic-
chiato, semisepolto. Josh lo liber con cautela. La mano di PawPaw s'im-
pigli nei brandelli della camicia di Josh; il vecchio borbott qualcosa.
Josh non cap. Come? disse, chinandosi su di lui.
Il sole ripet PawPaw. Oddio... ho visto il sole esplodere. Riprese a
borbottare, qualcosa a proposito delle sue ciabatte da riposo. Josh cap che
il vecchio non sarebbe durato a lungo; torn da Darleen e da Swan.
La bambina piangeva... un pianto silenzioso, ferito. Buona disse Dar-
leen. Buona, tesoro mio. Ci troveranno. Non preoccuparti. Ci tireranno
fuori di qui. Ancora non si rendeva conto dell'accaduto. I suoi ricordi era-
no confusi e nebulosi, a partire dal momento in cui Swan aveva indicato
l'insegna PAWPAW sulla strada statale dicendole che non ce la faceva pi
a resistere senza andare in gabinetto.
Mamma, non ci vedo si lament Swan, agitata.
Andr tutto a posto, bambina mia. Ci troveranno davvero... Aveva al-
lungato la mano per lisciare i capelli di Swan, ma la ritrasse di scatto: le di-
ta avevano trovato solo peli corti e ispidi. Oh, mio Dio. Oh, Swan, bam-
bina mia... Aveva paura di toccare i propri capelli, il proprio viso, anche
se il dolore che provava era quello di una moderata scottatura di sole. Sto
bene, si disse. E anche Swan sta bene. Ha solo perso qualche capello, ecco
tutto. Ci riprenderemo subito!
Dov' PawPaw? chiese Swan. Dov' il gigante? Sentiva un dolore
sordo in tutto il corpo e il profumo di colazione sul fuoco.
Sono qui rispose Josh. Il vecchio  qui vicino. Siamo nello scanti-
nato. Il locale ci  crollato...
Usciremo presto! lo interruppe Darleen. Non ci vorr molto, prima
che ci trovino!
Signora, forse non accadr tanto presto. Cerchiamo di stare calmi e di
risparmiare aria.
Risparmiare aria? Il panico torn ad avvampare. Respiriamo, no?
Per il momento. Non so quanto spazio abbiamo, ma l'aria prima o poi
verr a mancare. Forse ci toccher restare qua sotto per... per parecchio
tempo si decise a dire.
Lei  pazzo! Non dargli retta, tesoro. Scommetto che gi scavano per
tirarci fuori. Cominci a cullare la figlia, come se Swan fosse una bambi-
na di pochi mesi.
No, signora. Non credo che verranno a tirarci fuori. Erano missili, quel-
li che si alzavano dal campo. Missili nucleari. Forse ne  esploso uno. Non
so cosa sia accaduto, ma c' una sola ragione che spieghi il lancio di quei
maledetti affari. Forse in questo momento il mondo intero si spara addos-
so.
La donna scoppi a ridere, sull'orlo della crisi isterica. Dio le ha dato
meno cervello di una formica! Qualcuno avr certo visto tutte quelle
fiamme! Manderanno soccorsi! Noi dobbiamo andare a Blakeman!
Va bene disse Josh. Era stanco di parlare e consumava aria preziosa.
Si allontan di qualche centimetro, si scav un buco nel quale sistemarsi.
Era tormentato da una sete intensa, ma aveva anche bisogno di andare di
corpo. Dopo, si disse, troppo stanco per muoversi. Il dolore aumentava di
nuovo. Con la mente vag oltre lo scantinato di PawPaw, oltre il campo di
granturco in fiamme; si domand che cosa restava l fuori, se davvero era
scoppiata la terza guerra mondiale. Forse era gi terminata. Forse i russi
gi invadevano l'America, oppure gli americani avanzavano in Russia.
Pens a Rose e ai suoi figli; erano ancora vivi? Forse non l'avrebbe mai
saputo. Oh, Dio santo mormor nel buio; si rannicchi e rimase a fissare
il nulla.
Ah... ah... ah... PawPaw emetteva balbettii soffocati. Poi disse a voce
alta: C' un geomio nel buco! Amy! Dove sono le mie ciabatte?
La bambina emise un altro lamento doloroso. Josh serr i denti per trat-
tenere un urlo di rabbia. Una bambina cos graziosa, pens; destinata a mo-
rire presto... come moriremo tutti noi. Siamo gi nella tomba. Siamo gi
composti come cadaveri in attesa.
Aveva l'impressione d'essere inchiodato al tappeto da un avversario che
non aveva avuto intenzione d'incontrare. Quasi sentiva la mano dell'arbitro
colpire il tappeto, nel conteggio: Uno... due...
Josh spost le spalle. Non ancora tre. Presto, ma non ancora.
E sprofond in un sonno tormentoso, con il cuore ossessionato dal la-
mento della bambina.
14
Disciplina e autocontrollo disse il Soldato Ombra, con voce simile al-
lo schiocco di una cinghia contro le gambe di un bambino. Sono queste le
cose che ti rendono uomo. Ricorda... ricorda...
Il colonnello James Macklin si rannicchi nel pozzo fangoso. C'era solo
una fessura di luce, sei metri pi in alto, fra il terreno e il bordo del coper-
chio di lamiera ondulata che ricopriva il pozzo. La fessura bastava a far en-
trare le mosche che gli ronzavano intorno al viso e sfrecciavano sui mucchi
d'immondizia. Non ricordava da quanto tempo era l sotto; se i Charlie, le
guardie, venivano una volta al giorno, si trovava nel pozzo da trentanove
giorni. Ma forse venivano due volte al giorno e allora il calcolo era sba-
gliato. Forse saltavano un giorno o due. Forse venivano tre volte nello
stesso giorno e saltavano i due seguenti. Forse...
Disciplina e autocontrollo, Jimbo. il Soldato Ombra sedeva a gambe
incrociate contro la parete del pozzo, a un metro e mezzo da lui. Indossava
la tuta mimetica; sul viso olivastro e mobile aveva pitture mimetiche da
combattimento, verde scuro e nero. Nervi a posto, soldato.
S disse Macklin. Nervi a posto. Alz la mano scarna a scacciare le
mosche.
Allora iniziarono i colpi. Con un gemito Macklin si strinse contro la pa-
rete. I Charlie, l sopra, colpivano il coperchio metallico, con canne di
bamb e randelli. Il rumore echeggiava nel pozzo, raddoppiato, triplicato,
finch Macklin non si turava le orecchie; il martellare continuava, pi for-
te, pi forte. Macklin sent che un urlo stava per scappargli di gola.
No lo ammon il Soldato Ombra, con occhi simili ai crateri sulla fac-
cia della luna. Non devono sentirti gridare.
Macklin raccolse una manciata di fango e si tapp la bocca. Il Soldato
Ombra aveva ragione. Il Soldato Ombra aveva sempre ragione.
Il martellare cess. Il coperchio di lamiera fu spinto di lato. La confusa
luce del sole pugnal gli occhi di Macklin; ma lui li vedeva, lass, chini
sul pozzo, a ridere, 'nello Macreen! grid uno di loro. Tu fame, 'nello
Macreen?
Con la bocca piena di fango e di sporcizia, Macklin annu e si alz a se-
dere, come un cane che mendicasse un avanzo. Attento gli sussurr il
Soldato Ombra. Attento.
Tu fame, 'nello Macreen?
Per favore disse Macklin, con il fango che gli colava dalla bocca. Sol-
lev verso la luce le braccia emaciate.
Prendi, 'nello Macreen! Qualcosa cadde nel fango, a un paio di passi
da lui, accanto al cadavere in decomposizione di un soldato di fanteria, un
certo Ragsdale. Macklin strisci sopra il cadavere e raccolse la focaccia di
riso fritto e untuoso. Cominci a mangiare con avidit, gli occhi bagnati di
lacrime di gioia. In alto i Charlie ridevano. Macklin strisci sopra i resti
del capitano d'aviazione noto con il nomignolo di "Mississippi" perch
parlava con cadenza strascicata; ora Mississippi era un silenzioso fagotto
di stracci e di ossa. Nell'angolo pi lontano c'era un terzo cadavere, un al-
tro fante, un ragazzo dell'Oklahoma, di nome McGee, che si scioglieva
lentamente nel fango. Macklin si acquatt accanto a McGee e continu a
mangiare il riso, quasi singhiozzando di piacere.
Ehi, 'nello Macreen! Tu sporco! Ora di bagno!
Macklin gemette, si ritrasse, incass la testa fra le spalle, perch sapeva
che cosa sarebbe accaduto.
Un Charlie rovesci nel pozzo un secchio di liquami, che ruscellarono su
Macklin e gli colarono sulla schiena, le spalle, la testa. I Charlie scoppia-
rono a ridere, ma Macklin si dedic alla focaccia di riso. Schizzi di sostan-
ze nauseabonde l'avevano colpita; Macklin la ripul con i brandelli del
giubbotto di volo.
Ecco! grid il Charlie che aveva svuotato il secchio. Tu ora pulito!
Le mosche gozzovigliavano attorno alla testa di Macklin. Oggi pranzo
grasso, pens il colonnello. La focaccia gli avrebbe allungato la vita. Men-
tre lui la masticava, il Soldato Ombra disse: Giusto, Jimbo. Mangia tutto,
fino all'ultima briciola.
Tu stai pulito ora! disse il Charlie. Il coperchio metallico, rimesso a
posto, escluse la luce del sole.
Disciplina e autocontrollo. Il Soldato Ombra era strisciato pi vicino.
Sono queste le cose che ti rendono uomo.
Signors rispose Macklin. Il Soldato Ombra lo fiss, con occhi che nel
buio ardevano come napalm.
Colonnello!
Una voce lontana lo chiamava. Era difficile concentrarsi su quella voce,
perch il dolore gli si diffondeva nelle ossa. Qualcosa di pesante lo schiac-
ciava, quasi gli spezzava la spina dorsale. Un sacco di patate, pens Ma-
cklin. No, no. Pi pesante.
Colonnello Macklin! insistette la voce.
Vattene via, supplic fra s Macklin. Per favore, vattene via. Cerc di
sollevare la testa per scacciare dal viso le mosche, ma una fitta atroce gli
attravers il braccio, la spalla e gli strapp un gemito continuando lungo la
spina dorsale.
Colonnello! Sono Ted Warner! Mi sente?
Warner. Teddybear Warner. S disse Macklin. Il dolore gli trafisse il
torace. Sapeva di non avere parlato a voce abbastanza alta. Perci tent di
nuovo. S. La sento.
Grazie a Dio! Ho una torcia, colonnello! Un tenue raggio di luce filtr
sotto le palpebre di Macklin.
Il raggio della torcia sond l'oscurit da un'altezza di circa tre metri. La
polvere di roccia e il fumo erano ancora densi, ma Macklin cap di giacere
in fondo a un pozzo. Gir lentamente la testa, quasi svenne di nuovo per il
dolore; l'apertura permetteva a stento il passaggio. Macklin si domand
come ci fosse finito dentro. Aveva le gambe ripiegate sotto di s, la schie-
na piegata dal peso non di un sacco di patate, ma di un corpo umano. Un
morto. Non poteva dire chi fosse.
Sopra di lui, un intrico di cavi e di tubi rotti era incastrato nel pozzo.
Cerc di spingere via il peso spaventoso per dare almeno un po' di spazio
alle gambe, ma sent di nuovo il dolore lancinante alla mano. Gir la testa
da quella parte, approfittando della luce. Cap subito di essere nei guai
grossi.
La destra era rimasta schiacciata dentro una fessura larga forse tre cen-
timetri, dalla quale colavano sulla pietra lucicanti rivoli di sangue. La mia
mano, pens Macklin, stordito. Ricord le dita di Becker che scoppiavano.
Cap che, mentre cadeva l dentro, la mano gli si era infilata nella fenditura
e poi, quando la roccia si era assestata...
Un dolore intenso gli serrava come un ceppo il polso, ma non sentiva
nient'altro: mano e dita erano carne morta. Diventer mancino, si disse. E
poi fu quasi tramortito da un pensiero: aveva perso il dito del grilletto.
Colonnello, il caporale Prados  qui con me grid Warner. Ha una
gamba rotta, ma non ha perduto conoscenza. Gli altri stanno peggio... o
sono morti.
E lei? domand Macklin.
Dolori terribili alla schiena. Warner parlava come se avesse difficolt
a respirare. Non mi spacco in due solo perch le palle mi tengono unito.
Ho anche sputato un po' di sangue.
C' qualcuno a cui chiedere un resoconto dei danni?
L'intercom  fuori uso. Dai condotti dell'aria entra fumo. Si sentono
delle urla da qualche parte, quindi alcuni ce l'hanno fatta. Cristo, colonnel-
lo! Si sar mossa tutta la montagna!
Devo uscire di qui disse Macklin. Ho il braccio inchiodato, Teddy.
Il pensiero della mano maciullata gli riport il dolore e lo costrinse a serra-
re i denti, finch non fu passato. Pu aiutarmi a uscire?
E come? Non posso raggiungerla. E se ha il braccio inchiodato...
Ho la mano maciullata spieg Macklin, in tono calmo; si sentiva in un
mondo di sogno in cui tutto  mobile e irreale. Mi procuri un coltello. Il
pi affilato che trova.
Un coltello? Per fare cosa?
Macklin sogghign selvaggiamente. Me lo procuri e basta. Poi accenda
un fuoco e bruci per me un pezzo di legno. Provava un bizzarro senso di
distacco, come se quel che doveva fare riguardasse la carne d'un altro. Il
legno dev'essere incandescente, Teddy. Per cauterizzare un moncherino.
Un... moncherino? Warner esit. Cominciava a capire. Forse pos-
siamo tirarla fuori in un altro...
Non ci sono altri modi. Per uscire da quel buco, doveva lasciarci la.
mano. Un pagamento in natura, si disse. Teddy, ha capito?
Sissignore rispose Warner, sempre ubbidiente.
Macklin scost il viso dal raggio di luce.
Warner si allontan strisciando dall'orlo del pozzo che si era aperto nel
pavimento della sala comando. L'intero locale era inclinato a un angolo di
trenta gradi, per cui lui strisciava in leggera discesa, sopra attrezzature di-
strutte, pezzi di roccia, corpi umani. Il raggio della torcia inquadr il capo-
rale Prados, seduto contro la parete inclinata e piena di crepe; aveva il viso
stravolto, l'osso luccicante gli spuntava dalla coscia. Warner continu fra
le macerie del corridoio. Enormi buchi si erano spalancati nel soffitto e
nelle pareti, l'acqua si riversava sulla confusione di pietre e di tubature. In
lontananza si udivano ancora delle grida. Warner doveva trovare qualcuno
che lo aiutasse a liberare il colonnello, perch senza la guida di Macklin
erano tutti finiti. La schiena ferita non gli avrebbe permesso di strisciare
nel pozzo in cui il colonnello era intrappolato. No, doveva trovare un al-
tro... uno tanto magro da infilarsi nel pozzo, ma anche tanto duro da fare il
lavoro. Ma non aveva idea di che cosa avrebbe trovato, una volta al Livello
Uno.
Il colonnello contava su di lui. E lui non l'avrebbe lasciato nei pasticci.
Lentamente, dolorosamente, strisci fra le macerie, in direzione delle ur-
la.
15
Roland Croninger, rannicchiato sul pavimento sconquassato fra le ma-
cerie della cafeteria di Casa Terra, ascoltava, al di sopra dei gemiti e delle
grida, una sinistra voce interiore: Un Cavaliere del Re... Un Cavaliere del
Re... Un Cavaliere del Re non piange mai...
Il buio era totale, a parte le lingue di fiamma che di tanto in tanto guiz-
zavano dove c'era stata la cucina. Quella luce capricciosa illuminava pezzi
di roccia, rottami di tavoli e di sedie, corpi umani maciullati. Qua e l delle
forme barcollavano nel buio, simili a dannati nelle bolge dell'inferno; corpi
schiacciati spuntavano da sotto grossi massi che avevano sfondato il soffit-
to.
Tutto era iniziato con una scossa che aveva sbattuto gi dalle sedie la
gente. L'illuminazione principale era saltata, ma quasi subito era entrata in
funzione quella di riserva. Roland si era ritrovato per terra, con i fiocchi
d'avena della colazione sul davanti della camicia. Sua madre e suo padre
erano finiti lunghi e distesi accanto a lui; in quel momento nel locale c'era-
no forse altri quaranta ospiti; alcuni gi gridavano aiuto, ma la maggior
parte era ammutolita e sotto choc. Sua madre, con succo d'arancia che le
colava dai capelli e dal viso, l'aveva guardato e aveva detto: L'anno ven-
turo andiamo al mare.
Roland si era meso a ridere, imitato da suo padre. E poi anche sua madre
aveva riso: per un attimo la risata li aveva uniti. Phil era riuscito a dire:
Grazie al cielo questo posto non l'ho assicurato io! Avrei dovuto fare cau-
sa alla mia stessa...
Le parole erano state soffocate da un rombo mostruoso e dal rumore di
roccia che si schianta; il pavimento si era sollevato, si era inclinato pazze-
scamente, con tanta forza da scagliare Roland lontano dai genitori e da
mandarlo a sbattere contro altri corpi. Dal soffitto era precipitato uno sbar-
ramento di pietre e di mattonelle. Roland era stato colpito con violenza alla
testa. Ora, seduto con le ginocchia tirate fin sotto il mento, si port la ma-
no all'attaccatura dei capelli e tast il sangue appiccicoso. Sanguinava pure
da un taglio al labbro inferiore e si sentiva pieno di lividi interni: gli pareva
che gli avessero stirato il corpo come un elastico e poi l'avessero brutal-
mente spezzato. Non sapeva quanto era durato il terremoto, come mai fos-
se l rannicchiato come un bambino, dove fossero i suoi genitori. Voleva
piangere, aveva gli occhi gonfi di lacrime. Ma un Cavaliere del Re non
piange mai; era scritto nel manuale del gioco, una delle regole da lui stesso
concepite per stabilire il corretto comportamento d'un guerriero: un Cava-
liere del Re non piange mai... rende la pariglia.
Nella destra stringeva qualcosa: gli occhiali, con la lente sinistra in-
crinata e privi della destra. Quando si era ritrovato sotto il tavolo, gli pare-
va di ricordare, se li era tolti per pulirli dagli schizzi di latte. Torn a infor-
carli e cerc di alzarsi, ma impieg qualche istante a coordinare il movi-
mento delle gambe. Appena in piedi, urt la testa contro il soffitto incurva-
to, alto almeno due metri pi di lui, prima che iniziasse il terremoto. Ora
doveva chinarsi per evitare cavi penzolanti, tubature, tondini di rinforzo
spezzati. Mamma! Pap! grid; ma, sopra le urla dei feriti, non ud ri-
sposta. Si aggir incespicando fra le macerie e continu a chiamare i geni-
tori; calpest una cosa che cedette come spugna bagnata: sembrava un'e-
norme stella marina schiacciata fra due lastre di pietra; il corpo non aveva
pi alcuna somiglianz, anche remota, con un essere umano, a parte i
brandelli di camicia insanguinata.
Roland scavalc altri corpi; i cadaveri li aveva visti solo nelle illustra-
zioni di Soldier of Fortune; questi erano diversi, maciullati al punto da es-
sere irriconoscibili e asessuati, se non per gli stracci dei vestiti. Ma nessu-
no era il cadavere dei suoi genitori. No, si disse Roland; suo padre e sua
madre erano vivi, chiss dove. Ne era sicuro. Continu a cercare. In un'al-
tra occasione si ferm appena in tempo per non cadere nell'abisso frasta-
gliato che divideva in due la cafeteria; vi scrut dentro, ma non riusc a
scorgere il fondo. Mamma! Pap! grid, verso l'altra met della sala; ma
nemmeno ora ebbe risposta.
Rimase in piedi, tremante, sull'orlo della fenditura. Una parte di lui era
ammutolita dal terrore; ma un'altra, pi intima, sembrava rinvigorita,
proiettata alla superficie: tremava non di paura, ma di una fredda eccita-
zione allo stato puro, superiore a qualsiasi sensazione provata in preceden-
za. Circondato dalla morte, Roland sent nelle vene una pulsazione vitale
che lo stordiva e lo inebriava.
Sono vivo, pens. Vivo.
All'improvviso le macerie della cafeteria parvero incresparsi e mutare:
Roland si trovava ora in mezzo a un campo di battaglia disseminato di
morti; in lontananza le fiamme s'alzavano dall'incendio di una roccaforte
nemica. Lui reggeva lo scudo ammaccato e la spada insanguinata, stava
quasi per cadere in preda allo choc, ma era ancora in piedi, ancora vivo,
dopo l'olocausto della battaglia. Aveva guidato alla guerra una legione di
cavalieri, in quel campo di pietrisco; adesso era l'unico in piedi, perch era
l'unico Cavaliere del Re rimasto.
Da terra, un guerriero martoriato gli afferr la caviglia. Per favore
gracchi la bocca insanguinata. Per favore, aiuto...
Roland batt le palpebre, stordito. Guardava una donna di mezz'et, con
la parte inferiore del corpo imprigionata sotto una lastra di pietra. Per fa-
vore aiuto implor la donna. Le gambe... oh, le mie gambe...
Non dovrebbero esserci donne, sul campo di battaglia, pens Roland.
Oh, no! Ma poi ricord dove si trovava; con uno strattone si liber la cavi-
glia e s'allontan dall'orlo del baratro.
Continu a cercare, ma non riusc a trovare suo padre e sua madre. Forse
erano rimasti sepolti... o erano precipitati nelle tenebre di quell'abisso. For-
se aveva visto i loro cadaveri, ma non li aveva riconosciuti. Mamma! Pa-
p! url. Dove siete? Nessuna risposta, solo singhiozzi e lamenti d'a-
troci sofferenze.
Un raggio di luce brill nel fumo, lo colp in viso.
Tu disse una voce, in un mormorio tormentato. Come ti chiami?
Roland rispose lui. E il cognome? Per qualche secondo non riusc a
ricordarlo. Roland Croninger disse poi.
Mi serve il tuo aiuto, Roland dichiar l'uomo con la torcia. Sei in
grado di camminare bene?
Roland annu.
Il colonnello Macklin  imprigionato di sotto, nella sala comando. Nei
resti della sala comando si corresse subito Teddybear Warner. Si reggeva
in piedi come un gobbo, appoggiandosi a un pezzo di tondino di ferro che
fungeva da bastone. Alcuni corridoi erano completamente bloccati dalle
frane, mentre altri erano inclinati ad angoli pazzeschi oppure tagliati in due
da abissi spalancati. Grida e invocazioni echeggiavano per Casa Terra; le
pareti erano coperte di sangue, dove le onde d'urto avevano sbatacchiato a
morte corpi umani. Fra le rovine Warner aveva trovato solo sei civili in di-
screte condizioni; ma solo due di loro, un uomo anziano e una bambina,
non erano completamente impazziti. Per il vecchio aveva un polso spez-
zato, dal quale fuorusciva l'osso; e la bambina non voleva lasciare il posto
dove suo padre era scomparso. Allora Warner era andato avanti fino alla
cafeteria, in cerca di qualcuno che lo aiutasse; aveva anche pensato che in
cucina c'era un assortimento di coltelli.
Ora mosse il raggio di luce sul viso di Roland. Il ragazzo aveva un taglio
sulla fronte e gli occhi gonfi per lo choc, ma per il resto sembrava illeso. A
parte il sangue, il viso era pallido e impolverato; la camicia di cotone blu
scuro, a brandelli, lasciava vedere altri tagli sul torace olivastro e magro.
Non  un granch, pens Warner, ma devo accontentarmi.
I tuoi genitori? domand. Roland scosse la testa. Va bene, allora a-
scolta: siamo stati colpiti da una bomba atomica. Tutta la nazione  stata
bombardata. Non so qui quanti morti ci siano, ma noi due siamo vivi, e an-
che il colonnello Macklin. Ma, per restare vivi, dobbiamo mettere le cose
a posto meglio che possiamo e aiutare il colonnello. Capisci cosa dico?
Credo di s rispose Roland. Bombardati con le atomiche, pens. Ato-
miche... atomiche... atomiche. Si sent vacillare. Fra un minuto, pens, mi
risveglio nel mio letto, in Arizona.
Bene. Ora, Roland, voglio che tu stia attaccato a me. Andremo in cuci-
na a cercare un coltello affilato: un arnese da macellaio, una mannaia,
qualsiasi cosa. Poi torniamo alla sala comando. Se riesco a ritrovare la
strada, si disse; ma non os esprimere il dubbio a voce.
Mamma e pap protest debolmente Roland sono qui... da qualche
parte.
Non se ne andranno. Al momento, il colonnello Macklin ha bisogno di
te pi di loro. Capisci?
Roland annu. Cavaliere del Re, pens. Il Re era intrappolato in una pri-
gione sotterranea e aveva bisogno del suo aiuto! I suoi genitori erano mor-
ti, spazzati via dal cataclisma; la roccaforte del Re era stata colpita da una
bomba atomica. Ma io sono vivo, pens Roland. Sono vivo, e sono un Ca-
valiere del Re. Socchiuse gli occhi nel raggio luminoso. Devo diventare
soldato? chiese all'uomo.
Certo. Stammi vicino. Cerchiamo la strada per la cucina.
Warner doveva muoversi piano, appoggiando tutto il peso sul bastone di
ferro. Si aprirono la strada fino alla cucina, dove sacche di fuoco ardevano
ancora voracemente. Bruciavano i resti della dispensa; decine di scatole
erano scoppiate, il contenuto in fiamme aderiva alle pareti. Tutto era rovi-
nato: latte in polvere, uova, pancetta e prosciutto, tutto. Ma rimaneva il
magazzino con le scorte d'emergenza... e Warner sent un nodo allo stoma-
co, al pensiero che avrebbero potuto restare intrappolati l sotto nel buio,
senza cibo n acqua.
Gli utensili erano sparpagliati dappertutto, l'urto li aveva spazzati via dai
mobili della cucina. Con la punta del bastone di fortuna Warner disseppell
una mannaia a lama dentellata. Prendila disse al ragazzo. Roland la rac-
colse.
Lasciarono la cucina e la cafeteria. Warner condusse Roland alle rovine
della piazza del municipio. Lastre di pietra erano crollate dal soffitto, l'in-
tera zona era dissestata e piena di profonde fenditure. La sala dei videogio-
chi bruciava ancora, l'aria era piena di fumo. Qui disse Warner, muo-
vendo il raggio luminoso in direzione dell'ospedale. All'interno scoprirono
che gran parte dell'attrezzatura era inutilizzabile; ma Warner continu a
cercare, finch non trov una scatola di lacci emostatici e una bottiglia di
plastica piena di alcol disinfettante. Disse a Roland di prendere un laccio
emostatico e la bottiglia; poi frug fra i resti dell'armadietto dei medicinali.
Pillole e capsule scricchiolarono sotto i piedi, come grani di popcorn. La
torcia illumin il viso di un'infermiera, fracassato da una pietra grossa co-
me un'incudine. Non c'era traccia del dottor Lang, il medico interno di Ca-
sa Terra. Il bastone port alla luce boccette intatte di Demerol e di Perco-
dan. Warner disse a Roland di raccoglierle e se le ficc in tasca per portar-
le al colonnello.
Sei sempre con me? disse.
Signors rispose Roland. Fra un minuto mi sveglio, pens. Sar sabato
mattina, uscir dal letto e accender il computer.
Dobbiamo fare un bel pezzo di strada annunci Warner. In alcuni
punti ci toccher strisciare. Ma stammi vicino, capito?
Roland lo segu fuori dell'ospedale. Voleva tornare indietro a cercare i
genitori, ma il Re aveva bisogno di lui. Era un Cavaliere del Re, doveva
sentirsi onorato per il fatto d'essere cos indispensabile. Di nuovo, una par-
te di lui si ritrasse alla vista dell'orrore e della distruzione che lo attornia-
vano e gli grid: Sveglia! Sveglia!, con la voce lamentosa di uno scolaro
ansioso; ma l'altra parte, che diventava sempre pi forte, diede un'occhiata
ai corpi illuminati dal raggio della torcia e cap che i pi deboli devono
morire perch i pi forti sopravvivano.
Percorsero i corridoi, scavalcarono i cadaveri, ignorarono le grida dei fe-
riti.
Roland non si rese conto del tempo necessario a raggiungere le macerie
della sala comando. Alla luce di un cumulo di detriti in fiamme guard l'o-
rologio da polso: ma il cristallo si era crepato e le lancette erano ferme sul-
le dieci e trentasei. Warner strisci in salita fino al pozzo e vi diresse il
raggio luminoso. Colonnello! chiam. Le porto aiuto! La tireremo fuo-
ri!
Tre metri pi in basso, Macklin si agit e gir il viso madido verso la lu-
ce. Sbrigatevi ansim e richiuse gli occhi.
Roland strisci fino all'orlo del pozzo. Vide due corpi, in basso, uno so-
pra l'altro, incastrati in uno spazio non pi largo di una bara. L'uomo sul
fondo respirava; la sua mano spariva in una crepa della parete. Di colpo
Roland cap a che cosa serviva la mannaia; nella lama vide riflesso il pro-
prio viso... ma era un viso distorto, non quello che ricordava. Gli occhi ar-
devano di luce selvaggia, sulla fronte il sangue si era raggrumato in una
crosta a forma di stella. Tutto il viso era segnato da lividi e gonfiori, come
quello di un rospo; era conciato, si disse, perfino peggio del giorno in cui
Mike Armbruster gliele aveva suonate di santa ragione perch non gli ave-
va lasciato copiare il compito in classe di chimica. Brutto finocchio!
Brutto finocchio con gli occhiali! aveva sbraitato Armbruster; e i compa-
gni che formavano cerchio intorno a loro ridevano e sfottevano, mentre lui
cercava di scappare e Mike continuava a sbatterlo a terra. Roland si era
messo a piangere, rannicchiato nella polvere; Mike Armbruster si era chi-
nato a sputargli in faccia.
Sai legare un laccio emostatico? chiese il gobbo con la benda sul-
l'occhio. Roland scosse la testa. Te lo spiegher quando sarai di sotto.
Warner mosse in giro il raggio della torcia: c'erano parecchie cose che a-
vrebbero fatto un buon fuoco... pezzi di scrivania, le sedie, gli abiti dei ca-
daveri. Per accenderlo potevano prendere tizzoni ardenti dai detriti in
fiamme nel corridoio, e poi lui aveva ancora in tasca l'accendino. Sai cosa
bisogna fare?
Credo... credo di s rispose Roland.
Bene. Allora, stai attento. Io non posso infilarmi nel buco fino a lui. Ma
tu, s. Dovrai legargli il braccio ben stretto, poi ti passer l'alcol. Versalo
su tutto il polso. Probabilmente  fracassato, non sar difficile tagliare le
ossa. Ora ascoltami bene, Roland! Non menare colpi per cinque minuti!
Colpisci forte e falla finita in fretta. Una volta iniziato, non pensare nem-
meno di fermarti, prima d'avere finito! Mi senti?
Sissignore mormor Roland. E pens: Sveglia! Devi svegliarti!
Se hai stretto bene il laccio, avrai tempo di cauterizzare la ferita prima
che si metta a sanguinare. Ti dar qualcosa con cui bruciare il mon-
cherino... e bada bene di cauterizzarlo, mi senti? Altrimenti, morir dissan-
guato. Da come  incastrato, non si dibatter troppo; e comunque sa anche
lui che bisogna farlo. Guardami, Roland.
Roland fiss la luce.
Se fai tutto per bene, il colonnello Macklin sopravviver. Se pianti ca-
sino, morir. Tutto qui. Capito?
Roland annu. Era confuso, ma anche eccitato. Il Re  imprigionato, si
disse. Fra tutti i suoi Cavalieri, sono l'unico che pu liberarlo! Ma no, no...
non era un gioco! Era la realt, sua madre e suo padre giacevano chiss
dove, Casa Terra era stata colpita da un'atomica, l'intera nazione era stata
bombardata, ogni cosa era distrutta...
Si port la mano alla fronte insanguinata e strinse finch i pensieri catti-
vi non furono scomparsi. Cavaliere del Re! Ser Roland  il mio nome. E
ora, armato di fuoco e di ferro, sarebbe sceso nella pi profonda e pi buia
prigione sotterranea, a salvare il Re.
Teddybear Warner si allontan strisciando dal pozzo, per accendere un
fuoco. Roland lo segu, come un automa. Ammassarono in un angolo pezzi
di scrivania, le sedie, gli indumenti tolti ai cadaveri; e usarono dei pezzi di
cavo in fiamme, presi nel corridoio, per accendere il fuoco. Teddybear,
muovendosi lentamente e dolorosamente, vi ammass sopra pannelli del
soffitto e aggiunse alle fiamme un po' d'alcol. Sulle prime ci fu solo un
mucchio di fumo, ma poi il bagliore rosso del fuoco si rinforz.
Il caporale Prados, ancora seduto contro la parete opposta, li guardava
lavorare. Aveva il viso madido, continuava a farfugliare come in preda alla
febbre, ma Warner non gli bad. Ora i pezzi di scrivania e di sedia comin-
ciavano a bruciare, il fumo acre scompariva nei buchi e nelle fessure del
soffitto.
Warner si accost al fuoco, ne tolse una gamba di sedia. L'estremit ar-
deva vivacemente, il legno era passato dal nero al grigio cenere. Warner la
infil di nuovo tra le fiamme e si gir verso Roland. Bene disse. Pro-
cediamo.
Stringendo i denti per lo sforzo che gli martoriava la schiena, afferr la
mano di Roland e lo aiut a calarsi nel buco. Roland pos i piedi sul corpo
del morto. Warner punt il raggio luminoso sul braccio intrappolato di
Macklin e spieg a Roland come legare attorno al polso del colonnello il
laccio emostatico. Roland fu obbligato a distendersi di traverso sul cadave-
re, per arrivare al braccio ferito. Il polso del colonnello era diventato nero.
D'un tratto Macklin cambi posizione, cerc di guardare in alto, ma non
poteva sollevare la testa. Pi stretto riusc a dire. Fagli nodi, al bastar-
do!
Occorsero a Roland quattro tentativi per stringere bene il laccio. Warner
gli tir la bottiglia dell'alcol e Roland bagn il polso annerito. Con la mano
libera Macklin prese la bottiglia e finalmente gir la testa verso l'alto a
guardare Roland. Come ti chiami?
Roland Croninger, signore.
Macklin cap che era un ragazzo, dal peso e dalla voce, ma non riusciva
a distinguere il viso. Scorse un luccichio e pieg la testa per guardare la
mannaia impugnata dal ragazzo. Roland disse tu e io ci conosceremo
davvero bene, nei prossimi due minuti. Teddy! Dov' il fuoco?
La luce di Warner svan per un minuto. Roland rimase nel buio con il
colonnello. Brutta giornata disse Macklin. Non ne hai mai viste di peg-
giori, vero?
Nossignore. La voce di Roland tremava.
La luce torn. Warner reggeva la gamba fiammeggiante della sedia co-
me se fosse una torcia. Ecco qui, colonnello! Roland, adesso te la butto.
Sei pronto?
Roland afferr la torcia e si chin di nuovo sopra il colonnello. Macklin,
con gli occhi confusi dal dolore, scorse alla luce tremolante il viso del ra-
gazzo e pens di averlo gi visto da qualche parte. Dove sono i tuoi geni-
tori, figliolo? domand.
Non so. Li ho perduti.
Macklin guard l'estremit ardente del pezzo di sedia e preg che bru-
ciasse abbastanza da cauterizzare. Non preoccuparti disse. Ci penser
io. Spost lo sguardo dalla torcia alla lama della mannaia. Il ragazzo si
accucci goffamente su di lui, a cavallo del cadavere; fiss il punto in cui
il polso si congiungeva alla parete di roccia. Bene disse Macklin  ora.
Forza, Roland: procedi, prima che uno di noi due se la faccia sotto. Terr
duro pi che posso. Sei pronto?
 pronto disse Teddybear Warner, dall'orlo del pozzo.
Macklin sorrise, torvo; una goccia di sudore gli col sul naso. Dai il
primo colpo alla svelta, Roland lo incit.
Roland strinse nella sinistra la torcia e alz la mannaia fin dietro la testa.
Sapeva esattamente dove colpire... proprio nel punto in cui la fenditura in-
ghiottiva la carne annerita. Forza, si disse; ora! Macklin trasse un respiro
rumoroso. Roland strinse con forza la mannaia, che rimase a perpendicolo
sulla sua testa. Ora! Il braccio s'irrigid come una sbarra di ferro. Ora!
La mannaia cal sul polso del colonnello Macklin.
Scricchiolio d'ossa. Macklin sobbalz, ma non emise suono. Roland
pens che la lama avesse attraversato il polso da parte a parte, ma vide con
nuovo orrore che era penetrata solo per tre centimetri.
Vai avanti! grid Warner.
Roland liber la mannaia.
Gli occhi di Macklin, cerchiati di viola, si chiusero e si riaprirono di
scatto. Vai avanti! mormor.
Roland alz il braccio e colp di nuovo. Il polso non si stacc ancora.
Roland colp una terza volta, una quarta, sempre pi forte. Il gobbo con un
occhio solo gli grid di sbrigarsi, ma Macklin rest muto. Roland liber la
mannaia e colp per la quinta volta. Ora c'era un mucchio di sangue, ma i
tendini resistevano. Roland cominci a muovere la mannaia avanti e indie-
tro come un seghetto. Il viso di Macklin s'era fatto livido e giallastro, le
labbra erano grigie come terra di cimitero.
Bisognava finire il lavoro prima che il sangue sgorgasse come acqua da
una manica antincendio. Altrimenti il Re sarebbe morto. Roland alz la
mannaia sopra la testa, con la spalla dolorante per lo sforzo... e a un tratto
non fu pi una mannaia, fu un'ascia sacra, e lui era ser Roland del Regno,
convocato a liberare il Re imprigionato in quella segreta soffocante. Solo
lui, in tutto il reame, poteva riuscirci: questo era il suo momento. Sent
pulsare in s il potere dei giusti; mentre calava la lucente ascia sacra, man-
d un grido, con voce rauca, quasi inumana.
L'ultimo pezzo d'osso si ruppe. I tendini cedettero al potere dell'ascia sa-
cra. E poi il Re si contorse. Una grottesca cosa sanguinante con la superfi-
cie bucherellata come una spugna fu spinta sotto il naso di Roland. Il san-
gue gli schizz sulle guance e la fronte, quasi l'accec.
Brucialo! url Warner.
Roland accost la torcia al moncherino sanguinante e spugnoso, che si
ritrasse di scatto; ma lui l'afferr e lo tenne fermo, mentre Macklin si dibat-
teva selvaggiamente. Premette la torcia sulla ferita, nel punto in cui c'era
stata la mano del colonnello. Inorridito e affascinato, guard il moncherino
bruciare, la ferita annerirsi e gonfiarsi; ud il sibilo del sangue di Macklin
che sfrigolava. Sent il lezzo di carne bruciata, lo aspir a fondo nei pol-
moni, come incenso purificatore, e continu a cauterizzare la ferita, a pre-
mere il fuoco sulla carne. Finalmente Macklin smise di dibattersi ed emise
un gemito sordo, innaturale, che parve uscire dalla gola di una belva ferita.
Bene! grid Warner, da sopra.  fatta!
Roland era ipnotizzato alla vista della carne che si scioglieva. La manica
strappata del giubbotto di Macklin aveva preso fuoco, il fumo turbinava su
per il pozzo.
Basta cos! grid Warner. Il ragazzo non si fermava! Roland! Basta
cos, maledizione!
Roland fu riportato alla realt. Lasci andare il braccio del colonnello. Il
moncherino era nero e lucente, come ricoperto di catrame. Le fiamme sulla
manica del giubbotto si estinguevano da sole.  finita, cap Roland. Finita.
Sbatt contro la parete del pozzo il pezzo di legno, fino a spegnerlo, poi lo
lasci cadere.
Vado a cercare un pezzo di corda per tirarvi fuori! grid Warner. Stai
bene?
Roland non si sent di rispondere. La luce si allontan, lo lasci al buio.
Roland udiva il respiro rauco del colonnello; strisci all'indietro sul cada-
vere incastrato fra loro due, fino a trovarsi con la schiena contro la roccia;
allora si rannicchi e strinse al petto l'ascia sacra. Sul viso macchiato di
sangue aveva un ghigno fisso, ma gli occhi erano stravolti.
Il colonnello gemette e borbott qualcosa che Roland non riusc a capire.
Poi ripet le parole, con voce tesa per la sofferenza: Nervi a posto. Una
pausa, poi di nuovo: Nervi a posto... nervi a posto... soldato... La voce
era delirante, aumentava di volume, poi si affievoliva in un sussurro.
Nervi a posto... signors... fino in fondo... signors... signors... Ora la
voce del colonnello Macklin sembrava quella di un bambino che si ritraes-
se davanti alle frustate. Signors... per favore... signors... signors...
Termin con un suono che era per met un gemito, per met un singhiozzo
tremante.
Roland aveva ascoltato con attenzione. Quella non era la voce vittoriosa
d'un eroe di guerra; sembrava piuttosto quella di un servo supplicante. Ro-
land si domand che cosa ci fosse nella mente del Re. Un re non dovrebbe
supplicare. Neppure negli incubi peggiori. Era pericoloso, per un re, mo-
strare segni di debolezza.
Qualche tempo dopo - quanto, non sapeva - Roland si sent toccare il
ginocchio. Mosse a tentoni la mano, trov un braccio. Macklin aveva ri-
preso conoscenza.
Sono in debito con te disse il colonnello Macklin. Ora sembrava di
nuovo il duro eroe di guerra.
Roland non rispose... ma intu all'improvviso che avrebbe avuto bisogno
di protezione, per sopravvivere nel prossimo futuro. Forse suo padre e sua
madre erano morti... probabilmente, anzi; e il loro corpo era perduto per
sempre. Lui aveva bisogno di uno scudo contro i pericoli del futuro, non
solo all'interno di Casa Terra, ma anche all'esterno... cio, si disse, se mai
avesse rivisto il mondo esterno. Decise di stare vicino al Re, d'ora in avan-
ti; forse era l'unico modo per uscire vivo da quelle prigioni sotterranee.
E lui, se mai, voleva vivere per vedere che cosa restava del mondo al di
l di Casa Terra. Un giorno alla volta, si disse... e se avesse superato il
primo giorno, avrebbe potuto superare anche il secondo e il terzo. Era
sempre stato il tipo che sopravvive... qualit indispensabile, per essere Ca-
valiere del Re. Ora avrebbe fatto tutto il necessario per mantenersi in vita.
Il vecchio gioco  terminato, pens; il nuovo sta per iniziare! E forse sa-
rebbe stato il pi grande gioco di Cavaliere del Re che avesse mai tentato,
perch era reale.
Roland cull l'ascia sacra e attese il ritorno del gobbo con un occhio so-
lo; gli parve di udire l'acciottolio di dadi in un bicchiere d'osso scolorito.
16
Signora, non berrei di certo, se fossi in lei.
Sorpresa dalla voce, Sister Creep alz lo sguardo dalla pozza d'acqua ne-
rastra su cui era china.
A qualche metro da lei c'era un uomo basso e paffuto, che indossava una
pelliccia di visone, ridotta a straccio bruciacchiato, sopra un pigiama di se-
ta rossa; le gambe, magre come zampe d'uccello, erano nude, ma ai piedi
aveva un paio di scarpe nere a punta larga. Il viso pallido da luna piena era
butterato di ustioni; anche i capelli erano bruciati, ma rimanevano i favoriti
grigi e le sopracciglia. La faccia era orribilmente gonfia: il naso e le guan-
ce, dilatati come se l'uomo trattenesse il fiato, mostravano venature blua-
stre di capillari rotti. Nelle orbite ridotte a fessure, gli occhi castani si mos-
sero dal viso di Sister Creep alla pozza d'acqua nera e viceversa. Quella
merda  veleno disse l'uomo, con la pronuncia del Michigan. La far
morire di sicuro.
Sister Creep rimase accucciata sopra la pozza, come un animale che di-
fenda la sua acqua. Per ripararsi dalla pioggia battente si era rifugiata den-
tro la carcassa di un taxi e aveva cercato di dormire l, in quella lunga notte
di sofferenza; ma i pochi minuti di riposo erano stati turbati da allucina-
zioni in cui rivedeva la creatura con la faccia che cambiava forma, il mo-
stro incontrato nel cinema. Appena il cielo nero si era schiarito assumendo
il colore dei fiumi fangosi, aveva lasciato il rifugio - imponendosi di non
guardare il cadavere sui sedili anteriori - ed era andata a cercare cibo e
acqua. La pioggia si era ridotta a occasionali scrosci di acquerugiola pun-
gente, ma l'aria diventava pi fredda; il gelo sembrava quello d'inizio no-
vembre e lei tremava, negli stracci inzuppati. L'acqua piovana nella pozza
a un palmo dal suo viso aveva odore di cenere e di zolfo, ma lei era cos
disidratata e assetata che era stata sul punto di tuffarvi dentro il viso e di
aprire la bocca.
Dalla conduttura principale, laggi, schizza un geyser disse l'uomo,
indicando una direzione che a Sister Creep parve il nord. Sembra quasi
l'Old Faithful.
Sister Creep si scost dalla pozzanghera contaminata. In lontananza, il
rombo del tuono parve un merci in transito; era impossibile scorgere il so-
le, fra le nubi basse e scure.
Hai trovato qualcosa da mangiare? domand all'uomo, muovendo a
fatica le labbra gonfie.
Un paio di panini alla cipolla, in quella che era una panetteria, credo.
Ma non li ho digeriti. Mia moglie dice che sono il campione mondiale di
vomito. Si pos sul ventre la mano piagata. Ulcera e stomaco delicato.
Sister Creep si alz. Lo superava di quasi dieci centimetri. Ho sete
disse. Ti spiace condurmi all'acqua?
Lui guard il cielo, con la testa piegata verso il rombo del tuono, poi ri-
mase a fissare in silenzio le rovine circostanti. Cerco un telefono disse.
O un poliziotto. Ho cercato per tutta la notte. Non se ne trova mai uno,
quando serve. Vero?
 accaduta una cosa terribile rispose Sister Creep. Non credo che te-
lefoni e sbirri esistano ancora.
Ma io devo trovare un telefono! protest l'uomo, in tono pressante.
Mia moglie si domander cosa m' successo! Devo telefonarle, farle sa-
pere... che sto... bene... La voce mor a poco a poco, mentre lui fissava il
paio di gambe irrigidite che sporgeva da una catasta d'acciaio contorto e di
lastre di cemento. Oh mormor, mentre gli occhi gli si velavano come
vetri appannati dalla nebbia. Suonato come una campana, pens Sister
Creep; si avvi verso nord, arrampicandosi sopra un'alta cresta di macerie.
Dopo qualche minuto, sent il respiro ansante del piccoletto che ar-
rancava per raggiungerla. Vede, non sono di queste parti disse l'uomo.
Vengo da Detroit. Ho un negozio di scarpe nell'Eastland Shopping
Center. Sono qui per un convegno, capisce? Se mia moglie sente la notizia
alla radio, si preoccuper da morire!
Sister Creep rispose con un borbottio. Pensava solo a trovare dell'acqua.
Mi chiamo Wisco riprese l'uomo. Arthur Wisco. Artie. Devo trovare
un telefono! Vede, ho perso il portafogli, i vestiti, tutto! Con un gruppo di
colleghi sono rimasto fuori fino a tardi, l'altro ieri notte. E la mattina vomi-
tavo per tutta la stanza. Ho saltato le prime due riunioni di vendita e sono
rimasto a letto. Avevo le coperte sulla testa A un tratto c' stata una luce
spaventosa e un fragore terribile, il letto  sprofondato dritto nel pavimen-
to! Diavolo, l'albergo ballava e cadeva a pezzi. Sono piombato nell'atrio e
poi gi nello scantinato, con tutto il letto! Quando sono riuscito a tirarmi
fuori, l'albergo era sparito. Ridacchi piano. Cristo, l'isolato intero era
sparito!
Non  stato l'unico a sparire.
Gi. Be', mi ero tagliato malamente i piedi. Ma ci pensa? Io, Artie Wi-
sco, senza scarpe! Cos ho dovuto toglierne un paio a un... La voce mor
di nuovo. Si arrampicarono fin quasi sulla cima del costone. Le bastarde
mi vanno un po' strette disse. Ma ho anche i piedi gonfi. Le scarpe sono
importanti, glielo dico io! Dove andrebbe, la gente, senza le scarpe? Ecco,
prenda le scarpe di tela che ha addosso. Sono a buon mercato e non le du-
reranno a lungo...
Sister Creep si gir. Ma vuoi startene zitto? gli disse. Riprese ad ar-
rampicarsi.
Lui resistette circa quaranta secondi. Mia moglie diceva che non do-
vevo fare questo viaggio. Che avrei rimpianto la spesa. Non sono ricco.
Ma le ho detto, diavolo, una volta all'anno! Una volta all'anno nella Gran-
de Mela non  troppo...
Non c' pi niente! gli url Sister Creep. Pazzo rimbambito! Guarda-
ti intorno!
Artie Wisco rimase immobile a fissarla. Quando riapr bocca, il viso teso
e gonfio parve sul punto di lacerarsi. Per favore mormor. Per favore,
non...
Si tiene aggrappato solo con le unghie, pens Sister Creep; inutile moz-
zargli le dita. Scosse la testa. Era importante non andare a pezzi. Non esi-
steva pi niente, ma lei aveva ancora una scelta: o si sedeva l fra le mace-
rie ad aspettare la morte, oppure cercava l'acqua. Scusa disse. Non ho
dormito molto bene, stanotte.
A poco a poco Artie parve tornare in vita. Comincia a fare freddo os-
serv. Guardi! Il fiato si condensa! Esal un alito spettrale. Tenga, ne
ha pi bisogno di me. Cominci a togliersi la pelliccia. Se mia moglie
scopre che portavo un visone, sono inguaiato per sempre! Con un gesto
Sister Creep rifiut, ma Artie insistette. Oh, non si preoccupi! Ce ne sono
quante ne vuole, dove l'ho presa. Alla fine, solo per indurlo a riprendere il
cammino, Sister Creep si lasci mettere sulle spalle la pelliccia lacera; pas-
s la mano sul visone bruciacchiato.
Mia moglie dice che so essere un vero gentiluomo, quando voglio ri-
prese Artie. Oh, cosa s' fatta al collo?
Sister Creep si tocc la gola. Un tale mi ha strappato una cosa che
m'apparteneva rispose; poi si strinse nella pelliccia, per proteggersi dal
freddo, e riprese a camminare. Non aveva mai portato un visone. Quando
raggiunse la sommit della cresta, prov il folle impulso di gridare: Ehi,
miserabili peccatori morti! Giratevi a faccia in su e ammirate una signora!
In ogni direzione, la citt era distrutta. Sister Creep inizi a scendere il
pendio opposto della cresta, con Artie Wisco alle calcagna. L'uomo bor-
bottava ancora di Detroit, di scarpe, di trovare un telefono, ma Sister Creep
lo ignor. Mostrami l'acqua disse, quando raggiunsero la base della cre-
sta. Lui rimase a guardare per un minuto, come se cercasse di decidere do-
ve prendere al volo un autobus. Da questa parte disse infine; e furono
costretti ad arrampicarsi di nuovo sopra una montagnola accidentata di
macerie, auto schiacciate, metallo contorto. Sotto i loro piedi c'erano tanti
di quei cadaveri, sfigurati in vario modo, che Sister Creep smise di trasali-
re quando ne calpestava uno.
In cima, Artie punt il dito. Laggi disse. Nella sottostante vallata di
detriti, una fontana d'acqua scaturiva da una fenditura nel cemento. In alto,
una rete di fulmini rossatri attravers le nubi, seguita dall'eco di una esplo-
sione.
Scesero nella valle e camminarono sopra mucchi di quelli che due giorni
prima erano stati tesori della civilt: quadri bruciati ancora nella loro cor-
nice dorata; televisori e apparecchi stereo mezzo fusi; resti ammaccati di
caraffe da ponce, tazze, coltelli e forchette, candelieri, scatole armoniche,
secchielli da champagne, d'argento sterling e d'oro; cocci di ceramiche di
valore inestimabile, vasi antichi, statue Art Dco, sculture africane, cristalli
Waterford
Il fulmine si ripet, pi vicino questa volta; il bagliore rossastro brillo
sopra migliaia di pezzi di gioielleria sparpagliati fra i detriti, collane e
bracciali, anelli e spille. Sister Creep vide un cartello stradale sporgere dal-
le macerie... e quasi si mise a ridere; ma temeva che, se avesse iniziato, a-
vrebbe continuato fino a farsi scoppiare il cervello. Il cartello diceva:
Quinta Avenue.
Vede? Artie alz a piene mani pellicce di visone. Le avevo detto che
ce n'erano altre! Sprofondava fino al ginocchio nella pellicceria annerita:
mantelli di leopardo, cappotti d'ermellino, giacche di foca. Scelse la pellic-
cia migliore e l'indoss.
Sister Creep si sofferm a frugare tra una catasta di borse di pelle e di
valigie. Trov un'ampia borsa con una solida cinghia e se l'appese alla
spalla. Ora si sentiva un po' meno nuda. Sulla facciata annerita dello stabi-
le da cui erano schizzati fuori gli articoli di pelle riusc a distinguere a ma-
lapena i resti di un'insegna: GUCCI. Senza dubbio quella era la borsa mi-
gliore che avesse mai avuto.
Avevano quasi raggiunto il getto d'acqua, quando un fulmine illumin i
detriti sparsi per terra, facendoli sembrare braci ardenti. Sister Creep si
ferm, si chin a raccogliere un pezzo di vetro grosso quanto il suo pugno,
fuso in un grumo nel quale era incastrata una manciata di piccole pietre
preziose... rubini, che nel buio risplendevano di rosso cupo. Altri grumi di
vetro erano disseminati tutt'intorno, sagomati dal calore in forme bizzarre,
come creati da un vetraio impazzito. Non rimaneva niente, dell'edificio da-
vanti a lei, a parte un frammento di parete di marmo verde. Ma Sister Cre-
ep guard le macerie degli edifici pi a sinistra e aguzz gli occhi nel cre-
puscolo. Sopra un arco di marmo abbattuto c'erano alcune lettere: TIF
ANY.
Tiffany, cap Sister Creep. E se l c'era Tiffany... allora lei si trovava
proprio davanti a...
Oh, no mormor, con le lacrime agli occhi. Oh, no... oh, no...
Era davanti a quello che era stato il suo posto magico... il negozio di cri-
stalli Steuben: i grumi deformi ai suoi piedi erano tutto quel che restava
dei magnifici tesori scolpiti. Il negozio dove lei andava a sognare davanti
alle vetrine con le sculture di freddo cristallo era svanito, strappato dalle
fondamenta, disseminato tutt'intorno. La vista di quella distruzione, con-
trapposta ai suoi ricordi, la sconvolse come se le avessero chiuso in faccia
le porte del paradiso.
Sister Creep rimase l immobile, mentre le lacrime le colavano sulle
guance coperte di vesciche.
Guardi questo! esclam Artie. Raccolse un ottagono deforme di vetro
pieno di brillanti, di rubini, di zaffiri. Ha mai visto una cosa simile?
Guardi! Ce ne sono dappertutto, in questo posto maledetto! Frug fra i
detriti, raccolse manate di vetro fuso, tempestato di pietre preziose. Ehi!
rise, con un raglio da mulo. Siamo ricchi, signora mia! Cosa compriamo
prima? Sempre ridendo, gett in aria pezzi di vetro. Qualsiasi cosa desi-
dera, signora! grid. Le comprer tutto quel che vuole!
Il fulmine arross il cielo. L'unico muro del negozio di Steuben esplose
di colori abbaglianti: rosso rubino, verde smeraldo, zaffiro blu notte, topa-
zio affumicato, vivido brillante. Sister Creep si avvicin al muro, con le
scarpe che scricchiolavano sul pietrisco; allung la mano a toccarlo. Il mu-
ro era pieno di pietre preziose. Sister Creep cap che i tesori di Tiffany,
Fortunoff e Cartier erano stati spazzati via dalle vetrine, in un fantastico
turbine di gemme lungo la Quinta Avenue... e si erano mischiati con le
sculture di cristallo che si fondevano nel negozio magico. Le centinaia di
gemme nel muro bruciato di marmo verde trattennero la luce per alcuni se-
condi, poi il bagliore si affievol come se lampadine multicolori si spe-
gnessero una alla volta.
Che spreco, pens Sister Creep; oh, che orribile, orribile spreco...
Arretr d'un passo, in lacrime; il piede le scivol sopra un pezzo di ve-
tro. Cadde a sedere e rimase l, senza pi voglia di rialzarsi.
Sta bene? Artie s'avvicin con circospczione. S' fatta male, si-
gnora?
Lei non rispose. Era stanca, esaurita; sarebbe rimasta l fra le macerie del
posto magico e forse si sarebbe riposata un poco.
Non si alza? L'acqua  proprio laggi.
Lasciami in pace rispose lei, irritata. Vattene via.
Via? Signora, dove diavolo vuole che vada?
Me ne frego. Non m'importa un accidente. Un solo... maledetto... acci-
dente. Raccolse una manciata di vetro fuso e di ceneri, la lasci scorrere
fra le dita. A che cosa serviva fare un altro passo? L'ometto aveva ragione.
Non c'era nessun posto dove andare. Tutto era morto, bruciato, rovinato.
Non c' pi speranza mormor, infilando pi a fondo la mano nella ce-
nere. Non c' pi speranza.
Chiuse le dita su altre cianfrusaglie di vetro, le port alla luce per vedere
in che genere d'immondizia i suoi sogni erano stati mutati.
E quello che diavolo ? chiese Artie.
Nella mano di Sister Creep c'era un cerchio di vetro, una sorta di ciam-
bella con un foro centrale d'una decina di centimetri. Il contorno era spesso
circa cinque centimetri, con un diametro di quindici, forse. Lungo la parte
superiore sporgevano a intervalli irregolari cinque punte di vetro; una era
sottile come la punta d'uno scalpello per ghiaccio; la seconda, larga come
lama di coltello; la terza, a uncino; le altre due, brutte e basta. Imprigionati
nel vetro c'erano ovali e quadrati scuri, di varia grandezza, a centinaia.
Bizzarre ragnatele s'intrecciavano nelle profondit del vetro.
Una stronzata borbott Sister Creep. Stava per buttarlo di nuovo nel
mucchio di ciarpame, quando balen un altro lampo.
Di colpo il cerchio di vetro esplose di luce infuocata. Per un istante Si-
ster Creep pens che avesse preso fuoco l sulla sua mano. Mand un ge-
mito e lo lasci cadere. Artie grid: Gesummio!
La luce si spense.
Sister Creep si guard il palmo e le dita della mano tremante, per vedere
se si era bruciata. Non aveva sentito calore, aveva solo visto il lampo acce-
cante.
Allung la mano per riprendere il cerchio di vetro, la ritrasse. Artie s'av-
vicin a guardare.
Sister Creep sfior con le dita il vetro, prima di ritirare bruscamente la
mano un'altra volta. Il vetro era liscio, simile a velluto gelido. Lei vi sof-
ferm le dita, poi lo strinse nella mano e lo tolse dalla cenere.
Il cerchio di vetro rimase scuro.
Sister Creep lo fiss, sent il cuore batterle forte.
Nella profondit del cerchio di vetro c'era un guizzo cremisi.
Cominci a crescere come fiamma, a propagarsi ad altri punti, a pulsare,
pulsare, pi intenso e pi luminoso di secondo in secondo.
Un rubino grosso come l'unghia del pollice avvamp di rosso; un altro,
pi piccolo, s'accese di luce come un fiammifero nel buio. Un terzo rubino
bruci come cometa; poi un quarto e un quinto, incassati profondamente
nel vetro freddo, presero vita. Il bagliore rosso puls, puls... e Sister Cre-
ep si rese conto che il ritmo di quel pulsare andava a tempo con i battiti del
suo cuore.
Altri rubini luccicarono, s'illuminarono, s'infiammarono come tizzoni.
Un brillante all'improvviso splendette di chiara luce biancazzurra, uno zaf-
firo di quattro carati esplose in un accecante fuoco color cobalto. Il cuore
di Sister Creep batt pi rapidamente, imitato dall'esplosione di luce nelle
centinaia di gemme imprigionate nel cerchio di vetro. Uno smeraldo sfol-
gor di gelido verde, un brillante a pera bruci di bianca incandescenza, un
topazio puls di uno scuro marrone rossastro; ora i rubini, gli zaffiri, i bril-
lanti e gli smeraldi si risvegliavano a decine. La luce s'increspava, percor-
reva le ragnatele che s'intessevano nel vetro. Le linee erano fili di metalli
preziosi - oro, argento e platino - fusi e imprigionati anch'essi; e mentre
s'accendevano come micce sfrigolanti, provocavano altre esplosioni di
smeraldo, di topazio, del viola intenso dell'ametista.
Il cerchio di vetro ardeva come un anello di fuochi multicolori, eppure
non scald le dita di Sister Creep. Adesso pulsava rapidamente, come il
cuore di lei; e i colori vibranti e sbalorditivi divennero pi luminosi.
Sister Creep non aveva mai visto niente di simile... mai, nemmeno nelle
vetrine della Quinta Avenue. Gemme d'incredibile colore e purezza erano
imprigionate nel vetro, alcune grosse cinque sei carati, altre minuscole
come puntini che tuttavia bruciavano con selvaggia energia. Il cerchio di
vetro puls... puls... puls...
Signora? mormor Artie, con riflessi luminosi negli occhi gonfi.
Posso... tenerlo?
Sister Creep era riluttante a cederlo, ma lui lo fissava con tale meraviglia
e desiderio che non poteva rifiutarglielo.
Le dita bruciate di Artie si strinsero intorno al cerchio; quando il vetro
lasci la stretta di Sister Creep, la luce cambi ritmo, si adegu ai battiti
del cuore di Artie. Anche i colori mutarono sottilmente: azzurri e verdi
crebbero di luminosit, lo sfolgorio dei brillanti e dei rubini si attenu. Ar-
tie accarezz il vetro; la superficie vellutata gli ricord la pelle di sua mo-
glie quand'era giovane... quando, sposini, iniziavano la vita in comune.
Pens a quanto amava sua moglie, a quanto la desiderava. Si era sbagliato,
cap in quell'istante. C'era un luogo dove andare. A casa, pens; devo tor-
nare a casa.
Dopo qualche secondo, restitu il cerchio a Sister Creep. Il vetro cambi
di nuovo luce, mentre lei lo stringeva fra le mani e scrutava le fantasmago-
riche profondit.
Casa mormor Artie, e la donna sollev lo sguardo. La mente di Artie
non abbandonava il ricordo della pelle morbida della moglie. Devo torna-
re a casa disse Artie, con voce pi forte. D'un tratto batt le palpebre, co-
me se l'avessero schiaffeggiato. Gli occhi luccicarono di lacrime. Qui...
non ci sono pi telefoni, no? E neppure agenti di polizia.
No disse Sister Creep. Non credo.
Oh. Artie annu, la guard, torn a fissare i colori pulsanti. Anche
lei... dovrebbe andare a casa.
Sister Creep sorrise torvamente. Non ho un posto dove andare.
Perch non viene con me, allora?
Lei rise. Venire con lei? Signore, non ha notato che gli autobus e i taxi
sono leggermente in ritardo, oggi?
Ho scarpe ai piedi. E lei pure. Le mie gambe funzionano ancora, e le
sue pure. Strapp lo sguardo dal cerchio pieno di luci infuocate e scrut
la distruzione che lo circondava, come se la vedesse con chiarezza solo al-
lora. Buon Dio disse. Buon Dio, perch?
Non credo che Dio abbia molto a che fare con questo disse Sister Cre-
ep. Ricordo... pregavo per l'assunzione in cielo, pregavo per il giorno del
giudizio... ma non ho mai pregato per una cosa simile. Mai!
Artie annu in direzione del cerchio di vetro. Dovrebbe aggrapparsi a
quello, signora. L'ha trovato lei, quindi penso che sia suo. Potrebbe valere
qualcosa, un giorno o l'altro. Scosse la testa, colto da stupore reverenzia-
le. Non  ciarpame, signora. Non so cosa sia, ma di sicuro non  ciarpa-
me. All'improvviso si alz, si strinse nella pelliccia. Be'... le auguro di
passarsela bene, signora. Rivolse al cerchio di vetro un'ultima occhiata
carica di desiderio, si gir e cominci ad allontanarsi.
Ehi! Anche Sister Creep si alz. Dove credi di andare?
Gliel'ho detto replic lui, senza girarsi. Devo andare a casa.
Sei pazzo? Detroit non  dietro l'angolo!
Artie non si ferm.  pazzo, pens Sister Creep; pi pazzo di me! Mise
il cerchio di vetro nella sua nuova borsa di Gucci; quando stacc la mano,
la luce pulsante si spense e i colori svanirono all'istante, come se l'oggetto
se ne tornasse a dormire. Sister Creep and dietro Artie. Ehi! Aspetta!
Cosa farai, senza cibo e senz'acqua?
Li trover, credo, quando ne avr bisogno. Se non li trovo, ne faccio a
meno. Ho scelta, signora?
No convenne lei.
Artie si ferm, si gir a guardarla. Giusto. Diavolo, non so se ci ar-
river. Non se neppure se uscir da questo maledetto deposito di rottami!
Ma questa non  casa mia. Se uno deve morire, dovrebbe tornare a casa da
qualcuno che ama, non crede? Scroll le spalle. Forse trover altre per-
sone. Forse trover un'auto. Se vuole restare qui, sono affari suoi. Ma Artie
Wisco ha scarpe ai piedi, e Artie Wisco cammina. Salut con il braccio e
si avvi di nuovo.
La pazzia gli  passata, pens lei.
Inizi a cadere una pioggia gelida, fatta di gocce nere e untuose. Sister
Creep apr di nuovo la borsa e sfior con un dito l'informe cerchio di vetro,
per vedere che cosa sarebbe accaduto.
Un solo zaffiro s'accese di vita. Le ricord la luce girevole azzurra che le
lampeggiava sul viso. F un altro ricordo, vicino, vicinissimo... che, prima
di lasciarsi afferrare, scivol di nuovo via. Una cosa che non era ancora
pronta a ricordare.
Tolse il dito. Lo zaffiro si oscur.
Un passo, si disse. Un passo, e il passo seguente .ti porta dove volevi
andare.
Ma se non sai dove volevi andare?
Ehi! grid ad Artie. Almeno trova un ombrello. E una borsa come la
mia, per metterci il cibo e il resto. Cristo, pens. Questo qui non resister
nemmeno mille metri. Doveva andare con lui, se non altro per impedirgli
di lasciarci le penne. Aspettami! grid. E poi percorse i pochi metri che
la separavano dal geyser della tubatura centrale rotta e si ferm sotto il get-
to d'aqua, lasciando che la pulisse dalla polvere, dalle ceneri, dal sangue.
Spalanc la bocca e bevve finch non si sent lo stomaco gonfio. Ora la
fame prese il posto della sete. Forse avrebbe trovato qualcosa da mangiare,
forse no. Ma almeno aveva calmato la sete. Un passo, pens. Un passo alla
volta.
Artie l'aspettava. L'istinto spinse Sister Creep a raccogliere alcuni cocci
di vetro incastonati di pietre preziose; li avvolse in un fazzoletto azzurro a
brandelli e li mise nella borsa. Frug tra i detriti, il paradiso di una accat-
tona, e trov una graziosa scatola di giada; ma quando sollev il coperchio,
la scatola suon una musichetta e quel motivo dolce, in mezzo a tanta de-
solazione, le mise tristezza. Restitu la scatola alle macerie di cemento.
Poi cominci a camminare verso Artie Wisco, sotto la pioggia gelida, e
si lasci alle spalle le rovine del suo posto magico.
17
C' un geomio nel buco! delir PawPaw Briggs. Signore Iddio, che
capitombolo!
Josh Hutchins non sapeva che ore fossero, n da quanto tempo stessero
l sotto; aveva dormito parecchio, sognato cose orribili, Rose e i ragazzi
che correvano davanti a un tornado di fuoco. Si stup di respirare ancora:
l'aria era viziata, ma sembrava respirabile. Presto avrebbe chiuso gli occhi
e non si sarebbe pi svegliato. Se restava immobile, riusciva a sopportare il
dolore delle ustioni. Ascolt i borbottii del vecchio. Morire per mancanza
d'aria, pens, forse non sarebbe stato poi tanto brutto, un po' come avere il
singhiozzo prima di andare a dormire, e in realt non ci si accorgeva che i
polmoni stentavano a trovare ossigeno. Gli dispiaceva di pi per la bambi-
na. Era cos giovane, pens. Cos giovane. Non aveva nemmeno avuto la
possibilit di crescere.
Bene, si disse, adesso torno a dormire. Forse sar l'ultima volta. Pens
alla gente nell'arena di wrestling a Concordia e si domand quanti di loro,
in quello stesso momento, fossero gi morti o moribondi. Povero Johnny
Lee Richwine! Un giorno si rompe la gamba, il giorno dopo gli succede
questo! Merda. Non c' giustizia... non c' proprio giustizia...
Si sent tirare la camicia. Il movimento mand piccole fitte di dolore a
percorrergli i nervi.
Signore? disse Swan. La bambina l'aveva udito respirare ed era stri-
sciata nel buio accanto a lui. Mi senti, signore? Per buona misura lo tir
di nuovo per la camicia.
S rispose Josh. Ti sento. Cosa c'?
Mamma sta male. Puoi aiutarla?
Josh si tir a sedere. Che cos'ha?
Respira in modo strano. Per favore, aiutala.
La bambina aveva il pianto nella voce, ma non cedeva alle lacrime. A-
veva carattere, pens Josh. Va bene. Prendimi per mano e guidami da
lei. Tese la mano, dopo qualche secondo, la bambina la trov nel buio e
strinse nella sua tre dita di Josh.
Carponi, Swan lo guid dall'altra parte dello scantinato, dove la madre
giaceva nel terriccio. Mentre dormiva rannicchiata accanto a lei, Swan era
stata svegliata da un suono simile al raspare di cardini arrugginiti. Darleen
scottava, era tutta sudata, eppure tremava. Mamma? mormor Swan.
Mamma, ho chiamato il gigante ad aiutarti.
Ho solo bisogno di riposare, tesoro disse la donna, con voce asson-
nata. Sto bene. Non preoccuparti per me.
 ferita? domand Josh.
Merda, che domanda! Ho male dappertutto. Cristo, chiss cosa m'ha
colpito. Poco fa mi sentivo bene... come se mi fossi scottata al sole, nien-
t'altro. Per, merda, gi altre volte mi sono scottata anche peggio! Deglut
rumorosamente. Mi farei una bella birra adesso.
Pu darsi che ci sia qualcosa da bere. Josh si mise a cercare, dis-
seppell altre lattine ammaccate. Senza luce, per, non sapeva che cosa
contenessero. Anche lui aveva sete e fame. E la bambina era certo nelle
stesse condizioni. Pure PawPaw avrebbe gradito un po' d'acqua. Trov una
lattina che perdeva, assaggi il liquido. Pesche sciroppate. Una scatola di
pesche sciroppate. Prenda disse. Accost la lattina alla bocca della don-
na per permetterle di bere.
Darleen bevve con avidit, poi scost debolmente la lattina. Cosa vuol
fare, avvelenarmi? Ho detto che mi ci va una birra!
Mi scusi,  il meglio che ho trovato, per il momento. Diede la lattina a
Swan e le disse di bere.
Quando vengono a tirarci fuori da questo buco di merda? domand
Darleen.
Non so. Forse... Esit. Forse presto.
Cristo! Mi sento come... come se mi arrostissero da una parte e mi con-
gelassero dall'altra.  cominciato all'improvviso.
Si riprender presto disse Josh. Una frase assurda, ma non sapeva che
cosa dire. Sentiva accanto a s la bambina, silenziosa e attenta. La piccola
ha capito, pens. Cerchi solo di riposare. Riprender le forze.
Vedi, Swan? T'ho detto che stavo bene.
Josh non poteva fare altro. Prese la scatola di pesche e strisci accanto al
vecchio, che delirava. Che capitombolo! borbott PawPaw. Oh, Dio
mio... hai trovato la chiave? Come metto in moto il camion, senza la chia-
ve?
Josh mise il braccio sotto la testa del vecchio, la sollev, gli accost alle
labbra la scatola. PawPaw tremava e bruciava di febbre. Beva disse
Josh; e il vecchio ubbid come un neonato davanti al biberon.
Signore? Usciremo di qui?
Josh non si era accorto che la bambina era accanto a lui. Swan conserva-
va la calma e parlava in un sussurro per non farsi udire dalla madre. Cer-
to rispose Josh. L bambina rimase in silenzio; nuovamente Josh ebbe
l'impressione che anche nel buio gli avesse letto in faccia la bugia. Non
so si corresse. Pu darsi. Pu darsi di no. Dipende.
Dipende da che cosa?
Non vuoi mollarmi, eh? Dipende da quel che  rimasto fuori. Hai capi-
to che cos' successo?
Qualcosa  saltato in aria rispose lei.
Giusto. Ma pu darsi che molti altri posti siano saltati in aria. Citt in-
tere. Potrebbe esserci... Esit. Continua. Tanto vale dirlo una volta per
tutte. Potrebbero esserci milioni di morti, o di persone imprigionate come
noi. Allora non resterebbe nessuno per tirarci fuori.
La bambina tacque per qualche secondo. Poi replic: Non  quel che
volevo sapere. Avevo domandato se usciremo di qui.
Voleva sapere, cap Josh, se avrebbero tentato d'uscire, anzich aspettare
che qualcuno venisse ad aiutarli. Be' rispose se avessimo a portata di
mano un bulldozer, ti direi di s. Ma non credo che ci muoveremo di qui,
per il momento.
Mamma sta male davvero disse Swan; e stavolta la voce s'incrin.
Ho paura.
Anch'io ammise Josh. La bambina mand un unico singhiozzo, poi si
ferm, come se si fosse ripresa, grazie a un'incredibile forza di volont.
Josh allung la mano, trov il braccio di Swan. Sent le vesciche scoppia-
re. Trasal, tolse subito la mano. E tu come stai? domand. Hai male?
Mi fa male la pelle. Come il formicolio. E mi fa male lo stomaco. Ho
rimesso, un po' di tempo fa, ma l'ho fatto nell'angolo.
Gi, anch'io ho una specie di nausea. Sentiva anche un bisogno ur-
gente di orinare; avrebbe dovuto mettere insieme un impianto igienico di
fortuna. Avevano una buona quantit di cibo in scatola e di succhi di frut-
ta; quasi certamente c'era dell'altra roba sepolta nel terriccio. Basta cos, si
disse, perch si era concesso un guizzo di speranza. L'aria finir presto!
Non possiamo sopravvivere qui sotto.
Ma cap pure che si trovavano nell'unico posto che avesse potuto riparar-
li dall'esplosione. Sotto tutto quel terriccio, forse le radiazioni non sarebbe-
ro filtrate. Josh era stanco, aveva male alle ossa, ma non provava pi l'im-
pulso di distendersi ad aspettare la morte. Se l'avesse fatto, avrebbe segna-
to anche la sorte della bambina. Ma se avesse respinto la stanchezza e or-
ganizzato il recupero delle scatole di cibo, forse sarebbe riuscito a mante-
nere tutti in vita per... per quanto? Ancora un giorno? Tre giorni? Una set-
timana?
Quanti anni hai? domand alla bambina.
Nove rispose Swan.
Nove ripet lui, piano, e scosse la testa. Rabbia e compassione gli agi-
tarono l'anima. Una bambina di nove anni avrebbe dovuto giocare nel sole
d'estate. Una bambina di nove anni non avrebbe dovuto trovarsi in uno
scantinato buio, con un piede nella fossa. Non era giusto! Maledizione,
non era giusto!
Tu come ti chiami?
Gli occorse un minuto, prima di trovare la voce. Josh. E tu sei Swan, il
Cigno, no?
Sue Wanda. Per mamma mi chiama Swan. Come hai fatto a diventare
gigante?
Josh aveva gli occhi pieni di lacrime, ma riusc a sorridere lo stesso.
Sar stato il pane di granturco di mia mamma, che mangiavo quando a-
vevo pi o meno la tua et.
Il pane di granturco ti ha fatto diventare gigante?
Be', sono sempre stato grande e grosso. Giocavo a football... prima al-
l'Auburn University, poi con i New Orleans Saints.
Giochi ancora?
No. Sono... ero un wrestler. Wrestling professionistico. Io ero il cat-
tivo.
Oh. Swan medit su quelle parole. A uno dei suoi tanti zii, zio Chuck,
piaceva andare agli incontri di wrestling a Wichita e anche guardarli alla
tiv. E a te piace? Fare il cattivo, voglio dire.
In realt  una specie di gioco. Facevo solo finta d'essere cattivo. E non
so se mi piaceva. Ho cominciato a farlo...
C' un geomio nel buco! disse PawPaw. Oddio, guarda come se ne
scappa!
Perch continua a parlare di un geomio? chiese Swan. Sta male. Non
sa cosa dice. PawPaw borbott, vaneggi di ciabatte che non trovava pi
e della necessit di pioggia sul raccolto, poi scivol di nuovo nel silenzio.
Il corpo del vecchio irradiava calore come un forno spalancato. Josh cap
che non sarebbe durato molto. Dio solo sapeva che cosa gli era successo
dentro il cranio, quando aveva guardato l'esplosione.
Mamma ha detto che andavamo a Blakeman disse Swan, sforzandosi
di non pensare al vecchio: sapeva che era moribondo. Ha detto che anda-
vamo a casa. Tu dove andavi?
A Garden City. Dovevo sostenere un incontro.
 l casa tua?
No, casa mia  gi nell'Alabama... molto, molto lontano da qui.
Mamma diceva che andavamo a trovare mio nonno. Vive a Blakeman.
La tua famiglia vive nell'Alabama?
Josh pens a Rose e ai due figli. Ma ormai facevano parte della vita di
un altro... se erano ancora vivi. Non ho famiglia rispose.
Non hai nessuno che ti vuole bene?
No. Non credo. Ud il gemito di Darleen e aggiunse: Farai meglio a
badare alla mamma, eh?
Sissignore. Swan cominci a strisciare via, poi gir la testa nel buio,
dalla parte del gigante. Sapevo che sarebbe successa una cosa terribile
disse. L'ho saputo la notte che abbiamo lasciato la roulotte di zio Tommy.
Ho cercato di dirlo a mamma, ma lei non ha capito.
Come lo sapevi?
Me l'hanno detto le lucciole. L'ho visto nella loro luce.
Sue Wanda? chiam debolmente Darleen. Swan? Dove sei?
Qui, mamma. Swan strisci accanto alla donna.
Gliel'hanno detto le lucciole, pens Josh. Giusto. Almeno la bambina ha
una fantasia vivida. Bene: a volte la fantasia  un buon rifugio, quando la
vita si fa dura.
Ma all'improvviso ricord lo sciame di cavallette che aveva attraversato
la sua auto. Volavano via dai campi a migliaia di migliaia, negli ultimi
due o tre giorni aveva detto PawPaw. Non  normale.
Chiss se le cavallette sapevano che in quei campi stava per accadere
qualcosa. E se avessero intuito il disastro, fiutandolo nel vento o nella terra
stessa?
Lasci perdere quei pensieri e si dedic a faccende pi importanti. Do-
veva trovare un angolo dove pisciare, prima che gli scoppiasse la vescica.
Non gli era mai capitato di pisciare accoccolato. Ma se l'aria non mancava,
e se resistevano per un poco, bisognava fare qualcosa per i rifiuti. Non gli
piaceva l'idea di strisciare sopra i suoi, e tanto meno su quelli degli altri. Il
terremoto aveva squassato il pavimento e frantumato lo strato di cemento;
ricordava d'avere toccato una zappa da giardino, in mezzo ai detriti: poteva
servirgli per scavare una specie di latrina.
E doveva frugare lo scantinato da un capo all'altro, anche a quattro zam-
pe, per raccogliere tutte le scatole e qualsiasi cosa trovasse. Il cibo non
mancava, era chiaro; e le scatole contenevano liquidi sufficienti a tenerli in
vita per un poco. Ma, pi di tutto, voleva la luce: solo ora capiva quanto gli
sarebbe mancata l'elettricit.
Strisci in un angolo lontano per svuotarsi. Ne passerai, di tempo, prima
di fare di nuovo il bagno, si disse; e non ti serviranno pi nemmeno gli oc-
chiali da sole.
Sussult. L'urina bruciava come acido di batteria.
Ma sono vivo, pens. Certo, non sar rimasto molto per cui vivere. Ma
sono vivo. Forse domani sar morto, ma oggi sono vivo e mi piscio addos-
so.
Per la prima volta dall'esplosione, si concesse di sognare che in qualche
modo - chiss come - sarebbe vissuto per vedere ancora il mondo ester-
no.
18
Il buio venne all'improvviso. Nell'aria di luglio c'era il freddo di dicem-
bre; una pioggia nera e gelida continuava a cadere sulle rovine di Man-
hattan.
Sister Creep e Artie Wisco, fermi sulla sommit di una cresta, guar-
davano verso occidente. Gli incendi ardevano ancora, al di l dell'Hudson,
nelle raffinerie di Hoboken e di Jersey City: ma, a parte le fiamme aran-
cione, l'ovest era buio. Le gocce di pioggia tamburellavano sull'ombrello
dai colori vivaci che Artie aveva trovato fra le macerie d'un negozio d'arti-
coli sportivi. Il negozio aveva offerto anche altri tesori... uno zaino Day-
Glo di naylon arancione, ora sulle spalle di Artie, e un nuovo paio di scar-
pe da ginnastica, ora ai piedi di Sister Creep. Adesso la borsa di Gucci
conteneva una forma bruciacchiata di pane di segale, due scatolette di ac-
ciughe munite di chiavetta per l'apertura, una confezione di prosciutto af-
fettato che si era gi cotto nella plastica, una bottiglia miracolosamente in-
tatta di ginger ale Canada Dry, tutte cose che avevano resistito alla distru-
zione di una rosticceria. Erano occorse alcune ore per percorrere il tratto
fra la parte alta della Quinta Avenue e la loro prima destinazione, il Lin-
coln Tunnel. Ma il tunnel era crollato e il fiume si era alzato fino ai cancel-
li di pedaggio, in un'ondata di auto schiacciate, lastre di cemento, cadaveri.
Senza una parola, avevano girato le spalle al tunnel. Sister Creep aveva
guidato Artie verso sud, in direzione dell'Holland Tunnel, un'altra via sotto
il fiume. Il buio era sceso prima che vi arrivassero; adesso dovevano aspet-
tare il mattino, per scoprire se anche l'Holland era crollato. L'ultimo cartel-
lo stradale che Sister Creep aveva visto era quello della Ventiduesima O-
vest, ma giaceva su un fianco fra la cenere e forse era stato scagliato fin l,
dalla posizione originaria della via.
Be' disse piano Artie, lo sguardo puntato al di l del fiume. Non
sembra la casa di qualcuno, vero?
No. Sister Creep rabbrivid e si strinse nella pelliccia di visone. Fa
sempre pi freddo. Dobbiamo trovare un riparo. Nel buio guard le sa-
gome indistinte di alcuni edifici parzialmente in piedi. Ognuno di essi po-
teva crollare loro sulla testa, ma a Sister Creep non piacque il rapido ab-
bassarsi della temperatura. Andiamo disse. Si avvi verso un edificio.
Artie la segu senza protestare.
Durante il percorso fin l, avevano trovato solo quattro superstiti: tre e-
rano gravemente feriti, prossimi alla morte; il quarto, un uomo orren-
damente ustionato, in completo a righine, si era messo a ululare come un
cane, quando si erano avvicinati, ed era corso a rintanarsi in un crepaccio.
Sister Creep e Artie avevano proseguito, calpestando tanti di quei cadaveri
che l'orrore della morte aveva perso il suo impatto; adesso rimanevano
sconvolti solo quando udivano un lamento fra le macerie oppure, come era
accaduto in un caso, una risata e un grido in lontananza. Erano andati in di-
rezione della voce, ma non avevano visto esseri viventi. La risata folle
sconvolse Sister Creep: le ricordava la risata udita dentro il cinema, quella
dell'uomo con la mano ardente.
Ci sono altri, l fuori, ancora vivi aveva detto quell'uomo. In attesa
di morire. Non dovranno aspettare molto. E tu neppure.
Staremo a vedere, stronzo sbott Sister Creep.
Cosa? disse Artie.
Oh. Niente. Cos... pensavo. Pensavo, si rese conto. Pensare non era
cosa che facesse spesso. Gli ultimi anni erano un ricordo confuso; prima
ancora, c'era una tenebra interrotta solo dalla luce girevole azzurra e dal
demone nell'impermeabile giallo. Il mio vero nome non  Sister Creep,
pens all'improvviso. Il mio vero nome ... Ma non sapeva quale. E non
sapeva chi era, n da dove veniva. Come sono arrivata qui?, si domand;
ma non seppe che cosa rispondersi.
Entrarono nei resti di un edificio di pietra grigia, passando da una brec-
cia nella parete, dopo avere scalato un cumulo di macerie. L'interno era ne-
ro come la pece, l'aria era umida e piena di fumo, ma almeno non erano
esposti al vento. Avanzarono a tentoni sul pavimento inclinato, fino a tro-
vare l'angolo. Una volta sistemati, Sister Creep tolse dalla borsa la pagnot-
ta e la bottiglia di ginger ale. Con le dita sfior il cerchio di vetro, avvolto
in un pezzo bruciacchiato di camicia a righe tolta a un manichino.
Tieni. Stacc un pezzo di pane e lo porse ad Artie, poi ne prese un
pezzo per s. Aveva solo sapore di bruciato, ma era meglio di niente. Svit
il tappo della bottiglia di ginger ale; il liquido gassato form uno schizzo
di schiuma che si rivers da ogni parte. Lei si port subito la bottiglia alla
bocca e bevve alcune sorsate, prima di passarla ad Artie.
Odio il ginger ale disse Artie, dopo. Ma questo  la cosa migliore
che abbia bevuto in vita mia.
Non berlo tutto. Decise di non aprire la scatola di acciughe, perch e-
rano salate e avrebbero solo aumentato la sete. Le fette di prosciutto erano
troppo preziose per mangiarle subito. Diede ad Artie un altro pezzetto di
pane, ne prese uno per s e mise via la pagnotta.
Sai cosa ho mangiato a cena, la sera prima che accadesse? disse Artie.
Una bistecca. Una grossa bistecca con l'osso, in un locale della Cinquan-
tesima Est. Poi con altri amici ho fatto il giro dei bar. Che sarata, credimi.
Ci siamo divertiti da pazzi.
Buon per te.
Gi. E tu cosa facevi, quella sera?
Niente di speciale rispose lei. Giravo.
Per un po' Artie continu a mangiare in silenzio. Poi disse: Telefonai a
mia moglie, prima di uscire dall'albergo. Le raccontai una balla; le dissi
che uscivo a cena, ma che sarei andato a letto presto. Mi disse di fare at-
tenzione. E che mi amava. Le risposi che anch'io l'amavo e che sarei torna-
to in un paio di giorni. Rimase in silenzio; e quando sospir, sembr che
il fiato gli rimanesse impigliato in gola. Ges mormor ancora. Sono
felice d'averle telefonato. Sono felice d'avere udito la sua voce, prima che
succedesse. Ehi, signora... e se anche Detroit se l' beccata?
Beccata? Che significa, se l' beccata?
La bomba atomica spieg lui. Cosa vuoi che abbia causato una simi-
le rovina? Una bomba atomica! Forse pi di una. Probabilmente le bombe
sono cadute in tutto il paese. Hanno colpito tutte le citt, e anche Detroit.
Il tono di voce rasent l'isteria. Artie tacque, finch non riusc di nuovo a
dominarsi. Poi aggiunse: I maledetti russi ci hanno bombardato, signora.
Non leggi i giornali?
No. Non li leggo.
Cosa facevi? Vivevi su Marte? Chiunque leggeva i giornali e guardava
la tiv sapeva che sarebbe successo. I russi ci hanno bombardati... e penso
che anche noi abbiamo bombardato loro.
Una bomba atomica?, pens Sister Creep. Quasi non ricordava che cosa
fosse. La guerra nucleare era un problema di cui si era preoccupata in u-
n'altra vita.
Spero... se hanno beccato Detroit... che lei sia morta subito. Voglio di-
re,  una speranza giusta, vero? Che sia morta in fretta, senza soffrire.
S. Penso che sia giusta.
 giusto...  giusto che le abbia raccontato una bugia? Era una bugia
pietosa, non volevo che stesse in pensiero per me. Lei si preoccupa che
beva troppo, e che dopo faccia brutte figure. Non reggo bene l'alcol.  giu-
sto che le abbia detto una bugia pietosa, quella sera?
La supplicava di assicurargli che era giusto. Certo disse Sister Creep.
Un mucchio di gente ha fatto cose peggiori, quella sera.  andata a dor-
mire serena, non...
Un oggetto acuminato le tocc la guancia. Non muoverti l'ammon
una voce femminile. Non respirare neppure. La voce tremava; chiunque
fosse, era spaventata a morte.
Chi c'? disse Artie, con un sussulto di sorpresa. Ehi, signora! Tutto
bene?
Sto bene rispose Sister Creep. Si port la mano alla guancia, sent un
pezzo di vetro frastagliato, tagliente come un coltello.
Ho detto di non muoverti! Il vetro la punzecchi. Quanti sono con
te?
Solo uno.
Artie Wisco. Mi chiamo Artie Wisco. E lei chi ?
Una lunga pausa. Poi la donna disse: Avete da mangiare?
S.
Acqua. Una voce maschile, questa volta, proveniente un po' pi da si-
nistra. Avete acqua?
Acqua, no. Ginger ale.
Guardiamo che faccia hanno, Beth disse l'uomo.
Scatur una fiammella d'accendino, cos luminosa nel buio che per un
secondo Sister Creep chiuse gli occhi per difenderli dal bagliore. La donna
accost la fiamma al viso di Sister Creep, poi a quello di Artie. Mi sem-
brano a posto disse all'uomo, che si spost nel cerchio di luce.
Sister Creep distinse i tratti della donna accovacciata accanto a lei. Ave-
va il viso gonfio e un taglio alla radice del naso, ma sembrava giovane,
forse sui venticinque; i resti di riccioli castano chiaro le penzolavano dal
cuoio capelluto coperto di vesciche. Le sopracciglia erano bruciate; gli oc-
chi azzurro scuro, gonfi e iniettati di sangue. La ragazza era magra, indos-
sava un vestito a righe blu, macchiato di sangue. Le braccia lunghe e snelle
erano coperte di vesciche. Attorno alle spalle portava un pezzo di stoffa
che pareva strappato da una tenda color oro.
L'uomo indossava gli stracci d'una divisa da poliziotto. Era pi anziano,
forse sulla trentina. Sul lato destro della testa aveva ancora gran parte dei
capelli scuri tagliati a spazzola; sul sinistro c'era solo una bruciatura. Era
alto e robusto; aveva il braccio sinistro fasciato e sostenuto da una benda
fatta della stessa tela grezza color oro.
Dio mio disse Artie. Signora, abbiamo trovato un poliziotto!
Voi due da dove venite? domand Beth a Sister Creep.
Da l fuori. Da dove, se no?
Cosa c' nella borsa? La ragazza la indic con la testa.
Vuoi saperlo o vuoi derubarmi?
La ragazza esit, lanci un'occhiata al poliziotto, torn a guardare Sister
Creep e abbass la scheggia di vetro. Se l'infil in una fascia intorno alla
cintola. Voglio solo saperlo.
Pane bruciato, due scatolette d'acciughe e qualche fetta di prosciutto.
Sister Creep quasi vide l'acquolina in bocca alla ragazza. Tir fuori il pane.
Mangiate un boccone e che buon pro vi faccia.
Beth stacc un pezzo e pass la pagnotta sempre pi piccola al poli-
ziotto, che la imit e si cacci in bocca il pane come se fosse manna caduta
dal cielo. Per favore disse Beth, allungando la mano verso la bottiglia di
ginger ale. Sister Creep gliela offr; quando Beth e il poliziotto ebbero be-
vuto, forse restavano ancora tre sorsate. Tutta l'acqua  contaminata dis-
se Beth. Uno di noi si  dissetato a una pozzanghera, ieri. La notte ha co-
minciato a vomitare sangue. Ha impiegato quasi sei ore a morire. Ho un
orologio che funziona ancora, vedi? Con orgoglio mostr a Sister Creep
un Timex; il vecchio orologio mancava del vetro, ma ticchettava. Segnava
le otto e ventidue.
Uno di noi, aveva detto la ragazza. Sister Creep domand: Ce ne sono
altri, con voi?
Due. Be', a dire il vero, una. La sudamericana. Ieri sera abbiamo perdu-
to il signor Kaplan... ha bevuto l'acqua. Anche il ragazzo  morto ieri. E la
signora Ivers  morta nel sonno. Siamo rimasti in quattro.
Tre disse il poliziotto.
S, giusto. Tre. La sudamericana  gi nello scantinato. Non riusciamo
a farla muovere, n lui n io parliamo spagnolo. E voi?
No, purtroppo.
Mi chiamo Beth Phelps. Lui  Jack... Non riusc a ricordare il co-
gnome, scosse la testa.
Jack Tomachek disse il poliziotto.
Artie si present di nuovo, ma Sister Creep disse: Perch non state
quass, anzich nello scantinato?
L sotto fa pi caldo rispose Jack. Ed  anche pi sicuro.
Sicuro? Come sarebbe a dire? Se l'edificio si muove di nuovo, vi cade
sulla testa.
Eravamo quass, ieri spieg Beth. Il ragazzo... aveva una quindicina
d'anni, penso... era il pi robusto di noi. Era etiope, o di quelle parti, sape-
va solo qualche parola d'inglese.  uscito a cercare cibo; ha portato delle
scatolette di manzo salato, di cibo per gatti, una bottiglia di vino. Ma lo-
ro... l'hanno seguito fin qui. Ci hanno trovati.
Loro? disse Artie. Loro chi?
Tre di loro. Cos ustionati che non si sapeva se erano uomini o donne.
L'hanno seguito fin qui; impugnavano martelli e bottiglie rotte. Uno aveva
un'ascia. Volevano il nostro cibo. Il ragazzo li ha affrontati e quello con
l'ascia... Non riusc a continuare, lo sguardo perso sulla fiammella aran-
cione dell'accendino. Erano pazzi riprese. Erano... non erano umani.
Uno mi ha tagliato la faccia. Credo d'essere stata fortunata. Siamo scappati
e loro si sono presi il nostro cibo. Non so dove siano andati. Ma ricordo
che... che puzzavano come... come cheeseburger bruciati. Non  buffo?
M'hanno fatto venire in mente proprio questo: cheeseburger troppo cotti.
Allora ci siamo nascosti nello scantinato. Chiss quali altre... cose girano
l fuori.
Non hai visto ancora niente, pens Sister Creep.
Ho cercato d'affrontarli disse Jack. Ma non sono pi in condizioni di
fare a pugni, immagino. Si gir dall'altra parte: Artie e Sister Creep sob-
balzarono. La schiena di Jack Tomachek, dalle spalle alla cintola, era una
massa in suppurazione di tessuti ustionati. Il poliziotto torn a girarsi. La
pi brutta scottatura solare che questo vecchio polacco si sia mai preso.
Sorrise amaramente.
Vi abbiamo uditi, quando siete entrati disse Beth. Sulle prime, pen-
savamo che fossero tornati. Siamo saliti a origliare, vi abbiamo sentiti
mangiare. Sentite, la sudamericana non ha mangiato niente neanche lei.
Posso portarle un po' di pane?
Accompagnaci nello scantinato. Sister Creep si alz. Aprir il pro-
sciutto.
Beth e Jack li guidarono in un corridoio. L'acqua colava dal soffitto e
formava una pozza per terra. In fondo al corridoio, una rampa di scale sen-
za ringhiera scendeva nel buio. I gradini vibrarono pericolosamente sotto i
piedi.
Lo scantinato sembrava davvero pi caldo, forse solo di cinque gradi,
ma il fiato si condensava ugualmente. Le pareti di pietra e il soffitto erano
intatti, a parte alcuni buchi che lasciavano entrare la pioggia. Lo stabile 
vecchio, pens Sister Creep; non li costruiscono pi cos robusti. A inter-
valli regolari, colonne di pietra sostenevano il soffitto; alcune erano piene
di crepe, ma nessuna aveva ceduto. Per il momento, si disse Sister Creep.
 l. Beth and verso una figura rannicchiata ai piedi d'una colonna.
Un rivolo d'acqua nera colava proprio sulla testa della donna, che sedeva
in una pozzanghera d'acqua contaminata e stringeva fra le braccia qualco-
sa. L'accendino si spense. Scusate disse Beth. Diventa troppo caldo e
poi non voglio consumare tutto il gas. Era del signor Kaplan.
Cosa ne avete fatto, dei cadaveri?
Li abbiamo lasciati in fondo a un corridoio. Qui sotto  pieno di cor-
ridoi. Volevo... volevo recitare una preghiera, ma...
Ma cosa?
Non ricordo pi come si prega rispose la ragazza. Pregare... non mi
sembra che abbia senso, ormai.
Sister Creep brontol qualcosa, infil la mano nella borsa per prendere il
prosciutto. Beth si chin a offrire alla donna la bottiglia di ginger ale. Goc-
ce di pioggia le schizzarono sulla mano. Ecco le disse qui c' qualcosa
da bere. El drink.
La donna emise un gemito cantilenante, ma non rispose.
Non si sposta da l disse Beth. L'acqua la bagna, ma non si sposta di
un metro per stare all'adulto. Vuoi da mangiare? chiese alla donna.
Gnam gnam? Cristo, come puoi vivere a New York senza conoscere nep-
pure una parola d'inglese?
Sister Creep pel la plastica incollata alle fette di prosciutto. Strapp un
pezzo di carne e si pieg sulle ginocchia accanto a Beth Phelps. Accendi
di nuovo. Forse se vede che abbiamo da mangiare riusciamo a tirarla via di
qui.
L'accendino illumin il viso piagato ma ancora grazioso di una ragazza
sudamericana forse non ancora ventenne. I lunghi capelli neri erano strinati
in punta, c'erano chiazze vuote qua e l, dov'erano bruciati. La ragazza non
bad alla luce. Gli occhi grandi e limpidi erano fissi su quel che cullava fra
le braccia.
Oh disse piano Sister Creep. Oh... no.
Il bambino aveva forse tre anni... una femminuccia, con i capelli neri e
lustri della madre. Sister Creep non vedeva il viso della bambina. E non
voleva vederlo. Ma la manina arricciata come se volesse stringere la madre
e la rigidit del corpicino rivelavano che la bambina era morta da qualche
tempo.
L'acqua colava da un foro nel soffitto, scorreva come lacrime nere fra i
capelli della ragazza e sul suo viso. La giovane si mise a canterellare pia-
no, a cullare amorevolmente il cadaverino.
 impazzita disse Beth.  cos da quando la bambina  morta, ieri se-
ra. Se non si toglie dall'acqua, morir anche lei.
Sister Creep ud Beth vagamente, come da lontano. Tese le mani verso
la sudamericana. Qua disse, in una voce che le parve quella di un'estra-
nea. La prendo io. Lasciala a me. La pioggia le col sulle mani e sulle
braccia, in rivoli color ebano.
La nenia della sudamericana divenne pi intensa.
Lasciala a me. La prendo io.
La ragazza si mise a cullare con violenza il cadaverino.
Lasciala a me. Sister Creep ud la propria voce echeggiare follemente
e d'un tratto negli occhi ebbe il lampo azzurro di luci girevoli. La... pren-
do... io...
La pioggia cadeva, il tuono rombava come la voce di Dio: Tu! Tu, pec-
catrice! Peccatrice ubriaca, l'hai uccisa tu, e ora dovrai pagare...
Sister Creep abbass lo sguardo. Fra le braccia aveva il cadavere d'una
bambina. C'era sangue, nei capelli biondi della bimba; gli occhi erano a-
perti e pieni di pioggia. La luce azzurra della macchina della polizia girava
e l'agente con l'impermeabile giallo, accoccolato sulla strada davanti a lei,
disse piano: Su, la dia a me, adesso. Poi si gir a dare un'occhiata all'al-
tro agente che disponeva segnali luminosi accanto ai rottami di un'auto ro-
vesciata.  fuori di testa. Puzza d'alcol, anche. Ti toccher aiutarmi.
E poi tutt'e due allungavano le mani verso di lei, tutt'e due i demoni in
impermeabile giallo cercavano di strapparle la sua bambina. Lei si ritrasse,
si ribell, gridando: No! Non toccatela! Non ve la lascio! Ma il tuono
ordin: Lasciala, peccatrice, lasciala! E quando lei url e si strinse le mani
sulle orecchie per non udire pi la voce del giudizio, loro le portarono via
la bambina.
E dalla mano della bimba cadde una boccia di vetro, uno di quei gio-
cattoli che contengono un minuscolo paesaggio invernale coperto di neve,
un finto villaggio del paese delle fate.
Mamma! aveva esclamato la bambina, piena d'entusiasmo. Guarda
cosa ho vinto alla festa! Sono stata la pi brava ad appuntare la coda all'a-
sino!
La bambina aveva agitato la boccia di vetro e per un istante - solo per
un istante - lei aveva distolto lo sguardo dalla strada, per mettere a fuoco
la vista incerta sulla finta neve che cadeva sopra i tetti d'una terra remota e
perfetta.
Vide la boccia di vetro cadere con lentezza orribile, e grid perch sape-
va che sul cemento si sarebbe rotta e allora tutto sarebbe finito, distrutto.
La boccia tocc terra davanti a lei; mentre si schiantava in mille fram-
menti scintillanti, il suo grido si blocc in un gemito soffocato. Oh sus-
surr. Oh... no.
Sister Creep fiss la bimba priva di vita, fra le braccia della ragazza. La
mia bambina  morta, ricord; ero ubriaca, sono andata in macchina a
prenderla a una festicciola di compleanno, sono finita fuori strada, in un
fosso. Oh, Dio... oh, buon Ges. Sono una peccatrice. Una malvagia, u-
briaca peccatrice. L'ho uccisa io. Ho ucciso la mia bambina. Oh, Dio... oh,
Dio, perdonami...
Le lacrime le bruciarono gli occhi, le corsero lungo le guance. Nella
mente le turbinarono frammenti di ricordi simili a foglie morte nel vento
impetuoso: il marito pazzo di rabbia, che imprecava contro di lei e diceva
di non volerla pi vedere; la sua stessa madre, che la guardava con orrore e
compassione e le diceva che non avrebbe mai dovuto mettere al mondo un
figlio; il medico della casa di cura, che annuiva e controllava l'ora; i corri-
doi dell'ospedale, dove donne grottesche, dinoccolate, folli, chiacchierava-
no, strillavano, s'azzuffavano per un pettine; l'alta recinzione che aveva
scavalcato nel cuore della notte, sotto turbini di neve, per fuggire nei bo-
schi.
La mia bambina  morta, pens. Morta e sepolta, molto tempo fa.
Le lacrime quasi l'accecarono, ma vide quanto bastava per capire che sua
figlia non aveva sofferto come la bimba fra le braccia della ragazza. Sua
figlia riposava ora sotto l'ombra d'un albero in cima a una collina; quest'al-
tra sarebbe rimasta per sempre in uno scantinato freddo e umido, in una
citt di morti.
La ragazza sollev la testa, guard con occhi tormentati Sister Creep.
Batt le palpebre, lentamente allung la mano, fra le gocce di pioggia, a
toccarle la guancia; una lacrima rimase per un secondo in equilibrio sulla
punta del dito, prima di cadere.
Lasciala a me mormor Sister Creep. La prendo io.
La donna guard ancora, con desiderio, il cadaverino; poi le lacrime le
sgorgarono e si mescolarono con la pioggia nera che le cadeva sul viso.
Baci la fronte della morta, la cull ancora un momento... e tese il cadave-
rino a Sister Creep.
Lei lo prese come se accettasse un dono e cominci a rialzarsi.
Ma l'altra allung di nuovo la mano, tocc la piaga a forma di crocifisso
sul collo di Sister Creep. Disse, con aria stupita: Bendito. Muy bendito.
Sister Creep si alz. La ragazza lentamente strisci lontano dall'acqua e
giacque per terra, rannicchiata e tremante.
Jack Tomachek prese il cadaverino e si allontan nel buio.
Non so come hai fatto disse Beth ma ci sei riuscita. Si chin a por-
gere alla ragazza la bottiglia di ginger ale; lei la prese e bevve fino a vuo-
tarla.
Mio Dio disse Artie Wisco, in piedi dietro Sister Creep. Solo adesso
mi accorgo che non so neppure come ti chiami.
Mi chiamo... Come?, si domand. Come mi chiamo? Da dove vengo?
Dov' quell'albero che fa ombra alla mia bambina? Non le venne in mente
nessuna risposta. Puoi chiamarmi... Esit. Sono un'accattona, pens. So-
no solo un'accattona senza nome e non so dove vado... ma almeno so come
sono venuta qui.
Sister disse. Chiamami... Sister.
E le venne in mente, come un grido: Non sono pi pazza.
Sister ripet Artie. Non sembra neppure un nome, ma va bene lo
stesso. Piacere di conoscerti, Sister.
Lei annu, ancora persa in un turbine di ricordi. Il dolore era sempre den-
tro di lei e vi sarebbe rimasto; ma l'incidente era accaduto molto tempo
prima, a una donna pi debole, pi indifesa.
Cosa facciamo ora? disse Beth. Non possiamo starcene qui e basta.
No. Non possiamo. Domani Artie e io attraverseremo l'Holland Tunnel,
se non  crollato. Andiamo a ovest. Se volete venire con noi, siete benve-
nuti.
Lasciare New York? E se... e se non c' niente, l fuori? Se tutto  mor-
to?
Non sar facile disse Sister, decisa. Anzi, sar maledettamente diffi-
cile, maledettamente pericoloso. Non so che tempo troveremo... ma fac-
ciamo il primo passo,  l'unico modo per andare da qualsiasi parte. Giu-
sto?
Giusto conferm Artie. Hai un buon paio di scarpe, Beth. Queste
scarpe ti faranno fare molta strada.
D'accordo decise Beth. D'accordo. Vengo con voi. Spense di nuovo
l'accendino, per risparmiare gas.
Ma stavolta il buio non sembr cos intenso come prima.

QUATTRO:
terra dei morti

La tomba pi grande del mondo / Il ventre della bestia / La luce pi
splendente / L'estate  finita /I troll dei tunnel / Proteggi la bambina / Il
sentiero del sogno / Svolta nuova nel gioco
19
L'uomo con strisce insanguinate di camicia intorno al moncherino del
polso destro avanz con prudenza fra le macerie del corridoio. Non voleva
cadere, perch un urto rischiava di riaprire la ferita e il moncherino aveva
gocciolato sangue per ore, prima di fare la crosta. Si sentiva debole e in-
tontito, ma continuava ad avanzare perch doveva vedere con i suoi stessi
occhi. Il cuore gli martellava, il sangue gli ronzava nelle orecchie. Ma era
infastidito soprattutto dall'intenso prurito fra il pollice e l'indice della de-
stra che non aveva pi: quel prurito fantasma rischiava di farlo impazzire.
Accanto a lui c'era il gobbo con un occhio solo; davanti a lui, con la tor-
cia elettrica in pugno, apriva la strada il ragazzo con gli occhiali rotti, che
nella sinistra stringeva una mannaia con la lama macchiata del sangue rap-
preso del colonnello Jimbo Macklin.
Roland Croninger si ferm; il raggio della torcia for la nebbiolina da-
vanti a lui.
Eccolo l disse Teddybear. Eccolo l. Vede? Gliel'avevo detto, no?
Gliel'avevo detto!
Macklin avanz di qualche passo e tolse a Roland la torcia. Mosse il
raggio luminoso sulla muraglia di sassi e di lastre di roccia che ostruiva
completamente il corridoio; cerc una fessura, un punto debole, una zona
su cui fare leva, qualsiasi cosa. Ma nemmeno un topolino sarebbe riuscito
a passare da l. Dio ci aiuti mormor.
Gliel'avevo detto! Vede? Non gliel'avevo detto? borbott ancora Ted-
dybear Warner. La scoperta dello sbarramento gli aveva fatto saltare l'ul-
timo briciolo di forza di volont che lo teneva insieme.
Al di l della muraglia c'era la sala con le attrezzature e le provviste d'e-
mergenza di Casa Terra. Cos erano tagliati fuori da tutto... torce di riserva
e batterie di ricambio, carta igienica, razzi di segnalazione, ogni cosa.
Siamo fottuti ridacchi scioccamente Teddybear. Oh, siamo fottuti
davvero!
Il raggio della torcia illuminava la polvere che continuava a cadere dalle
crepe frastagliate che rigavano il soffitto del corridoio. Da un momento al-
l'altro poteva verificarsi un nuovo crollo. Qua e l penzolavano cavi e fili
elettrici; le travi di rinforzo in ferro, che in teoria avrebbero dovuto per-
mettere a Casa Terra di resistere a un attacco nucleare, erano tranciate di
netto. La risatina sciocca di Teddybear si mescolava a singhiozzi. Quando
cap appieno la portata del disastro, Macklin s'accorse di non riuscire a
sopportare nessuna manifestazione di debolezza umana. Digrign i denti,
con il viso stravolto dalla rabbia, e si gir con l'intenzione di prendere a
schiaffi Teddybear, con quella stessa mano che tanto gli prudeva.
Ma non aveva pi mano destra; mentre tirava indietro il braccio, sent
una fitta lancinante. Sangue fresco prese a gocciolare dalla fasciatura.
Macklin si strinse al petto il braccio ferito e serr gli occhi. Assalito dal-
la nausea, fu sul punto di vomitare o di perdere i sensi. Disciplina e auto-
controllo, pens. Nervi a posto, soldato! Nervi a posto, maledizione!
Quando riapro gli occhi, si disse, la muraglia di roccia non ci sar pi.
Andremo dritti al magazzino viveri e saremo a posto. Ti prego, Signore...
rimetti tutto a posto.
Apr gli occhi.
La muraglia era sempre l. Chi ha un po' di plastico? disse Macklin.
La voce echeggi nel corridoio: una voce folle, la voce di un uomo in fon-
do al pozzo di fango, circondato da cadaveri.
Moriremo tutti disse Teddybear, ridacchiando e singhiozzando, una
luce di follia nell'unico occhio buono. Abbiamo la tomba pi grande del
mondo!
Colonnello?
La voce del ragazzo. Macklin illumin il viso di Roland: una maschera
impolverata, insanguinata, impassibile. Abbiamo le mani disse Roland.
Mani. Certo. Io ho una mano. Tu nei hai due. Teddybear, altre due che
non valgono un cazzo. Certo, abbiamo le mani.
Non le nostre replic Roland, calmo. Aveva un'idea, chiara e precisa.
Le loro. Quelli ancora vivi lass.
I civili? Macklin scosse la testa. Non troveremo nemmeno dieci uo-
mini in grado di lavorare! E guarda il soffitto. Vedi le crepe? Sta per crol-
lare tutto. Chi vuoi che lavori, con questa spada sulla testa?
Che distanza c' dalla muraglia al cibo?
Non so. Forse sei metri. Forse nove.
Roland annu. E se diciamo che ci sono tre metri? E se non sapranno
del soffitto? Lavoreranno o no?
Macklin esit.  solo un ragazzino, si disse. Cosa ne sa, lui?
Noi tre moriremo continu Roland se non arriveremo ai viveri. E
non ci arriveremo, se non faremo fare il lavoro ad altri. Forse il soffitto
croller, forse no. Ma se crolla, meglio non esserci sotto, giusto?
Capiranno che il soffitto  indebolito. Baster alzare gli occhi e guarda-
re quelle maledette crepe!
Nel buio non le vedranno disse piano Roland. Lei ha l'unica luce,
no? Un sorriso gli sfior le labbra.
Macklin batt lentamente le palpebre. Credette di scorgere un movimen-
to sopra la spalla di Roland Croninger. Spost di qualche grado il raggio
della torcia. Accoccolato sui talloni, c'era il Soldato Ombra, con la tuta
mimetica e l'elmetto con la reticella verde; sotto il nero e il verde della pit-
tura di guerra, la faccia era color fumo. Il ragazzo ha ragione, Jimbo
sussurr il Soldato Ombra. Si drizz in piedi. Metti al lavoro i civili. Met-
tili al lavoro nel buio, spiega che solo tre metri li separano dai viveri. Mer-
da, di' pure due metri. Ci metteranno pi impegno. Se aprono un varco,
bene. Altrimenti... sono semplici civili. Parassiti. Bestie da riproduzione.
Giusto?
Signors rispose Macklin.
Eh? Roland vide che il colonnello sembrava fissare un punto proprio
sopra la sua spalla destra e usava la stessa voce servile di quando delirava
nel pozzo. Si guard intorno, ma naturalmente non c'era niente da vedere.
Parassiti disse Macklin. Bestie da riproduzione. Giusto. Spost l'at-
tenzione dal Soldato Ombra al ragazzo. D'accordo. Andremo su a vedere
se ne troviamo tanti da formare una squadra di lavoro. Forse anche alcuni
dei miei uomini sono ancora vivi. Ricord che il sergente Schorr era fug-
gito all'impazzata dalla sala comando. Schorr. Che diavolo gli  succes-
so? Teddybear scosse la testa. E il dottor Lang?  ancora vivo?
Nell'ospedale non c'era rispose Teddybear, cercando di non guardare
la muraglia di roccia. Non ho controllato il suo alloggio.
Lo controlleremo, allora. Avremo bisogno di lui e di tutti gli analgesici
che riuscir a ramazzare. E mi serviranno anche altre bende. E ci occorro-
no bottiglie... bottiglie di plastica, se ne troviamo. Possiamo attingere ac-
qua dalle toilette.
Signor colonnello? Roland ottenne subito l'attenzione di Macklin.
Ancora una cosa: l'aria.
L'aria?
Il generatore  fuori uso. L'impianto elettrico  guasto. Come faranno i
ventilatori ad aspirare aria nei condotti?
Macklin aveva cominciato a nutrire una speranza, per quanto fievole, di
sopravvivere. Quelle parole la distrussero di colpo. Senza ventilatori l'aria
non circolava. Avevano a disposizione solo l'aria puzzolente che Casa Ter-
ra conteneva in quel momento; e non appena l'anidride carbonica avesse
raggiunto il livello adeguato, sarebbero morti.
Ma lui non sapeva quanto ci sarebbe voluto. Ore? Giorni? Settimane?
Non poteva permettersi di pensare ai problemi futuri: e il problema attuale
era quello di trovare acqua potabile, cibo, una squadra di lavoro. Abbia-
mo aria in quantit disse. Sufficiente per tutti. Prima che cominci a scar-
seggiare, avremo trovato il modo d'uscire di qui.
Roland voleva credergli, e annu. Dietro di lui, anche il Soldato Ombra
annu e disse a Macklin: Bravo ragazzo.
Il colonnello controll il proprio alloggio, poco pi avanti nel corridoio.
La porta era stata strappata dai cardini, il soffitto era crollato; nel pavimen-
to si era aperto un baratro che aveva inghiottito letto e comodino. Anche il
gabinetto era ridotto in macerie, ma la tazza della toilette conteneva ancora
qualche decilitro d'acqua. Macklin si disset, imitato a turno da Teddybear
e da Roland. L'acqua non aveva mai avuto un gusto cos buono.
Macklin apr l'armadio e vide che il contenuto era ammucchiato sul fon-
do. Si mise in ginocchio, tenne la torcia nel cavo del gomito e cominci a
frugare, cercando una cosa che sapeva essere l.
Impieg un po' di tempo, per trovarla. Roland disse poi. Vieni qui.
Il ragazzo si ferm dietro di lui. Signore?
Macklin gli diede il piccolo mitra Ingram che una volta era sul ripiano in
alto. Ne sei tu responsabile. Si riemp di caricatori le tasche del giubbot-
to di volo.
Roland s'infil nella cintura il manico dell'ascia sacra e tenne l'Ingram
con tutt'e due le mani. Non era pesante, ma sembrava... giusto. S. Giusto e
importante, come un vitale sigillo dell'impero, di cui un Cavaliere del Re
dovesse prendersi la responsabilit.
Sai niente di armi da fuoco? gli domand Macklin.
Pap mi porta... Roland si blocc. No, cos non andava bene. Non an-
dava affatto bene. Andavo a sparare al poligono rispose. Ma non ho
mai adoperato un'arma come questa.
T'insegner quel che ti serve sapere. Sarai il mio dito del grilletto,
quando me ne occorrer uno. Illumin Teddybear, fermo poco lontano ad
ascoltare. D'ora in poi questo ragazzo sta vicino a me disse a Teddybear;
l'altro annu, ma non rispose. Macklin non si fidava pi di lui: Teddybear
era troppo vicino a saltare. Ma il ragazzo no, lui era deciso, astuto; ci vole-
va un gran bel fegato, a strisciare in quel pozzo per fare quel che aveva fat-
to lui. Sembrava uno smidollato di quaranta chili, ma se aveva resistito fi-
no a quel momento, non sarebbe pi saltato.
Roland si pass sulla spalla la cinghia del mitra e la regol in modo che
fosse ben stretta, ma consentisse un rapido utilizzo. Adesso era pronto a
seguire il Re in qualsiasi posto. Due facce emersero dalle acque fangose
dei ricordi - un uomo e una donna - ma lui le ricacci sotto. Non voleva
pi ricordare quei visi. Non gli servivano pi, l'avrebbero solo indebolito.
Macklin era pronto. Bene disse. Andiamo a vedere cosa troviamo.
E il gobbo con un occhio solo e il ragazzo con gli occhiali rotti Lo segui-
rono nel buio.
20
Signora mia disse Jack Tomachek se pensi che possiamo attraversare
questa roba, sei da ricoverare.
Sister non replic. Dall'Hudson un vento pungente le soffiava in viso;
socchiuse gli occhi per proteggerli dagli aghi di ghiaccio che turbinavano
dalle nubi nere estese da orizzonte a orizzonte, simili a un sudario. Mala-
ticci raggi di sole trovavano squarci nelle nubi, si muovevano come proiet-
tori durante un'evasione in un film di quarta serie e si spegnevano, quando
gli squarci tornavano a chiudersi. Il fiume era torbido per i cadaveri, l'im-
mondizia galleggiante, gli scafi bruciati di barche e di chiatte, tutta roba
che scendeva pigramente a sud verso l'Atlantico. Al di l dell'orrendo fiu-
me, le raffinerie continuavano a bruciare: un fumo denso e nero turbinava
in gorghi sopra la spiaggia del Jersey.
Dietro Sister c'erano Artie, Beth Phelps e la sudamericana, tutti av-
viluppati in tende e soprabiti, per tenere lontano il freddo. La sudamericana
aveva pianto per gran parte della notte, ma ora aveva gli occhi asciutti:
ormai aveva esaurito le lacrime. Alla base della montagnola su cui si tro-
vavano, c'era l'ingresso dell'Holland Tunnel, ostruito da veicoli il cui ser-
batoio era esploso. Ma il peggio era che le carcasse di queste auto sprofon-
davano fino alle ruote nell'acqua fangosa dell'Hudson. In qualche punto del
tunnel lungo e buio il soffito si era aperto e il fiume vi si riversava... non
ancora al punto da farlo crollare come il Lincoln Tunnel, ma abbastanza da
rendere la traversata una faticaccia in una palude di auto bruciate, di cada-
veri e Dio solo sapeva di che cos'altro ancora.
Non me la sento di nuotare disse Jack. E neppure di affogare. Se il
bastardo ci crolla in testa, ciao culo!
Va bene. Suggerimenti?
Andiamo a est, al ponte di Brooklyn. Oppure attraversiamo il ponte di
Manhattan. Qualsiasi posto, ma non qui.
Sister riflett un momento. Teneva stretta al fianco la borsa di pelle e
sentiva all'interno il contorno del cerchio di vetro. Qualche volta, durante
la lunga notte, aveva sognato la creatura con la mano ardente, che si aggi-
rava fra le macerie, cercando lei. Aveva pi paura di quel mostro che del
tunnel mezzo allagato. E se i ponti non ci sono pi?
Eh?
E se quei ponti non esistono pi? ripet, calma. Guarda in giro e
dimmi se quei ponti filiformi hanno potuto resistere alla forza che ha fatto
saltare in aria il World Trade Center e l'Empire State Building.
Pu darsi che abbiano resistito. Per saperlo dobbiamo vedere.
Un altro giorno perduto. Forse fra un giorno il tunnel sar allagato del
tutto. Non so voi, ma io me ne frego di bagnarmi i piedi.
Ah-ha. Jack scosse la testa. L dentro non ci vado, signora! Ed  paz-
za, se ci va! Senta, perch vuole lasciare Manhattan, alla fin fine? Qui pos-
siamo trovare cibo, possiamo tornare allo scantinato. Non siamo obbligati
ad andarcene.
Tu forse no concesse Sister. Ma io s. Qui non c' niente.
Vengo con te disse Artie. Non ho paura.
Chi dice che io ho paura? replic Jack. Non ho paura! Ma non sono
pazzo, ecco!
Beth? Sister si rivolse alla ragazza. Tu che ne dici? Vieni con noi o
no?
Beth fiss impaurita l'ingresso intasato del tunnel. Alla fine rispose: S.
Vengo con voi.
Sister tocc il braccio della sudamericana, indic l'Holland e mosse due
dita nel gesto del camminare. L'altra era ancora troppo sconvolta per ri-
spondere. Dovremo stare vicini l'uno all'altro disse Sister a Beth e ad
Artie. Non so quanto sar profonda l'acqua. Direi di tenerci per mano, co-
s nessuno si perder. D'accordo?
Gli altri due annuirono. Jack sbuff. Lei  pazza! Siete tutti fuori di te-
sta!
Sister, Beth e Artie iniziarono a scendere la montagnola, diretti al-
l'ingresso del tunnel. La sudamericana li segu. Jack grid: Non riuscir
mai ad attraversare qui, signora! Ma gli altri non si fermarono, n si
guardarono indietro; dopo un momento, Jack scese a sua volta e li segu.
Sister si ferm quando l'acqua gelida le arrivava gi alle caviglie.
Dammi l'accendino, Beth disse. Ma non l'accese subito. Prese Beth per
mano, Beth strinse la mano di Artie, quest'ultimo tenne la mano della su-
damericana. Jack Tomachek complet la catena.
Bene. Sister si accorse che c'era una traccia di paura, nella sua stessa
voce: doveva compiere il passo successivo prima di perdere coraggio.
Andiamo. Gir intorno alle carcasse dei veicoli nell'Holland Tunnel;
piano piano l'acqua le arriv alle ginocchia. Ratti morti vi ballonzolavano
come sugheri.
Percorsi meno di tre metri, l'acqua le arriv alle cosce. Sister accese l'ac-
cendino. La fiammella stenta rivel una fantasmagoria d'incubo di metalli
intrecciati: auto, camion e taxi, mutati in sagome semisommerse d'aspetto
innaturale. Le pareti del tunnel, nere e bruciacchiate, sembravano inghiotti-
re la luce, anzich rifletterla. L sotto si era certo scatenato un inferno,
quando i serbatoi dei veicoli erano esplosi. In lontananza, molto pi avanti,
si udiva un rumore di cascata.
Sister continu a tirare la catena umana. Intorno a lei galleggiavano cose
che evitava di guardare. Beth mand un breve ansito di terrore. Non fer-
marti le disse Sister. Non guardarti intorno. Tira dritto.
L'acqua le strisci pi su delle cosce.
Ho pestato una cosa! grid Beth. Oddio... ho una cosa sotto il pie-
de!
Sister aument la stretta e la guid avanti. Prima di un'altra decina di
passi, l'acqua le era gi arrivata alla cintola. Sister gir la testa verso l'in-
gresso del tunnel, ormai distante una ventina di metri: una chiazza di luce
fosca che l'attirava. Ma rivolse l'attenzione a quel che c'era pi avanti e su-
bito si sent mancare il cuore. La fiammella dell'accendino si riflett su un
gigantesco nodo di metallo straziato, che bloccava quasi completamente il
tunnel: un cumulo di quelle che erano state vetture, fuse insieme dal calo-
re. Sister trov uno stretto passaggio per girarvi attorno, scivol su qualco-
sa di viscido. Ora dal soffitto cadevano rivoli d'acqua e Sister pens solo a
non bagnare l'accendino. Pi avanti c'era sempre il rumore di cascata.
Adesso crolla! grid Jack. Dio mio... ci cade addosso!
Continua a camminare! gli grid Sister. Non fermarti!
Dinanzi a loro, a parte il piccolo bagliore della fiamma, c'era l'oscurit
totale, insondabile. E se il tunnel  bloccato? pens Sister, con un brivido
di panico. E se non riusciamo ad attraversarlo? Calma, calma. Un passo al-
la volta. Un piccolo passo.
L'acqua le arriv pi su della cintola e continu a salire.
Ascolta! esclam a un tratto Beth. Si ferm di colpo. Artie and a
sbatterle addosso e rischi di scivolare nell'acqua fetida.
Sister non ud niente, a parte il rombo sempre pi intenso della cascata.
Inizi a tirare Beth... e poi ud in alto un suono cupo e lamentoso. Siamo
nel ventre della bestia, pens. Inghiottiti vivi, come Giona.
Qualcosa cadde nell'acqua davanti a lei. Altri oggetti colpirono ru-
morosamente le carcasse, con un rumore di magli al lavoro.
Pezzi di pietra, cap Sister. Buon Dio... il soffitto sta per crollare!
Crolla tutto! grid Jack, quasi soffocando per il terrore. Sister lo sent
sguazzare nell'acqua e cap che i nervi del poliziotto avevano ceduto. Si gi-
r, lo vide dibattersi selvaggiamente per tornare al punto di partenza. Jack
scivol nell'acqua, riemerse singhiozzando. Non voglio morire! grid.
Non voglio morire! E le sue grida si persero lontano.
Nessuno si muova! ordin Sister, prima che anche gli altri si dessero
alla fuga. Intorno a loro, le pietre continuavano a cadere. Sister afferr la
mano di Beth con tanta forza da far schioccare le nocche. La catena umana
trem, ma resse. Finalmente le pietre smisero di cadere e anche il suono
lamentoso cess. State tutti bene? Beth? Artie, la donna sta bene?
S rispose lui, con voce tesa. Me la sono fatta addosso, per.
La merda la so affrontare. Il panico, no. Continuiamo, o torniamo in-
dietro?
Beth aveva lo sguardo spento.  partita, pens Sister. Forse era meglio
cos. Artie? Sei pronto? disse. Artie riusc solo a risponderle con un gru-
gnito.
Procedettero a fatica nell'acqua che arrivava alla spalla. Ancora non si
vedeva una luce, un segno dell'uscita. Sister sobbalz, quando un pezzo di
pietra della grossezza di un tombino colp la carcassa di un camion, a tre
metri da lei. Il rumore di cascata era pi vicino, sopra di loro il tunnel ge-
meva per lo sforzo di reggere il peso dell'Hudson. Alle loro spalle, una vo-
ce fioca gridava: Tornate indietro! Vi prego, tornate indietro! Tra s, Si-
ster augur buona fortuna a Jack Tomachek; poi il rombo della cascata
sommerse la voce.
La borsa era piena d'acqua, i vestiti inzuppati pesavano, ma Sister conti-
nu a tenere alto l'accendino. Era diventato troppo caldo, ma lei non osava
spegnerlo. Il fiato si condensava, l'acqua le intorpidiva le gambe, le irrigi-
diva le ginocchia. Ancora un passo, si disse, risoluta. Poi ancora uno. Con-
tinua a camminare!
Oltrepassarono un altro mucchio surrealistico di veicoli fusi insieme; la
sudamericana mand un grido, quando sott'acqua uno spuntone metallico
le apr uno squarcio nella gamba, ma strinse i denti e non esit. Poco pi
avanti, Artie s'impigli con il piede in qualcosa e and sotto; riemerse spu-
tacchiando e tossendo, ma senza conseguenze. Poi il tunnel curv e Sister
disse: Alt!
Davanti a loro, scintillante alla fioca luce, un torrente d'acqua si ri-
versava dal soffitto, per tutta l'ampiezza del tunnel. Dovevano attraversare
la cascata. Sister cap che cosa significava. Devo spegnere l'accendino,
finch non siamo dall'altra parte disse. Teniamoci forte. Pronti?
Sent la mano di Beth aumentare la stretta; Artie gracchi: Pronto.
Sister abbass il coperchio dell'accendino. Le tenebre avvolsero ogni co-
sa. Sister sent il cuore batterle all'impazzata. Protesse l'accendino strin-
gendolo nel pugno e avanz.
L'acqua la colp con tanta forza da sbatterla sotto. Sister perdette la ma-
no di Beth e ud la ragazza urlare. Freneticamente cerc di ritrovare l'ap-
poggio, ma il fondo era scivoloso e viscido. Aveva la bocca e gli occhi
pieni d'acqua, non poteva respirare, l'oscurit le distorceva il senso dell'o-
rientamento. Il piede sinistro, impigliato in qualcosa, la teneva sott'acqua.
Sister fu sul punto di urlare, ma cap che, se l'avesse fatto, sarebbero stati
perduti. Agit la mano libera, cerc con l'altra di tenere l'accendino fuori
dell'acqua... e si sent afferrare per la spalla. Ti ho trovata! grid Beth,
anche lei travolta dalla cascata. Sorresse Sister, che riusc a liberarsi il pie-
de, con uno strattone che quasi le strapp la scarpa di tela. E allora and
avanti, guidando gli altri lontano dall'insidia.
Non sapeva quanto impiegarono a passare al di l della cascata - forse
due minuti, forse tre - ma alla fine si trovarono dall'altra parte e riusc a
respirare liberamente. Si sentiva la testa e le spalle ammaccate come se un
pugile l'avesse usata come sacco d'allenamento. Grid: Ce l'abbiamo fat-
ta! e li guid per un tratto, prima di urtare il fianco contro una massa me-
tallica. Prov a far scattare l'accendino. Ne scatur una scintilla, ma non la
fiamma.
Gesummio, pens Sister. Prov di nuovo. Un'altra stellina di scintilla,
ma niente fiamma, niente luce.
Su, forza! mormor. La terza volta non fu quella buona. Accenditi,
maledetto! Ma furono inutili anche il quarto e il quinto tentativo. Sister
preg che l'accendino non si fosse bagnato troppo.
Dopo sette tentativi, scatur una debole fiammella che tremol e quasi
mor di nuovo. Il gas era agli sgoccioli. Dovevano uscire di l, prima che si
esaurisse del tutto: era sorprendente, quanto la sanit mentale dipendesse
da una fiammella tremolante.
Accanto a lei, la griglia accartocciata del radiatore e il cofano di una Ca-
dillac sporgevano dall'acqua come il muso di un alligatore. Davanti a lei,
giaceva un'altra automobile, capovolta, quasi sommersa, con gli pneumati-
ci a brandelli. Si trovavano in un labirinto di rottami, in cui il cerchio di
luce mostrava una piccola parte degli oggetti originari. Sister gi da un po-
co batteva i denti: le pareva di avere gelidi pezzi di piombo al posto delle
gambe.
Andarono avanti, cautamente, un passo dopo l'altro. Sopra di loro, ,| il
tunnel riprese a gemere, caddero altri pezzi di pietra... ma d'un tratto Sister
si rese conto che l'acqua le arrivava di nuovo solo alla cintola.
Siamo vicini all'uscita! grid. Grazie a Dio, siamo quasi fuori!
Sforz la vista per scorgere una luce, ma l'uscita non si vedeva ancora.
Non fermarti! Ci sei quasi!
Inciamp in qualcosa.
Un gorgoglio di bolle le esplose sul viso, dall'acqua emerse un cadavere
annerito e grinzoso come un pezzo di legno, le braccia irrigidite sopra il
viso, la bocca spalancata in un grido silenzioso.
L'accendino si spense.
Nel buio il cadavere si appoggi contro la spalla di Sister. Lei rimase
impietrita, il cuore sul punto di scoppiare: in quel momento, cap, poteva
impazzire oppure...
Con un brivido riprese fiato e spinse via i macabri resti. Il cadavere sci-
vol di nuovo sotto di lei, con un rumore simile a una risatina.
Vi porter fuori di qui giur. Nella voce c'era una forza ostinata che
non sapeva di possedere. Me ne sbatto del buio! Siamo quasi fuori!
Mosse il passo seguente, e poi l'altro ancora.
Piano piano l'acqua scese fino al ginocchio. E poi - quanto tempo do-
po, quanti passi dopo, non lo sapeva - Sister vide davanti a s l'uscita del-
l'Holland Tunnel.
Avevano raggiunto la sponda del Jersey.
21
Acqua... la prego... un po' d'acqua...
Josh apr gli occhi: la voce di Darleen diventava sempre pi debole. Si
mise a sedere e strisci nel punto dove aveva ammucchiato le scatole ritro-
vate. Ce n'erano decine: la maggior parte, squarciata, perdeva, ma il conte-
nuto sembrava utilizzabile. Il loro ultimo pasto era stato a base di fagioli
gi cotti accompagnati da V-8. E il compito di aprire lo scatolame era stato
facilitato dal cacciavite trovato fra i detriti. Josh aveva trovato anche un
badile con la lama spezzata e un piccone, oltre a vari oggetti provenienti
dagli scaffali del negozio. Aveva ammucchiato tutto in un angolo e riordi-
nato gli utensili e le lattine grandi e piccole, con la determinazione di un
criceto.
Trov la V-8 e strisci accanto a Darleen. Lo sforzo lo lasci di nuovo
esausto, in un bagno di sudore; il puzzo della latrina scavata nel lato pi
lontano dello scantinato non favoriva certo il respiro.
Josh allung nel buio la mano, tocc il braccio di Swan. La bambina cul-
lava la testa della madre. Ecco disse lui. Accost la lattina alle labbra di
Darleen; la donna bevve rumorosamente per un attimo, poi si ritrasse.
Acqua supplic. La prego... un po' d'acqua.
Mi spiace. Non ce n'.
Merda mormor lei. Scotto.
Josh pos con gentilezza la mano sulla fronte della donna; era come toc-
care una griglia rovente. Pi in l, PawPaw resisteva ancora, di tanto in
tanto borbottava del geomio, della chiave scomparsa, di una certa Goldie.
Blakeman gracchi Darleen. Dobbiamo... dobbiamo andare a Bla-
keman. Swan, tesoro? Non preoccuparti, ci arriveremo.
Sissignora rispose piano Swan. Josh glielo lesse nella voce: Swan sa-
peva che la madre era prossima alla morte.
Appena vengono a tirarci fuori. Ci rimetteremo in viaggio. Signore Id-
dio, mi sembra gi di vedere la faccia di mio padre! Si mise a ridere, con
un gorgoglio nei polmoni. Gli schizzeranno gli occhi dalla testa!
Sar felice di vederci, vero? disse Swan.
Certo! Maledizione, vorrei che... che fossero gi venuti a tirarci fuori.
Ma quando vengono?
Presto, mamma.
La bambina  maturata di dieci anni, dall'esplosione, pens Josh.
Ho... ho sognato Blakeman disse Darleen. Tu e io camminavamo... e
vedevo la vecchia casa... proprio di fronte a noi, al di l del campo. E il so-
le... il sole cos fulgido! Oh, era una bellissima giornata. E al di l del
campo vedevo mio padre in piedi sulla veranda... e non mi odiava pi.
Non... non mi odiava pi. E tutt'a un tratto... mia mamma usc di casa e si
ferm sulla veranda accanto a lui... e si tenevano per mano. E lei disse:
"Darleen! Darleen! Ti aspettavamo, bambina mia! Su, vieni a casa!" Tac-
que. Rimase solo il sibilo liquido del suo respiro. Ci avviammo... nel
campo; e mamma disse: "No, tesoro! Solo tu. Solo tu. Non la bambina. So-
lo tu". Ma non volevo andare senza il mio angioletto, e avevo paura. E
mamma disse: "La piccola deve andare avanti. Andare avanti per una lun-
ga, lunga strada". Oh... volevo proprio attraversare quel campo... lo vole-
vo... ma... non potevo. Trov la mano di Swan. Voglio andare a casa,
amore mio.
Certo, certo sussurr Swan e lisci i resti madidi dei capelli della ma-
dre. Ti voglio bene, mamma. Ti voglio tanto bene.
Ah... ho rovinato tutto. Un singhiozzo s'incepp in gola. Ho ro-
vinato... tutto quel che ho toccato. Dio mio... chi bader al mio angelo? Ho
paura... tanta paura... Scoppi in singhiozzi. Swan le cull la testa, sus-
surr: Sst, mamma. Sono qui. Sono qui.
Josh s'allontan. Torn nel suo angolo, si rannicchi, cerc di non pen-
sare a niente.
Qualche tempo dopo - ore, forse - ud un rumore accanto a s. Si alz
a sedere.
Signore? La voce di Swan era fioca, ferita. Penso... Mamma  andata
a casa.
Allora la bambina croll, cominci a piangere e a gemere. Josh la strinse
fra le braccia. Swan gli si aggrapp al collo e pianse. Lui sentiva il cuore
della bambina battere furiosamente, voleva gridare, sfogarsi: se avesse
messo le mani su uno di quei pazzi esaltati che avevano premuto i pulsanti,
gli avrebbe spezzato il collo come un fiammifero. Il pensiero di quanti mi-
lioni di persone forse erano morti l fuori gli sconvolse il cervello, come se
avesse voluto calcolare quant' vasto l'universo o quanti milioni di stelle
brillano in cielo. Ma in quel momento l c'era solo la bambina, che sin-
ghiozzava fra le sue braccia e non avrebbe mai pi visto il mondo come lo
vedeva una volta. Qualsiasi cosa accadesse a tutti loro, lei sarebbe stata se-
gnata per sempre da quel momento... e questo valeva anche per lui. Una
cosa era sapere che forse l fuori c'erano milioni di morti sconosciuti; ma
una cosa tutta diversa era sapere che una donna di nome Darleen, che un
attimo prima respirava e parlava, giaceva morta nel terriccio a meno di tre
metri da lui.
E in quello stesso terriccio avrebbe dovuto seppellirla, usare il piccone e
il badile rotto, scavare la fossa tenendosi ginocchioni. Seppellirla in pro-
fondit, in modo che nessuno strisciasse su di lei nel buio.
Sent sulla spalla le lacrime della bambina; quando allung la mano ad
accarezzarle i capelli, trov vesciche e ispidi peli bruciati.
E in quel momento preg Iddio che, se dovevano morire, la bambina lo
precedesse, cos non sarebbe rimasta da sola con i morti.
Swan esaur le lacrime; emise un ultimo gemito, si abbandon contro la
spalla di Josh. Swan? disse lui. Voglio che per un poco tu stia qui sedu-
ta senza muoverti. Lo farai?
Swan non rispose... poi, finalmente, annu.
Josh la scost, prese badile e piccone. Decise di scavare la fossa il pi
lontano possibile dall'angolo in cui Swan era distesa; cominci a ramaz-
zare steli di granturco, cocci di vetro, schegge di legno.
Con la mano sfior un oggetto metallico sepolto nel terriccio; pens
dapprima che fosse un'altra scatoletta da aggiungere alla provvista. Ma
questa era diversa, era un cilindro sottile. La strinse con tutt'e due le mani,
vi pass sopra le dita.
Non era una scatoletta. Non era una lattina. Oddio... Ges santo!
Era una torcia elettrica. E il peso lasciava credere che contenesse le pile.
Con il pollice Josh trov l'interruttore. Ma non os premerlo, non prima
di chiudere gli occhi e mormorare: Ti prego, ti prego! Funziona ancora, ti
prego!
Inspir a fondo e premette l'interruttore.
Non avvert nessun cambiamento, nessuna sensazione di luce contro le
palpebre serrate.
Apr gli occhi nel buio. La torcia era inutile.
Per un istante pens che sarebbe scoppiato a ridere. Ma poi contorse
rabbiosamente il viso e grid: Maledetta! Sollev il braccio per scagliare
la torcia contro la parete.
E quando la torcia si mosse, un attimo prima che lui la lasciasse andare,
un fioco raggio di luce giallastra scatur dalla lampadina... ma a Josh parve
la pi fulgida, la pi splendente luce del creato. Quasi lo accec. Poi tre-
mol e torn a spegnersi. Josh agit furiosamente la torcia; la luce lo prese
in giro maliziosamente, si accese, si spense, ancora e ancora. Josh infil
due dita fra le schegge della lente di plastica e tocc la minuscola lampadi-
na. Cautamente, con dita tremanti, la gir piano piano in senso orario.
E questa volta la luce rest accesa: una luce fioca, confusa, certo... ma
luce.
Josh chin la testa e pianse.
22
La notte li sorprese in Communipaw Avenue, fra le macerie di Jersey
City, proprio a est di Newark Bay. Trovarono un edificio ridotto a carcassa
priva di tetto, al cui interno bruciava ancora un cumulo di rottami; Sister
decise che si sarebbero riposati l. Le pareti dell'edificio deviavano il vento
gelido e l intorno c'era una quantit di materiali infiammabili sufficiente a
mantenere acceso il fuoco fino al mattino. Si rannicchiarono quasi addosso
alle fiamme, perch a due soli metri di distanza sembrava d'essere in un
frigorifero.
Beth Phelps tese le mani verso il fuoco. Dio, che freddo! Perch fa cos
freddo? Siamo ancora a luglio.
Non sono uno scienziato azzard Artie, seduto fra lei e la ragazza su-
damericana ma immagino che l'esplosione abbia scagliato in aria tanto
terriccio e tanta robaccia da incasinare l'atmosfera... bloccare i raggi del
sole o qualcosa del genere.
Non... non ho mai avuto cos freddo! Batteva i denti. Non riesco a
scaldarmi!
L'estate  finita disse Sister, frugando nella borsa. Non credo che ci
saranno altre estati ancora per molto tempo. Tir fuori le fette di prosciut-
to, l'ultimo pezzo di pane ammollato, le due scatolette d'acciughe. Nella
borsa c'erano anche alcuni oggetti che Sister aveva trovato quel giorno: un
pentolino di alluminio con il manico rivestito di gomma; un piccolo coltel-
lo con la lama dentellata; un barattolo di caff liofilizzato Folger; un guan-
to da giardino spaiato, con due dita bruciate. In fondo alla borsa c'era il
cerchio di vetro, che Sister non aveva pi guardato n toccato, da quando
erano usciti dal tunnel. Voleva conservare per dopo il piacere di guardare il
suo tesoro e di toccarlo, quasi fosse un dono che si sarebbe fatta al termine
della giornata.
Non avevano pi parlato dell'Holland Tunnel. Preferivano considerarlo
un sogno odioso, una cosa da dimenticare. Ma Sister ora si sentiva pi for-
te. Erano sopravvissuti alla traversata del tunnel. Sarebbero sopravvissuti a
un'altra notte e a un altro giorno. Prendete un po' di pane disse. Tenete.
Va meglio, con il prosciutto. Mastic un pezzo di pane zuppo d'acqua e
guard la donna mangiare. Non hai un nome? le chiese. La donna le re-
stitu lo sguardo, senza la minima curiosit. Un nome. Sister mosse la
mano come se scrivesse in aria. Come ti chiami?
La donna s'impegn a tagliare a piccoli pezzi una fetta di prosciutto.
Forse  pazza disse Artie. Sai, forse la perdita della figlia l'ha fatta
impazzire. Non credi?
Pu darsi convenne Sister. Inghiott il boccone di pane che sapeva di
cenere.
Credo che sia portoricana disse Beth. A scuola stavo per scegliere
spagnolo, poi ho preferito un corso di musica.
Cosa fai... Artie si ferm. Sorrise timidamente, ma torn subito serio.
Cosa facevi, per vivere?
Sono segretaria della Forniture Idrauliche Holmhauser, nell'Undicesi-
ma Ovest. Secondo piano, ufficio d'angolo, Broward Building. Segretaria
del signor Alden, vicepresidente dell'azienda. Cio... era vicepresidente.
Esit, cercando di ricordare. Il signor Alden aveva mal di testa. Mi chiese
di andare nella farmacia di fronte a prendergli una boccetta di Excedrin.
Ricordo... ero ferma all'angolo fra l'Undicesima e la Quinta, in attesa che il
semaforo cambiasse. Un giovanotto simpatico mi chiese se sapevo dov'era
un ristorante sushi, ma risposi di no. Il semaforo cambi, tutti iniziarono
ad attraversare. Ma io volevo continuare a parlare con quel giovanotto,
perch era proprio un bell'uomo... be', non mi capita spesso d'incontrare
uomini con cui mi piacerebbe uscire. Eravamo circa a met strada, quando
lui mi guarda, mi sorride e dice: "Mi chiamo Keith. E tu?" Beth sorrise
tristemente e scosse la testa. Non riuscii a rispondergli. Ricordo un rombo
tremendo. Mi parve che un'ondata di calore mi sbattesse a terra. Poi... mi
pare che qualcuno m'abbia afferrata per la mano e m'abbia detto di correre.
Mi misi a correre come una disperata, udivo la gente urlare, credo che ur-
lassi anch'io. Dopo, ricordo solo che qualcuno diceva: " ancora viva" .
Impazzii. Pensai, ma certo che sono ancora viva! Perch non dovrei essere
viva? Aprii gli occhi. Il signor Kaplan e Jack erano chini su di me. Beth
fiss Sister. Non siamo... non siamo i soli ad avercela fatta, vero? Cio...
non siamo rimasti solo noi, vero?
Credo di s rispose Sister. Chi si  salvato, probabilmente si  gi di-
retto a ovest... Poi aggiunse: O a nord, o a sud. Non c' proprio alcun
motivo di andare a est!
Dio mio. Beth inspir bruscamente. Mamma e pap. La mia sorelli-
na. Stanno a Pittsburgh. Credi... credi che anche Pittsburgh sia ridotta cos?
Voglio dire, Pittsburgh potrebbe essere intatta, giusto? Sorrise di storto;
negli occhi aveva una luce selvaggia. Cosa c' da bombardare, a Pit-
tsburgh?
Niente convenne Sister. Si concentr ad aprire con l'apposita chiave
una scatoletta d'acciughe. Il sale avrebbe fatto aumentare la sete, ma il cibo
era cibo. Chi ne vuole? disse. Prese un filetto d'acciuga e se lo cacci in
bocca; il sapore di pesce quasi le arricci la lingua, ma lei trangugi il boc-
cone, pensando che il pesce contiene iodio o qualcos'altro che le avrebbe
fatto bene. Artie e Beth presero un'acciuga ciascuno, ma la donna sudame-
ricana gir la testa dall'altra parte.
Finirono il pane. Sister rimise nella borsa le fette di prosciutto rimaste,
vers per terra l'olio della scatoletta d'acciughe ma conserv il vuoto. Pro-
sciutto e acciughe li avrebbero fatti tirare avanti ancora per un paio di
giorni, se razionati. L'indomani avrebbero dovuto cercare qualcosa da bere.
Rimasero rannicchiati intorno al fuoco, mentre fuori il vento ululava.
Quasi ogni momento una raffica entrava nell'edificio e sollevava turbini di
cenere prima d'esaurirsi. C'era solo il rumore del vento e delle fiamme agi-
tate. Sister guard fremere il cuore arancione del fal.
Sister?
Gir il viso verso Artie.
Ti... ti dispiace se lo tengo per un poco? disse lui, speranzoso.
Sister sapeva a che cosa si riferiva. Nessuno dei due l'aveva toccato, da
quel giorno fra le macerie del negozio di cristalli Steuben. Sister infil la
mano nella borsa, spinse da parte le cianfrusaglie e strinse la mano intorno
all'oggetto avvolto nel pezzo bruciacchiato di camicia a righe. Lo tir fuori
e scost la stoffa ancora bagnata.
Subito il cerchio di vetro con le cinque punte e le gemme incastonate i-
nizi a splendere, assorbendo la luce del fuoco. Brill come un fulmine
globulare, forse anche pi della prima volta. Puls a tempo con i battiti del
cuore di Sister, come se la forza vitale della donna gli desse energia; i fili
d'oro, di platino, d'argento, sfrigolarono di luce.
Oh! mormor Beth. La luce delle pietre preziose si rifletteva nei suoi
occhi. Oh... che cos'? In vita mia... non ho mai visto... non ho mai visto
niente di simile.
L'ha trovato Sister rispose Artie; il tono di voce era reverente, l'at-
tenzione era inchiodata sul cerchio di vetro. Con fare esitante tese le mani.
Posso... per favore?
Sister glielo diede. Fra le mani di Artie, le pulsazioni delle gemme cam-
biarono velocit e ritmo, s'adattarono al battito del suo cuore. Artie scosse
la testa, pieno di stupore, con riflessi d'arcobaleno negli occhi. Tenerlo in
mano mi fa sentire bene disse. Mi fa sentire come... come se tutta la bel-
lezza del mondo non  ancora morta. Pass le dita sulle punte, segu con
l'indice il contorno di uno smeraldo grosso come una mandorla. Cos ver-
de mormor. Cos verde...
Sent il profumo fresco e pulito di un bosco di pini. Teneva in mano un
sandwich... carne affumicata, due fette di pane di segale, senape calda e
piccante. Proprio come piaceva a lui. Sorpreso, sollev lo sguardo e vide
intorno a s uno scenario di foreste verdeggianti e di prati color smeraldo.
Accanto a lui c'era un refrigeratore con dentro una bottiglia di vino; a por-
tata di mano, un bicchiere di carta, pieno. Sedeva sopra una tovaglia a ri-
ghe verdi. Davanti a lui, un cestino di vimini, aperto, mostrava una quanti-
t di cibarie. Sto sognando, pens. Mio Dio... sogno a occhi aperti!
Ma poi vide le mani, coperte di vesciche e di ustioni. Indossava ancora
la pelliccia e il pigiama rosso. Calzava ancora le robuste scarpe nere. Ma
non sentiva dolore; la luce del sole era vivida e calda, una serica brezza si
muoveva nella foresta di pini. Ud sbattere la portiera di un'auto. A una de-
cina di metri da lui c'era una T-Bird rossa. Una ragazza alta, sorridente, dai
riccioli castani, veniva verso di lui reggendo una radio che suonava Smoke
Gets in Your Eyes.
Non potevamo desiderare una giornata pi bella, vero? disse la ra-
gazza, facendo dondolare la radio.
Uh... no rispose Artie, stordito. Non credo. Non aveva mai annusato
aria cos fresca, cos pulita. E la T-Bird! Mio Dio, pens, la T-Bird aveva
una coda di volpe appesa all'antenna! Ora la ricordava. La macchina pi
bella e pi veloce che avesse mai avuto e... Un momento, pens, mentre la
giovane donna s'avvicinava. Ferma tutto! Che diavolo...
Bevi il vino disse la ragazza. Non hai sete?
Ah... s. S, ho sete. Prese il bicchiere e in tre sorsate bevve il vino. La
gola gli bruciava di sete. Tese il bicchiere per farselo riempire di nuovo e
bevve anche quello, con la stessa rapidit. E allora guard i miti occhi az-
zurri della ragazza, la forma ovale del viso, e cap chi era; ma non poteva
essere lei! Lei aveva diciannove anni, erano tornati al picnic del giorno in
cui le aveva chiesto di sposarlo.
Perch mi guardi fissamente, Artie? disse la ragazza, stuzzicandolo.
Scusa. Solo che... voglio dire, sei di nuovo giovane e io me ne sto sedu-
to qui come un salame in pigiama rosso. Voglio dire... non  giusto.
Lei aggrott le sopracciglia, come se non capisse di che cosa parlava.
Sciocchino, non ti piace il sandwich?
Certo, certo. Diede un morso, aspettandosi che gli si dissolvesse fra i
denti come un miraggio, ma aveva la bocca piena di carne affumicata e se
questo era un sogno, allora era il miglior sandwich immaginario che avesse
mai mangiato! Si vers un terzo bicchiere di vino, lo tracann di gusto. Il
profumo dolce e pulito dei pini riempiva l'aria. Artie inspir a fondo. Fiss
i boschi verdi, il prato, e pens, Dio mio, Dio mio,  bello essere vivi!
Ti senti bene?
Eh? La voce l'aveva fatto sobbalzare. Artie batt le palpebre: aveva di
fronte il viso piagato di Sister. Teneva ancora fra le mani il cerchio di ve-
tro.
Ho chiesto se ti senti bene disse Sister. Sar mezzo minuto che te ne
stai l immobile a fissare quel coso.
Oh. Artie vide il fal, il viso di Beth e della sudamericana, le pareti in
rovina dell'edificio. Non so dove sono stato, pens, ma ne sono tornato. Gli
parve d'avere ancora in bocca il gusto della carne affumicata, della senape
piccante, del vino. Era perfino un po' inebriato, come se avesse bevuto
molto e in fretta. Ma ora si sentiva a stomaco pieno e non aveva pi sete.
S, sto benissimo. Sfior ancora un momento il cerchio di vetro, poi lo
restitu a Sister. Grazie.
Sister lo prese. Per un istante credette di sentire profumo di... Che cos'e-
ra? Liquore? Il debole aroma svan. Artie Wisco s'appoggi alla parete e
rutt.
Posso tenerlo anch'io? chiese Beth. Ci star attenta. Lo prese dalle
mani di Sister, mentre la donna sudamericana lo ammirava da sopra la sua
spalla. Mi ricorda qualcosa. Qualcosa che ho gi visto disse. Ma non
riesco a stabilire cosa. Scrut nel vetro lo scintillio di topazi e di brillanti.
Oddio. Hai idea di quanto varr?
Sister scroll le spalle. Avr avuto un mucchio di valore, qualche gior-
no fa. Ora non so. Forse qualche scatoletta di cibo e un apriscatole. Forse
una bustina di fiammiferi. Al massimo, un boccale d'acqua pulita.
Acqua, pens Beth. Erano passate ventiquatt'ore da quando aveva bevu-
to una sorsata di ginger ale. Aveva la bocca come un campo secco. Un sor-
so d'acqua - solo un goccio - sarebbe stato meraviglioso.
Le sue dita all'improvviso affondarono nel vetro.
Ma non era pi vetro: era un ruscello che scorreva sopra ciottoli multico-
lori. Ritrasse la mano; dalla punta delle dita gocce d'acqua simili a brillanti
ricaddero nel ruscello.
Sentiva lo sguardo di Sister, ma aveva anche la sensazione d'essere lon-
tano da lei, lontano dalle macerie della citt; sentiva la presenza di Sister,
ma come se la donna si trovasse in un'altra stanza del palazzo magico di
cui lei avesse appena trovato la chiave del portone. La fresca corrente
d'acqua produsse una gorgoglio invitante, mentre passava sui ciottoli colo-
rati. Non  possibile che l'acqua mi scorra proprio in grembo, pens Beth;
per un istante il ruscello tremol e inizi a svanire, un rivolo nebuloso ina-
ridito dal sole ardente della ragione. No, esclam Beth, non ancora!
L'acqua continu a scorrerle sotto le mani, a muoversi da un luogo im-
maginario a un luogo inesistente.
Beth v'immerse di nuovo le mani. Fresca, freschissima. Raccolse nel
palmo un po' d'acqua e se la port alle labbra. Aveva un gusto migliore di
qualsiasi bicchiere di Perrier. Bevve di nuovo dal palmo, poi chin la testa
nella corrente e bevve l'acqua che le scorreva intorno alle guance come
l'impressione lasciata da un bacio.
Sister pens che Beth fosse caduta in una sorta di trance. Gli occhi della
ragazza erano diventati vitrei all'improvviso. Come Artie prima, non si
muoveva da pi di mezzo minuto. Ehi! disse Sister. Le diede un colpet-
to. Ehi, che ti succede?
Beth alz la testa. Gli occhi le tornarono limpidi. Come?
Niente.  ora di riposare. Sister prese il cerchio di vetro per riporto,
ma all'improvviso la donna sudamericana lo afferr e strisci carponi fra le
macerie, stringendolo al petto. Sister e Beth si alzarono... e Beth pens
d'avere la pancia gonfia d'acqua.
Sister s'accost alla donna, che singhiozzava, a testa china. S'inginocchi
accanto a lei e disse con gentilezza: Su, ridammelo.
Mi nia me perdona singhiozz la donna. Madre de Dis, mi nia
me perdona.
Cosa dice? chiese Beth, dietro Sister.
Non so. Sister chiuse le dita attorno al cerchio di vetro e piano piano
lo tir a s. La donna non lo lasci, scuotendo la testa. Su la esort Si-
ster. Lasciamelo...
Mia figlia mi perdona! disse all'improvviso la donna. Gli occhi spa-
lancati erano pieni di lacrime. Madre di Dio, l dentro ho visto il viso del-
la mia bambina. E ha detto che mi perdona! Sono libera! Madre di Dio,
sono libera!
Sister era stordita. Non... non credevo che parlassi inglese.
Ora fu l'altra, a battere le palpebre, con aria confusa. Cosa?
Come ti chiami? Perch prima non parlavi inglese?
Mi chiamo Julia. Julia Castillo. Inglese? Non so... non so cosa vuoi di-
re.
Una di noi due  pazza disse Sister. Su, lascialo. Diede uno stratto-
ne e Julia non oppose resistenza. Bene. Allora, Julia, come mai prima non
parlavi inglese?
No comprendo rispose lei. Buon giorno. Bella giornata. Piacere di
conoscerla, signore. Grazie. Si strinse nelle spalle, con un gesto vago in-
dic il sud. Matanzas disse. Cuba.
Sister gir la testa verso Beth, che si era scostata d'un paio di passi e a-
veva un'espressione bizzarra. Beth, chi  pazza? Julia o io? Sa l'inglese o
no?
Parlava... parlava in spagnolo disse Beth. Non ha detto una sola pa-
rola d'inglese. Tu... tu la capivi?
Diavolo, s, la capivo! Ogni maledetta parola! Non... S'interruppe. La
mano stretta intorno al cerchio le formicolava. Dall'altra parte del fuoco,
Artie si mise bruscamente a sedere, con il singhiozzo. Ehi! disse, con
voce un poco confusa. Dov' la festa?
Sister tese di nuovo verso Julia Castillo il cerchio di vetro. La donna lo
tocc, con esitazione. Cos'hai detto di Cuba? chiese Sister.
Vengo da Matanzas, nell'isola di Cuba rispose Julia, in inglese per-
fetto. Gli occhi spalancati avevano una luce di perplessit. La mia fa-
miglia  arrivata qui in una barca da pesca. Mio padre parlava un po' d'in-
glese. Siamo venuti a nord per lavorare in una fabbrica di camicie. Come
mai tu... tu parli la mia lingua?
Sister guard Beth. Che lingua senti? Spagnolo o inglese?
Spagnolo. Non l'hai sentito anche tu?
No. Tolse il cerchio dalle mani di Julia. Adesso parla. Una frase
qualsiasi.
Julia scosse la testa. Lo siento, no comprendo.
Sister fiss Julia per un attimo, poi lentamente sollev il cerchio per
scrutare meglio all'interno. La mano le tremava; le parve che lungo il brac-
cio, fino al gomito, le corressero piccole scariche elettriche.  questo co-
so disse. Questo cerchio di vetro. Non so come... ma mi permette di ca-
pire le sue parole e anche lei capisce me. L'ho sentita parlare inglese,
Beth... e credo che abbia sentito me parlare spagnolo.
Che idea pazza! esclam Beth. Ma, pens, poco prima un fresco tor-
rente le scorreva in grembo e ora non aveva pi la gola riarsa. Voglio di-
re...  solo vetro e pietre preziose, no?
Tieni disse Sister, porgendoglielo. Scoprilo da te.
Con un dito Beth segu il contorno di una punta. La Statua della Li-
bert disse.
Eh?
La Statua della Libert. Mi ricorda la Statua. Non la statua in s, ma...
la corona della donna. Sollev il cerchio verso la testa, le punte rivolte in
alto. Vedi? Potrebbe essere davvero una corona, no?
Non ho mai visto principessa pi affascinante disse una voce ma-
schile, dall'oscurit.
All'istante Beth protesse fra le braccia il cerchio di vetro e s'allontan
dalla voce. Sister s'irrigid. Chi c'? Intu un movimento: qualcuno
camminava lentamente fra le macerie, s'avvicinava al cerchio luminoso del
fuoco.
L'uomo venne in piena luce. Sofferm lo sguardo a turno su ciascuno di
loro. Buona sera disse educatamente, rivolto a Sister.
Era alto, largo di spalle, con un portamento regale. Indossava un com-
pleto nero, impolverato. Una coperta marrone gli avvolgeva spalle e collo,
come un serape, uno scialle messicano; nel viso pallido, dal mento aguzzo,
aveva le striature rossastre di ustioni profonde, simili a lividi di frusta. Un
taglio incrostato di sangue gli scendeva a zigzag dalla fronte, gli attraver-
sava il sopracciglio sinistro e finiva sullo zigomo. Aveva ancora gran parte
dei capelli grigiorossicci, ma anche chiazze vuote, della grandezza di un
dollaro d'argento. L'alito formava nuvolette bianche attorno alle narici e al-
le labbra. Vi dispiace se m'avvicino? disse con voce esitante e sofferen-
te.
Sister non rispose. L'uomo aspett. Non mordo aggiunse.
Tremava. Sister non poteva negargli il fuoco. Vieni avanti disse, cau-
ta; e indietreggi quando lui si mosse.
L'uomo trasal, mentre avanzava, impacciato: una scheggia frastagliata
di metallo gli attraversava la gamba destra, appena sopra il ginocchio, e
fuorusciva di circa otto centimetri dall'altra parte. L'uomo pass fra Sister e
Beth, and dritto al fuoco; tese le mani a scaldarsi. Ah, magnifico! Ci sa-
ranno zero gradi, fuori.
Anche Sister aveva sentito il freddo e si gir verso il fuoco. Julia e Beth,
che proteggeva ancora fra le braccia il cerchio di vetro, la imitarono.
E tu chi diavolo sei? Dall'altra parte del fuoco Artie fiss con occhi
annebbiati lo sconosciuto.
Mi chiamo Doyle Halland rispose l'uomo. Come mai non ve ne siete
andati con gli altri?
Con chi? disse Sister, continuando a tenerlo d'occhio.
Quelli che se ne sono andati. Ieri, mi pare. Centinaia di persone, che la-
sciavano... sorrise debolmente che lasciavano il Garden State. Forse ci
sono rifugi, pi a ovest. Non so. Comunque, credevo che non fosse rimasto
nessuno.
Siamo venuti da Manhattan spieg Beth. Attraverso l'Holland Tun-
nel.
Non credevo che qualcuno fosse sopravvissuto a quel che ha colpito
Manhattan. Dicono che fossero almeno due bombe. Jersey City  bruciata
in fretta. E il vento... Dio mio, il vento! Strinse i pugni davanti alle fiam-
me. Una tromba d'aria. Parecchie, penso. Hanno strappato come niente gli
edifici dalle fondamenta. Ho avuto fortuna, immagino. Sono sceso in uno
scantinato e l'edificio  volato via sulla mia testa. Questo me l'ha fatto il
vento. Con cautela sfior la scheggia metallica. Ho sentito dire che i
tornado riescono a conficcare senza romperli dei fili di paglia nei pali del
telefono. Sar lo stesso principio, eh? Guard Sister. So di non avere il
mio aspetto migliore, ma perch mi fissa a questo modo?
Da dove viene, signor Halland?
Da qui vicino. Ho visto il vostro fuoco. Se non volete che resti, ditelo.
Sister si vergogn di quel che aveva pensato. Lo vide trasalire di nuovo:
sangue fresco colava intorno alla scheggia. Non sono la padrona del loca-
le disse. Stia pure dove preferisce.
Grazie. Non  una bella notte, per camminare. Spost lo sguardo sul
cerchio di vetro che Beth reggeva. Quell'affare brilla davvero, eh? Che
cos'?
... Beth non trovava la parola giusta.  magia sbott. Non crede-
r mai cos' appena accaduto. Vede quella donna? Non parla inglese, e
questo...
 un pezzo di vetro la interruppe Sister, togliendolo a Beth. Non si fi-
dava ancora dello sconosciuto e non voleva che sapesse del loro tesoro.
Un coccio scintillante, tutto qui. Lo cacci in fondo alla borsa; lo splen-
dore delle pietre si affievol e si spense.
Le piacciono le cianfrusaglie scintillanti? domand l'uomo. Gliene
mostrer alcune. Si guard in giro, zoppic per qualche metro, si chin
con fatica. Raccolse un oggetto e lo port vicino al fuoco. Vede? Brilla
proprio come il suo disse, mostrandolo.
Era un frammento di finestra istoriata, un ricciolo d'azzurro cupo e di
viola.
Siete in quella che era la mia chiesa aggiunse. Si tolse di dosso la co-
perta e mise in mostra l'imbrattato colletto bianco da prete. Con un sorriso
amaro gett nel fuoco il vetro colorato.
23
Nel buio, sedici civili - uomini, donne e bambini - pi tre membri se-
riamente feriti dell'esercito del colonnello Macklin si adoperavano per di-
stricare il groviglio di rocce strettamente incastrate nel corridoio del livello
inferiore. Il cibo  solo a due metri, aveva detto loro Macklin. Due metri.
Non ci vorr molto a passare dall'altra parte, una volta praticato un foro.
Chi arriva per primo al cibo avr razione tripla.
Lavoravano nel buio completo da quasi sette ore, quando il resto del sof-
fitto croll su di loro all'improvviso.
Roland Croninger, ginocchioni nella cucina della cafeteria, sent il pa-
vimento tremare. Le urla giunsero fino a lui, attraverso un condotto d'aera-
zione... poi il silenzio.
Maledizione! disse, perch sapeva che cos'era accaduto. E ora chi a-
vrebbe sgombrato quel corridoio? Ma c'era l'altra faccia della medaglia: i
morti non avrebbero consumato aria. Torn a dedicarsi al suo compito:
raccogliere da terra pezzetti di roba commestibile e metterli in un sacco di
plastica del tipo per la raccolta rifiuti.
Aveva suggerito al colonnello Macklin di stabilire il quartier generale
nella palestra. Avevano trovato un tesoro: un secchio per le pulizie, nel
quale conservare l'acqua della toilette. Quando Roland, con lo stomaco
tormentato dalla fame, li aveva lasciati per andare a frugare in cucina, Ma-
cklin e il capitano Warner dormivano entrambi. Roland portava a spalla il
mitra Ingram e infilato nella cintura il manico dell'ascia sacra. Per terra ac-
canto a lui la torcia elettrica illuminava grumi di cibo schizzati dalle scato-
lette esplose nella dispensa. Anche i secchi d'immondizia della cucina ave-
vano riservato qualche scoperta: bucce di banana, pezzetti di pomodoro,
scatolette con degli avanzi, alcune focacce per la prima colazione. Ogni
cosa commestibile fin nel sacco di Roland, tranne le focacce, che furono il
suo primo pasto dopo il disastro.
Roland raccolse un pezzo di roba nera, ma esit a metterlo nel sacco: gli
ricordava quel che aveva fatto ai criceti di Mike Armbruster, il giorno in
cui quest'ultimo li aveva portati nell'aula di biologia. I criceti erano rimasti
in fondo all'aula, dopo le lezioni, quando Mike Armbruster era andato al
campo di football a fare allenamento. Senza farsi vedere dalla donna delle
pulizie, Roland aveva preso la gabbia con i criceti e l'aveva portata di na-
scosto nel garage-officina della scuola. In un angolo c'era una tinozza me-
tallica contenente un liquido marrone verdastro; sopra la tinozza, un cartel-
lo rosso con su scritto: Mettere i guanti.
Roland si era infilato un paio di grossi guanti d'amianto e aveva chia-
mato sommessamente i due piccoli criceti; aveva pensato a Mike Arm-
bruster che rideva e gli sputava in faccia, dopo averlo picchiato e sbattuto
per terra.
Aveva preso per la maniglia la gabbia e l'aveva calata nella tinozza del-
l'acido adoperato per lucidare a nuovo vecchi radiatori arrugginiti.
Aveva lasciato a bagno i criceti finch le bollicine non erano cessate. Ti-
rata fuori la gabbia, aveva notato che l'acido aveva consumato le sbarrette
metalliche fino a renderle lucide e splendenti. Allora si era sfilato i guanti
e aveva riportato la gabbia nell'aula di biologia, reggendola con un manico
di scopa.
Si era spesso chiesto che faccia avesse fatto Mike Armbruster quando
aveva trovato due grumi neri al posto dei criceti. Armbruster non si era re-
so conto, aveva riflettuto Roland in seguito, di quante vie avesse un Cava-
liere del R per rendere la pariglia.
Comunque, Roland butt nel sacco il pezzo di roba nera. Scopr una sca-
tola di fiocchi d'avena e - meraviglia delle meraviglie - una mela verde.
Finirono tutt'e due nel sacco. Continu a strisciare nella cucina, alzando le
pietre pi piccole ed evitando le fenditure.
Non doveva allontanarsi troppo dalla torcia. Si alz. Il sacco da spaz-
zatura adesso aveva un certo peso, il Re sarebbe stato contento. Sca-
valcando agilmente i morti, Roland si diresse verso la luce.
Dietro di s ud un fruscio. Non forte, solo un fremito d'aria disturbata.
C'era qualcuno.
Prima che si girasse, una mano gli tapp la bocca. Prendete il sacco!
disse un uomo. Sbrigatevi!
Il sacco gli fu strappato di mano. Il bastardo ha un Ingram! Anche il
mitra gli fu strappato di tracolla. L'uomo tir via la mano, ma con il brac-
cio gli serr la gola. Dov' Macklin? Dov' nascosto, il figlio di puttana?
Soff... soffoco gracchi Roland.
Con un'imprecazione l'uomo lo sbatt per terra. Gli occhiali volarono
via, uno stivale gli premette la schiena. Chi vuoi uccidere con quel mitra,
ragazzo? Vuoi tenere tutto il cibo per te e per il colonnello?
Uno degli altri recuper la torcia e gli punt in viso il raggio. Dalle voci
e dai movimenti, Roland pens che fossero in tre, ma non poteva esserne
certo. Trasal, quando ud scattare la sicura dell'Ingram. Uccidilo,
Schorr! disse uno. Fagli saltare le cervella al bastardo!
Schorr. Roland riconobbe il nome. Il sergente addetto alla ricezione..
So che  vivo, ragazzo. Schorr incombeva su di lui, gli piantava il
piede sulla schiena. Sono sceso in sala comando, ho trovato quella gente
che lavorava nel buio. Ho trovato anche il caporale Prados. Ha detto che
un ragazzo ha tirato fuori Macklin e che il colonnello era ferito. Ha lascia-
to Prados l sotto a morire, eh?
Il caporale... non poteva muoversi. Non si reggeva in piedi, a causa del-
la gamba. Abbiamo dovuto abbandonarlo.
Chi c' con Macklin?
Il capitano Warner boccheggi Roland. E basta.
E ti ha mandato qui a cercare cibo? Ti ha dato PIngram e ti ha detto di
uccidere tutti gli altri?
Nossignore. Le rotelle del cervello di Roland giravano, alla ricerca
d'un modo per togliersi da quell'impiccio.
Dov' nascosto? Quante armi ha?
Roland rest in silenzio. Schorr si chin accanto a lui e gli punt la can-
na alla tempia. Ci sono altri nove uomini, non lontano da qui; hanno bi-
sogno anche loro di cibo e d'acqua disse concisamente Schorr. I miei
uomini. Credevo che sarei morto. Ho visto cose... Si blocc, sconvolto, e
per un istante non riusc a continuare. Cose che nessuno dovrebbe vedere
e vivere per ricordarle. La colpa  tutta di Macklin. Sapeva che questo po-
sto non stava in piedi... doveva saperlo! La canna graffi il cranio di Ro-
land. Il grande e potente Macklin, con i suoi soldati di latta e le medaglie
arrugginite! Buono solo a far marciare i gonzi dentro e fuori di qui! Sapeva
cosa sarebbe accaduto! Non  vero?
Sissignore. Roland sent contro lo stomaco i contorni dell'ascia sacra.
Piano piano, cominci a infilare la mano sotto di s.
Sa che  impossibile arrivare alle scorte d'emergenza, vero? Per questo
t'ha mandato a raccogliere gli avanzi, prima che un altro ci pensasse! Pic-
colo bastardo! Schorr afferr Roland per il colletto e cominci a scuoter-
lo, aiutandolo cos a far scivolare la mano pi vicino all'ascia sacra.
Il colonnello vuole accumulare riserve di tutto disse Roland. Devo
guadagnare tempo, pens. Vuole riunire tutti, razionare cibo e a...
Sei un bugiardo! Vuole tenere tutto per s!
No! Possiamo ancora arrivare alle scorte d'emergenza.
Stronzate! rugg l'uomo, con un'improvvisa nota di follia nella voce.
Ho sentito crollare il resto del Livello Uno. Sono tutti morti! Vuole ucci-
derci tutti, per tenersi il cibo!
Finiscilo, Schorr disse l'altro. Fagli saltare le palle.
Non ancora, non ancora. Voglio sapere dov' Macklin! Dov' nascosto?
Quante armi ha?
Le dita di Roland quasi toccavano la lama. Pi vicino... sempre pi vici-
no. Ha... ha un mucchio d'armi da fuoco. Una pistola. Un altro mitra. Pi
vicino, ancora pi vicino. Ha un intero arsenale, l dentro.
L dentro? Dove?
In... in una stanza. Pi avanti nel corridoio. Quasi presa!
Quale stanza, piccola merda? Schorr lo afferr di nuovo, lo scosse con
rabbia. Roland aproffitto del movimento: tolse dalla cintura l'ascia sacra e
vi rimase steso sopra, impugnando bene il manico. Quando decideva di
colpire, doveva farlo rapidamente; e se gli altri due avevano armi da fuoco,
lui era finito.
Piangi, si disse. Riusc a cavare fuori un singhiozzo. Per favore... per
favore, non fatemi male! Senza occhiali non ci vedo! Piagnucol, si agit.
Non fatemi male! Finse conati di vomito... e sent la canna dell'Ingram
scostarsi dalla testa.
Brutto merdoso. Bastardo cacasotto! Su, in piedi! Da uomo! Afferr
Roland per il braccio e cerc di tirarlo in piedi.
Ora, pens Roland... molto calmo, molto deciso. Un Cavaliere del Re
non ha paura della morte.
Si lasci tirare in piedi, poi scatt come una molla, gir su se stesso, vi-
br un fendente laterale con l'ascia sacra, la cui lama aveva ancora mac-
chie del sangue del Re.
Il raggio della torcia brill sulla mannaia; la lama squarci la guancia si-
nistra di Schorr come se trinciasse un tacchino al pranzo del giorno del
Ringraziamento. Per un secondo, il sergente rimase troppo sorpreso per re-
agire; ma poi il sangue schizz dalla ferita e il dito gli si contrasse involon-
tariamente sul grilletto: una grandinata di proiettili sibil sopra la testa di
Roland. Schorr barcoll all'indietro, la faccia scarnificata fino all'osso. Ro-
land lo assal menando colpi all'impazzata, prima che il sergente potesse
prenderlo di mira.
Uno degli altri afferr Roland per la spalla, ma il ragazzo si liber, la-
sciandoci quasi la camicia. Vibr ancora un fendente contro Schorr e lo
colp al muscolo del braccio che reggeva il mitra. Schorr inciamp in un
cadavere, l'Ingram cadde rumorosamente ai piedi di Roland.
Il ragazzo lo raccolse. Con il viso contorto in un rictus selvaggio, si gir
di scatto verso l'uomo che reggeva la torcia. Piant i piedi per terra, nella
posizione di sparo che il colonnello gli aveva insegnato, e premette il gril-
letto.
Il mitra ronz come una macchina da cucire, ma il rinculo sbatt Roland
contro i detriti e lo mand a cadere seduto. La torcia esplose nella mano
dell'uomo; ci fu un grugnito, poi un acuto grido di dolore. Roland spar nel
buio; le traiettorie rosse dei proiettili traccianti rimbalzarono sulle pareti.
Un altro grido si spezz in una serie di gorgoglii e parve allontanarsi: Ro-
land pens che uno dei tre era precipitato in uno squarcio del pavimento.
Innaffi di proiettili la cafeteria e smise di sparare quando cap d'essere di
nuovo da solo.
Tese l'orecchio; il cuore gli batteva all'impazzata. Il dolce profumo di u-
n'arma da fuoco appena usata aleggiava nell'aria. Venite avanti! grid
Roland. Ne volete ancora? Fatevi sotto!
Ma ci fu solo silenzio. Non sapeva se li aveva uccisi tutti, ma era sicuro
d'averne colpito almeno uno. Bastardi mormor. Bastardi, la prossima
volta vi uccido tutti.
Rise. Rimase sorpreso, perch gli parve la risata di uno sconosciuto. Si
augur che tornassero. Voleva un'altra occasione per ucciderli.
Cerc gli occhiali. Trov il sacco di plastica, ma gli occhiali erano per-
duti. D'ora in poi avrebbe visto tutto confuso, ma andava bene lo stesso:
tanto, non c'era pi luce. A tentoni trov sangue tiepido e il relativo corpo.
Per un paio di minuti prese a calci il cranio del cadavere.
Raccolse il sacco di plastica. Tenendo pronto l'Ingram, si mosse con
cautela nella cafeteria, in direzione dell'uscita; con le dita dei piedi tastava
il pavimento, per scoprire in tempo eventuali fenditure. Arriv senza in-
convenienti nel corridoio.
Tremava ancora d'eccitazione. Tutto era nero e silenzioso, a parte un
lento sgocciolio d'acqua da qualche parte. Trov a tentoni la strada per la
palestra, portando il sacco con il bottino, ansioso di raccontare tutto al Re:
aveva affrontato tre troll dei tunnel e uno di loro si chiamava Schorr. Ma ci
sarebbero stati altri troll! Non avrebbero ceduto facilmente e poi non era
sicuro d'avere ucciso il sergente.
Roland sogghign nel buio, faccia e capelli umidi di sudore freddo. Era
molto, molto orgoglioso di s, perch aveva difeso il Re, anche se purtrop-
po aveva perso la torcia. Nel corridoio calpest cadaveri che si gonfiavano
come palloncini.
Era il gioco pi bello che avesse mai giocato. Superava di un anno luce
la versione al computer! In vita sua non aveva mai sparato a nessuno. E
neppure aveva provato questa sensazione di potere.
Circondato dalle tenebre e dai morti, reggendo un sacco di rifiuti e un
Ingram ancora caldo, Roland Croninger conobbe la vera estasi.
24
Uno squittio proveniente da un angolo dello scantinato indusse Josh ad
accendere la torcia. La debole lampadina emise un raggio di luce gialla-
stra; Josh l'indirizz verso l'angolo per scoprire la causa del rumore.
Cosa c'? chiese Swan, seduta a un metro da lui.
Un topo, credo. Nel raggio luminoso vide solo la confusione di travi e
di steli di granturco, la montagnola di terriccio sotto cui giaceva Darleen
Prescott. Spost subito la torcia perch la bambina non vedesse la tomba:
aveva appena cominciato a riprendersi dallo choc. S, dev'essere proprio
un topo. Forse aveva il nido qua sotto. Ehi, signor Topo! Ti spiace se divi-
diamo con te lo scantinato per un poco?
Sembra ferito.
Penser che anche noi non siamo in buone condizioni. Tenne il raggio
di luce lontano dalla bambina: l'aveva gi vista una volta, in quella luce
fioca, e gli era bastato. I bei capelli biondi erano quasi tutti bruciati, il viso
era una massa di vesciche rosse e acquose. Gli occhi, che ricordava d'un
azzurro sorprendente, erano infossati e velati di grigio. Josh si rendeva
conto che l'esplosione non aveva risparmiato neppure lui; il riflesso lumi-
noso della torcia rivelava chiazze grigiastre sulle mani e sulle braccia. Non
voleva sapere altro. Forse avrebbe finito per sembrare una zebra. Ma al-
meno erano ancora vivi, lui e la bambina; non aveva modo di calcolare il
tempo, ma pensava che fossero gi trascorsi quattro giorni, forse cinque. Il
cibo non era pi un problema e avevano abbondanza di succhi di frutta in
scatola. C'era un certo ricambio d'aria, anche se lo scantinato sapeva sem-
pre di rinchiuso. La cosa peggiore era il puzzo della latrina, ma per il mo-
mento lui non poteva farci niente. Forse pi avanti avrebbe escogitato un
impianto igienico pi pulito, usando per esempio le lattine vuote e sotter-
randole.
Qualcosa si mosse nel raggio di luce.
Guarda! disse Swan. Laggi!
Un animaletto bruciacchiato, in cima a una montagnola di terriccio. La
creatura pieg la testa verso Swan e Josh, squitt di nuovo e scomparve fra
i detriti.
Non  un topo disse Josh.  un...
Un geomio! termin per lui Swan. Sembrano un incrocio fra una tal-
pa e un criceto. Ne ho visti moltissimi, scavavano le loro gallerie vicino al
parcheggio di roulotte.
Un geomio ripet Josh. Ricord le parole di PawPaw: "C' un geomio
nel buco!"
Swan fu contenta di vedere un altro essere vivente, l sotto con loro. Lo
sentiva annusare la terra, al di l del raggio luminoso e della montagnola
dove... Ancora non riusciva a sopportare quel pensiero. Per, almeno,
mamma non soffriva. Ascolt il geomio annusare in giro; conosceva molto
bene quegli animali, perch le riempivano di buchi il giardino...
Scavavano un mucchio di buchi.
Josh?
S?
I geomi scavano buchi.
Josh sorrise debolmente a quello che ritenne un semplice commento da
bambini; ma torn serio di colpo, quando cap dove Swan voleva arrivare.
Se il geomio aveva il nido l sotto, allora forse c'era davvero un buco che
portava fuori! Forse l'aria veniva proprio da l. Si sent balzare il cuore.
PawPaw sapeva che nello scantinato c'era un buco di geomio, era questo il
messaggio che aveva cercato di trasmettere. E loro potevano allargarlo fino
a farlo diventare un tunnel. Avevano piccone e badile, forse potevano a-
prirsi una via d'uscita!
Strisci accanto al vecchio. Ehi disse. Mi senti? Tocc il braccio di
PawPaw.
Mio Dio mormor.
Il vecchio era freddo. Giaceva irrigidito, con le mani lungo i fianchi.
Josh illumin il viso del cadavere, vide le chiazze di ustioni scarlatte, si-
mili a voglie bizzarre, sulle guance e sul naso. Le occhiaie erano fori spa-
lancati, marrone scuro. PawPaw era morto da parecchie ore. Josh mosse la
mano per abbassargli le palpebre, ma anch'esse erano state incenerite, va-
porizzate.
Il geomio squitt. Josh lasci il cadavere e strisci verso il rumore. Fru-
gando con il raggio di luce fra i detriti, vide il geomio che si leccava le
zampe posteriori ustionate. Il roditore scatt all'improvviso sotto un pezzo
di legno incuneato nell'angolo. Josh cerc di strapparlo, ma il legno era
ben piantato. Con pazienza Josh cominci a liberarlo.
Il geomio protest furiosamente contro quell'invasione. Poco alla volta
Josh liber il pezzo di legno e lo tir via. Nella parete di terra vide un pic-
colo buco rotondo, a circa sette centimetri dal pavimento.
Trovato! esclam. Si allung sullo stomaco e illumin il foro, che pe-
netrava per mezzo metro nella parete, piegava a sinistra e continuava fuori
portata del raggio di luce. La galleria arriva certo all'esterno! Era eccita-
to come un bimbo il mattino di Natale. Riusc a infilare il pugno nel buco.
La terra era assai compatta: anche a quella profondit, il calore l'aveva resa
solida come asfalto. Scavarla sarebbe stato un lavoraccio d'inferno, ma se-
guire la galleria del geomio avrebbe facilitato l'impresa.
Ma era giusto uscire dallo scantinato cos presto? Forse le radiazioni li
avrebbero uccisi subito. Dio solo sapeva com'era il mondo esterno. Aveva-
no il coraggio di scoprirlo?
Josh ud un rumore alle sue spalle. Un rantolo rauco, come di polmoni
catarrosi che lottassero per respirare.
Josh? Anche Swan aveva udito quel rumore. Le aveva fatto rizzare i
pochi capelli rimasti. Un attimo prima aveva percepito un movimento nelle
tenebre.
Josh si gir e la illumin. Il viso piagato di Swan era rivolto a destra.
L'orribile rantolo si ripet. Josh spost la torcia... e lo spettacolo ebbe su di
lui l'effetto di una mano gelida che gli serrasse la gola.
Il cadavere di PawPaw tremava e il rumore spaventoso proveniva da l.
 ancora vivo, pens Josh, incredulo; ma no, no! Era morto, quando l'ho
toccato. Morto!
Il cadavere sobbalz. Lentamente, con le mani rigide lungo i fianchi, si
alz a sedere. La testa si gir, un centimetro alla volta, come quella d'un
pupazzo meccanico, verso Josh Hutchins; le orbite vuote cercarono la luce.
Il viso ustionato s'incresp, la bocca si sforz di schiudersi... e Josh pens
che, se quelle labbra si fossero aperte, avrebbe perso anche l'ultimo barlu-
me di sanit mentale.
Con un sibilo e un rantolo d'aria, la bocca si apr.
E ne usc una voce simile al fruscio del vento fra l'erba secca. Sulle pri-
me era un suono incomprensibile, fievole e remoto; ma divent pi forte e
disse: Pro...teggi...
Le orbite fissarono il raggio di luce, come se contenessero ancora i bulbi
oculari. Proteggi ripet la voce terrificante. Le labbra grigie sembravano
sforzarsi di formare parole. Josh si ritrasse. Il cadavere rantol: Proteg-
gi... la... bambina.
Ci fu un debolo sibilo d'aria. Le orbite del cadavere presero fuoco. Josh,
come ipnotizzato, ud Swan mandare un fievole Oh. La testa del cadave-
re divenne una palla di fuoco, il fuoco si diffuse ad avviluppare tutto il
corpo in un bozzolo fremente color blu rossastro. Un'intensa ondata di ca-
lore lamb il viso di Josh, che alz la mano a proteggersi gli occhi; quando
torn ad abbassarla, il cadavere si dissolveva dentro il sudario infuocato.
Sempre in posizione seduta, ardeva in ogni centimetro.
Le fiamme continuarono per una trentina di secondi, poi cominciarono a
tremolare e a spegnersi; le suole delle scarpe di PawPaw furono le ultime a
bruciare.
Rimase una figura di cenere biancastra a forma d'uomo seduto.
Il fuoco si spense completamente. La figura di cenere croll. Il cadavere,
completamente incenerito, ossa comprese, form un mucchietto. Quel che
restava di PawPaw Briggs era pronto per la pala.
Josh rimase impietrito. Granelli di cenere si mossero pigramente nel
raggio luminoso. Sono fuori di testa, pens Josh. A furia di prendere colpi,
sono suonato!
Dietro di lui, Swan si morse il labbro e cerc di ricacciare le lacrime di
paura. Non devo piangere, si disse; ormai non piango pi. Gir lo sguardo
sconvolto verso il gigante.
Proteggi la bambina. Josh aveva udito le parole. Ma PawPaw era morto
da un pezzo. Proteggi la bambina. Sue Wanda. Swan. La cosa che aveva
parlato per mezzo della labbra del morto, qualsiasi cosa fosse, ormai era
svanita. Rimanevano Josh e Swan, soli.
Josh credeva nei miracoli, ma in quelli del genere biblico... la separa-
zione delle acque nel mar Rosso, la trasformazione dell'acqua in vino, la
moltitudine sfamata con un cesto di pani e di pesci; e fino a quel momento
aveva pensato che l'era dei miracoli fosse passata da un pezzo. Ma forse
era gi un piccolo miracolo che entrambi avessero trovato la drogheria. E
certo era un miracolo che fossero ancora vivi. E un cadavere che si mette a
sedere e parla non  spettacolo di tutti i giorni.
Dietro di lui, il geomio rasp il terriccio. Fiuta il cibo che cola dalle sca-
tolette, si disse Josh. Forse anche il buco del geomio era un piccolo mira-
colo. Non riusciva a staccare lo sguardo dal mucchietto di ceneri bianca-
stre: avrebbe continuato a udire quella voce rantolante, per tutta la vita...
lunga o breve che fosse.
Stai bene? disse a Swan.
S rispose la bambina, con voce appena percettibile.
Josh annu. Se una cosa al di l della sua comprensione voleva che lui
proteggesse la bambina, maledizione, l'avrebbe protetta. Dopo un poco,
passato il gelo che gli attanagliava le ossa, strisci a prendere il badile e
spense la luce per non consumare la batteria; nel buio, copr le ceneri di
PawPaw con terriccio del campo di granturco.
25
Sigaretta?
Sister prese una Winston dal pacchetto che le veniva offerto. Doyle Hal-
land azion un accendino a gas, d'oro, con le iniziali RBR su un lato. Ac-
cesa la sigaretta, Sister inal profondamente il fumo - ormai non aveva
senso preoccuparsi del cancro - e lo emise dalle narici.
Il fuoco scoppiettava nel caminetto della piccola.casa di periferia dal-
l'intelaiatura in legno, dove avevano trovato riparo per la notte. Le finestre
non avevano pi i vetri, ma loro erano riusciti a trattenere un po' di calore
nella stanza d'ingresso, grazie al fortunato ritrovamento di alcune coperte,
un martello e dei chiodi. Avevano inchiodato le coperte sulle finestre pi
grandi e si erano rannicchiati intorno al focolare. Nel frigorifero avevano
trovato un recipiente di cioccolata, una caraffa di plastica con un po' di li-
monata, un cespo di lattuga. La dispensa conteneva solo mezza scatola
d'uva passa e alcuni barattoli con degli avanzi. Ma erano sempre cibo: Si-
ster mise tutto nella borsa, che cominciava a gonfiarsi per le cose che ave-
va recuperato qua e l. Presto avrebbe fatto bene a procurarsene una se-
conda.
Quel giorno, attraversata la Garden State Parkway, avevano camminato
per quasi otto chilometri nella distesa silenziosa dei sobborghi orientali del
Jersey, diretti a ovest lungo la Statale 280. Il freddo intenso entrava nelle
ossa; il sole era solo una chiazza grigia nel basso cielo marrone smorto
screziato di rosso. Ma pi s'allontanavano da Manhattan, pi trovavano e-
difici ancora intatti, per quanto tutti privi di vetri alle finestre e sbilenchi
come se li avessero scalzati dalle fondamenta. Poi erano arrivati in una zo-
na di case a due piani, strette una accanto all'altra - centinaia di case, cu-
pe e rovinate come piccole ville gotiche - ciascuna con il suo piccolo pra-
to formato francobollo, bruciato, color delle foglie secche. Dagli alberi,
dagli arbusti, era scomparsa ogni traccia di verde: tutto aveva il colore
spento, grigio e nero, della morte.
Avevano visto le prime automobili non ridotte a rottami. Veicoli ab-
bandonati, con la vernice piena di bolle, il parabrezza in frantumi, fermi
qua e l nelle vie; ma solo uno di essi aveva la chiave, e anche quella era
spezzata nel nottolino dell'accensione. Avevano proseguito, tremando di
freddo, mentre il cerchio grigio del sole si muoveva nel cielo.
Una donna, con indosso una leggera veste azzurra, il viso gonfio e li-
vido, seduta alla veranda, si era messa a ridere e li aveva sfottuti, mentre
passavano. Siete in ritardo! aveva gridato. Sono andati via tutti! Siete
in ritardo! Teneva in grembo una pistola e loro avevano tirato dritto. A un
incrocio, un cadavere con la faccia viola e la testa orribilmente deformata,
appoggiato al palo d'una fermata d'autobus, sogghignava al cielo, le mani
strette a una valigetta. Nella tasca della giacca del morto Doyle Halland
aveva trovato il pacchetto di Winston e l'accendino a gas.
Erano andati via davvero tutti. I cadaveri giacevano sui prati, sull'orlo
dei marciapiedi, sui gradini d'ingresso; ma chi era ancora vivo e ancora in
parte sano di mente, era fuggito dalla zona dell'olocausto. Seduta davanti
al fuoco a fumare la sigaretta d'un morto, Sister immagin l'esodo degli a-
bitanti dei sobborghi, che riempivano freneticamente federe e sacchetti di
carta, cacciandovi dentro provviste e tutto quel che potevano portare via,
mentre Manhattan si scioglieva al di l delle Palisades. Avevano preso i
bambini e abbandonato gli animali domestici, per fuggire a ovest davanti
alla pioggia nera, come un esercito di barboni e di accattone. Ma avevano
lasciato le coperte, perch era la met di luglio. Non s'aspettavano che fa-
cesse freddo. Volevano solo allontanarsi dal fuoco. Dove scappavano?
Dove si sarebbero nascosti? Il freddo li avrebbe sorpresi; a quest'ora molti
di loro dormivano profondamente nel suo abbraccio.
Alle sue spalle, gli altri dormivano rannicchiati per terra, su cuscini di
divano, coprendosi con dei tappeti. Sister aspir un'altra boccata e guard
il profilo spigoloso di Doyle Halland. Il prete, una Winston fra le labbra,
fissava il fuoco; con le dita sottili si massaggiava cautamente la gamba at-
torno alla scheggia conficcata. Era un vero duro, pens Sister; nemmeno
una volta, in tutto il giorno, aveva chiesto che si fermassero a riposare, an-
che se il dolore l'aveva reso livido in viso.
Allora, cosa intendeva fare? chiese Sister. Restare per sempre in
quella chiesa?
Lui esit un momento prima di rispondere. No disse. Non per sem-
pre. Solo finch... non so, fino all'arrivo di qualcuno che andasse da qual-
che parte.
Perch non  andato con gli altri?
Sono rimasto a somministrare l'estrema unzione a tutti quelli che pote-
vo. Sei ore dopo l'esplosione, avevo ripetuto il sacramento tante di quelle
volte da perdere la voce. Non riuscivo pi a parlare, ma c'erano tanti altri
moribondi! Mi supplicavano di salvare la loro anima, di farli andare in Pa-
radiso. Le scocc una rapida occhiata, ma distolse in fretta lo sguardo.
Aveva occhi grigi con macchie verdi. Mi supplicavano ripet piano. E
non potevo nemmeno parlare, cos davo loro il segno della croce e... e li
baciavo. Davo loro il bacio della buonanotte e tutti avevano fede in me.
Aspir una boccata, espir il fumo e lo guard muoversi verso il focolare.
Per pi di dodici anni St. Matthew era stata la mia chiesa. Continuavo a
tornare l e a camminare fra le macerie, cercando di capire cos'era accadu-
to. C'erano alcune magnifiche statue e finestre con i vetri istoriati. Dodici
anni. Scosse lentamente la testa.
Mi spiace disse Sister.
E perch? Lei non c'entra.  soltanto... qualcosa che  sfuggito di ma-
no. Forse nessuno poteva impedirlo. La guard di nuovo; questa volta
sofferm lo sguardo sulla ferita incrostata di sangue, nel cavo del collo. E
quella? domand. Sembra quasi un crocifisso.
Sister tocc la ferita. Portavo una catenella con una croce.
Cos' accaduto?
Qualcuno... Si blocc. Come poteva descrivelo? La sua mente ancora
si ritraeva al ricordo: un pensiero su cui non era sicuro soffermarsi. Qual-
cuno me l'ha strappata concluse.
Lui annu, pensieroso; lasci uscire il fumo dall'angolo delle labbra. Nel-
la nebbiolina azzurrastra, cerc gli occhi di lei. Crede in Dio?
S, ci credo.
Perch? domand lui, piano.
Credo in Dio perch un giorno Ges verr a prendere i meritevoli nel-
l'Assun... No, si disse. No. Quella era Sister Creep che cianciava cose udi-
te da altre accattone. Esit, riordin i pensieri, poi disse: Credo in Dio
perch sono viva e credo che non ce l'avrei fatta fin qui da sola. Credo in
Dio perch credo che vivr per vedere un altro giorno.
Crede perch crede disse lui. Non  un bell'esempio di logica.
Vuol dire che lei non ci crede?
Doyle Halland le rivolse un sorriso vacuo, che piano piano gli scivol
via dal viso. Crede davvero, signora, che Dio tenga l'occhio su di lei?
Crede davvero che a Lui importi se vive o non vive ancora un giorno? Co-
sa la rende diversa dai cadaveri incontrati oggi? Dio s' forse interessato a
loro? Mostr sul palmo teso l'accendino con le inziali. E questo signor
RBR?  andato in chiesa, oggi? Non era un bravo figliolo?
Non so se Dio tiene un occhio su di me replic Sister. Ma spero di s.
Spero di essere abbastanza importante. Spero che tutti noi lo siamo. In
quanto ai morti... forse loro erano i fortunati. Non so.
Forse convenne lui. Rimise in tasca l'accendino. Solo, non so quali
ragioni ci siano per continuare a vivere. Dove andiamo? Perch ci andia-
mo? Cio... qualsiasi luogo  buono, per morire, giusto?
Non ho intenzione di morire presto. Credo che Artie voglia tornare a
Detroit. Andr l con lui.
E dopo? Ammesso che arrivi fino a Detroit.
Sister alz le spalle. Come ho detto, non intendo morire. Continuer
finch avr la forza di camminare.
Nessuno ha intenzione di morire replic lui. Ero ottimista, molto
tempo fa. Credevo nei miracoli. Ma sa cos' successo? Sono diventato pi
vecchio! E il mondo  diventato pi cattivo. Ero al servizio di Dio e crede-
vo in Lui, con tutto il mio cuore, fino all'ultimo grammo di fede. Socchiu-
se leggermente gli occhi, come se guardasse qualcosa al di l del fuoco.
Come le ho detto, sono cose di molto tempo fa. Ero un ottimista... ora so-
no solo un opportunista, immagino. Sono bravissimo a giudicare da che
parte soffia il vento... e devo ammettere che in questo momento giudico
molto, molto debole Dio, o il potere che chiamiamo Dio. Una candela agli
sgoccioli, se cos posso esprimermi, circondata dalle tenebre. E le tenebre
si fanno pi vicine. Rimase immobile, a fissare il fuoco.
Non sembrano parole da prete.
E infatti non mi sento pi prete. Mi sento solo... un uomo sfinito, con la
veste nera e uno stupido colletto bianco sporco. Le mie parole la sconvol-
gono?
No. Non credo che qualcosa possa ancora sconvolgermi.
Bene. Ci significa che lei pure diventa meno ottimista, no? Emise un
borbottio. Mi spiace. Non sembro Spencer Tracy nella Citt dei ragazzi,
vero? Ma quelle estreme unzioni... mi uscivano di bocca come cenere e
non riesco a togliermi quel maledetto sapore. Lo sguardo scivol sulla
sacca di Sister. Cos' quell'oggetto che ho visto ieri notte? Quel cerchio di
vetro.
Una cosa che ho trovato nella Quinta Avenue.
Oh. Posso vederla?
Sister la tolse dalla borsa. Le gemme imprigionate nel cerchio di vetro
lampeggiarono dei colori dell'arcobaleno. I riflessi danzarono sulle pareti
della stanza e variegarono il viso di Sister e di Doyle Halland. L'uomo trat-
tenne il fiato, perch era la prima volta che riusciva a dare una buona oc-
chiata al cerchio di vetro. Spalanc gli occhi e le pupille rifletterono i colo-
ri. Allung la mano per toccarlo, ma la ritrasse all'ultimo istante. Che co-
s'?
Solo vetro e pietre preziose, fusi insieme. Ma... ieri notte, poco prima
del suo arrivo, questo cerchio ha fatto... ha fatto una cosa meravigliosa,
una cosa che ancora non so spiegare. Gli parl di Julia Castillo e di come
si fossero capite, mentre tutt'e due toccavano il cerchio di vetro. Lui ascol-
t attentamente. Beth dice che  magia. Non so se  vero; ma so che  un
oggetto assai bizzarro. Guardi come segue il battito del mio cuore. E come
brilla! Non so cosa sia, ma di certo non lo butto!
Una corona disse lui, piano. Ho udito Beth dire che potrebbe essere
una corona. Sembra un diadema, vero?
Credo di s. Diverso dai diademi nelle vetrine di Tiffany, per. Voglio
dire...  tutto storto, ha una forma insolita. Ricordo che stavo per cedere,
volevo morire. Poi l'ho trovato, e mi ha fatto pensare che... Non so,  un'i-
dea stupida, immagino.
Continui la incit lui.
Mi ha fatto pensare alla sabbia disse Sister. La sabbia  forse la roba
che vale meno al mondo; eppure guardi cosa pu diventare la sabbia, nelle
mani giuste. Pass le dita sulla superficie vellutata del vetro. Anche la
cosa pi inutile del mondo pu essere bella. Ci vuole il tocco giusto. Ma
vedere questo magnifico oggetto, tenerlo fra le mani, mi ha fatto pensare
che neppure io ero poi cos priva di valore. Mi ha fatto desiderare di muo-
vere il culo e vivere. Fino a quel momento ero una povera pazza, ma da
quando ho trovato questo cerchio... sono rinsavita. Forse una parte di me 
ancora pazza, non so; ma voglio credere che tutta le bellezza del mondo
non  ancora morta. Voglio credere che si pu salvare la bellezza.
Non ne ho vista molta, negli ultimi giorni replic lui. A parte que-
st'oggetto. Ha ragione.  una cianfrusaglia molto, molto bella. Sorrise de-
bolmente. Oppure una corona. O quel che le piace credere.
Sister scrut l'interno del cerchio di vetro. Sotto la superficie, i fili di
metalli preziosi brillarono come stelle filanti. Il pulsare d'un grosso topazio
marrone scuro attir la sua attenzione. Sister sentiva che Doyle Halland la
guardava, udiva lo scoppiettio del fuoco e il sibilo del vento, ma il topazio
marrone e il suo pulsare ipnotico - cos morbido, cos regolare - le
riempiva la vista. Oh, pens, che cosa sei? Che cosa sei? Che...
Batt le palpebre.
Non reggeva pi fra le mani il cerchio di vetro.
E non era pi seduta davanti al fuoco nella casa del New Jersey.
Sentiva il soffio del vento, l'odore secco e bruciato della terra e... di al-
tro. Di cosa?
S. Ora lo riconobbe. Odore di granturco bruciato.
Si trovava in una vasta pianura; il cielo era una massa turbinante di nubi
grigio sporco, squarciate dalle striature blu elettrico dei fulmini. Attorno a
lei si estendevano steli carbonizzati di granturco, a migliaia; e l'unica carat-
teristica di quel deserto orrendo era l'ampia montagnola che sembrava una
tomba, un centinaio di metri pi avanti.
Sto sognando, pens; sono sempre nel New Jersey. Questo  un pae-
saggio di sogno, una fantasia della mia mente, nient'altro. Posso svegliarmi
quando voglio e mi ritrover nel New Jersey.
Guard la bizzarra montagnola e si chiese fino a che punto potesse spin-
gere i limiti del sogno. Se avanzo d'un passo, pens, andr tutto in pezzi
come uno scenario cinematografico? Decise di scoprirlo, mosse un solo
passo. Il paesaggio di sogno rimase immutato. Se questo  un sogno, si
disse, allora, perdio, cammino in sogno ben lontano dal Jersey, perch sen-
to il vento in faccia!
Cammin sulla terra secca e sui gambi di granturco in direzione della
montagnola; non sollevava polvere, aveva la sensazione di galleggiare sul
paesaggio come un fantasma, non di camminare realmente, pur sapendo
che le gambe si muovevano. S'avvicin alla montagnola di terriccio e di
migliaia di steli bruciati, di pezzi di legno e di pannelli di cemento, tutti
ammassati insieme. Nelle vicinanze c'era un rottame metallico che forse un
tempo era stato un'automobile; un altro, simile, giaceva pi avanti, a una
quindicina di metri dal primo. Altri pezzi di metallo, di legno e di detriti
erano sparpagliati tutt'intorno: qui c'era un oggetto che sembrava l'ugello
d'una pompa di benzina, l il coperchio bruciato di una valigia. Brandelli
di vestiti - vestiti da bambino -erano sparsi intorno. Sister pass davanti
- camminando lungo il sentiero del sogno, si disse - a una ruota di carro
semisepolta nel terreno e ai resti di una insegna con lettere appena decifra-
bili: P... A... W,
Si ferm a circa venti metri dalla montagnola simile a una tomba. Un
sogno assai buffo, pens; sognassi almeno una grossa bistecca e un gelato
alla frutta candita.
Guard da ogni parte, vide solo desolazione.
No, una cosa, per terra, attir il suo sguardo... una piccola figura di qual-
che genere. Sister avanz in sogno da quella parte.
Una bambola, cap, quando si fu avvicinata. Una bambola con un bran-
dello di pelliccia azzurra ancora attaccato al corpo e occhi di plastica con
piccole pupille nere che, lo sapeva, si sarebbero mosse se l'avesse raccolta.
Sister si ferm davanti alla bambola. Le sembrava d'averla gi vista. Pens
a sua figlia, appollaiata davanti alla tiv. Uno dei suoi programmi preferiti
era la replica d'un vecchio spettacolo per bambini, "Sesame Street".
E Sister rivide sua figlia indicare allegramente lo schermo gridando:
Cooookies!
La Cookie Monster. S. Era proprio quella, l, ai suoi piedi.
Qualcosa, nella presenza della bambola in quella pianura desolata, col-
m d'orribile tristezza il cuore di Sister. Dov'era la bambina che aveva avu-
to quella bambola? Soffiata via nel vento? O sepolta, morta, sotto terra?
Sister si chin a raccogliere la Cookie Monster.
E la mano attravers la bambola... come se la scena, o lei, fossero di fu-
mo.
 un sogno, pens Sister. Non  reale.  un miraggio dentro la mia testa,
l'attraverso nel sentiero del sogno.
Si scost d'un passo: meglio che la bambola rimanesse l, casomai la
bambina che l'aveva smarrita capitasse un giorno da quelle parti.
Sister serr gli occhi. Ora voglio tornare, pens; voglio tornare dov'ero,
lontano da qui. Molto lontano da qui. Molto lon...
...per i suoi pensieri.
Sister trasal alla voce: le parve che le avessero mormorato proprio nel-
l'orecchio. Gir la testa. Il viso di Doyle Halland incombeva su di lei, pre-
so fra la luce del fuoco e il bagliore delle gemme. Cosa?
Ho detto, un soldo per i suoi pensieri. Dov'era?
Gi, dove, si domand Sister. Molto lontano da qui rispose. Tutto era
come prima. La visione era svanita, ma le parve di sentire ancora l'odore
del granturco bruciato e il vento sul viso.
La sigaretta si consumava fra le dita. Sister ne trasse l'ultima boccata,
gett il mozzicone nel fuoco. Rimise a posto il cerchio di vetro, tenne la
borsa stretta a s. Dietro le palpebre, vedeva ancora la montagnola di ter-
riccio, la ruota di carro, i rottami delle due automobili, la Cookie Monster
dalla pelliccia azzurra.
Dov'ero?, si domand... e non trov risposta.
Domani dove andiamo? disse Halland.
A ovest. Continuiamo verso ovest. Forse domani troveremo un'auto
con la chiave nell'accensione. Forse troveremo altra gente. Per un po' non
dovremo preoccuparci del cibo. Ne troveremo strada facendo. Tanto, non
sono mai stata schizzinosa nel mangiare. L'acqua, per, era sempre un bel
guaio. L in casa i rubinetti della cucina e del bagno erano secchi: quasi
certamente le onde d'urto avevano spaccato le condutture d'acqua in tutta
l'area metropolitana.
Crede davvero che le cose siano migliori, da un'altra parte? Halland
inarc le sopracciglia bruciate. I venti spargeranno le radiazioni per tutto
il paese. Se esplosioni, incendi e radiazioni non uccideranno tutti, ci pense-
ranno fame, sete, freddo. Direi che in fin dei conti non c' posto dove an-
dare, no?
Sister fiss il fuoco. Come ho gi detto, nessuno  obbligato a venire
con me, se non vuole rispose infine. Ora dormir un poco. Buonanotte.
Strisci dove gli altri erano rannicchiati sotto i tappeti e si distese fra Artie
e Beth. Cerc di prendere sonno, mentre fuori il vento ululava contro le
pareti.
Doyle Halland tocc con prudenza la scheggia conficcata nella gamba.
Sedeva un po' chino in avanti e continuava a spostare lo sguardo da Sister
alla borsa che la donna stringeva come se volesse difenderla da tutto. Bor-
bott, pensieroso; fum la sigaretta fino al filtro, butt il mozzicone nel
fuoco. Poi si sistem in un angolo, davanti a Sister e agli altri; li fiss forse
per cinque minuti buoni, con occhi scintillanti nella penombra, prima di
appoggiare la schiena contro la parete e addormentarsi seduto.
26
Cominci con una voce distorta che chiamava da dietro la porta barricata
della palestra: Colonnello? Colonnello Macklin?
Macklin, in ginocchio nel buio, non rispose. Poco lontano, Roland Cro-
ninger tolse la sicura all'Ingram ; udiva, alla sua destra, il respiro rauco di
Warner.
Sappiamo che  l dentro continu la voce. Abbiamo guardato in o-
gni posto. Si  trovato una bella fortezza, vero?
Appena Roland aveva terminato di riferire l'incidente nella cafeteria, si
erano messi al lavoro per barricare la porta della palestra, con pietre, cavi,
pezzi d'attrezzature Nautilus. Il ragazzo aveva avuto la buona idea di spar-
pagliare nel corridoio cocci di vetro, per ferire i predoni, se fossero giunti
nel buio strisciando sulle mani e sulle ginocchia. Un attimo prima della
voce, Macklin aveva udito imprecazioni e gemiti soffocati: i cocci di vetro
avevano fatto il loro dovere. Nella sinistra impugnava un'arma di fortuna
ricavata dagli attrezzi ginnici: una sbarra ricurva di metallo, lunga sessanta
centimetri, con trenta centimetri di catena e una ruota dentata che pendeva
all'estremit come una mazza da guerra.
Il ragazzo  l dentro? s'inform la voce. Cerco te, ragazzo. Mi hai
fatto davvero un bel servizio, piccolo bastardo. Ora Roland sapeva che
Schorr se l'era cavata; ma, a giudicare dalla voce, il sergente aveva certo
perso mezza bocca.
A Teddybear Warner saltarono i nervi. Andatevene! grid. La-
sciateci in pace!
Oh, merda, pens Macklin; adesso sanno che siamo qui!
Ci fu un lungo silenzio. Poi: Devo dare da mangiare a gente affamata,
colonnello. Sappiamo che l dentro avete un sacco pieno di viveri. Non 
giusto che li teniate tutti per voi. Visto che Macklin non rispondeva, la
voce distorta di Schorr rugg: Dacci il cibo, figlio di puttana!
Macklin sent una stretta alla spalla: sembrava un artiglio duro e freddo
che gli penetrava nelle carni. Pi bocche, meno cibo sussurr il Soldato
Ombra. Tu sai cosa vuol dire la fame, vero? Ricordi il pozzo, in Viet-
nam? Ricordi cosa facevi, per avere un pugno di riso?
Macklin annu. Ricordava, eccome! Ricordava che sarebbe morto, se
non avesse avuto pi di un quarto della piccola focaccia di riso, ogni volta
che le guardie Cong ne buttavano gi una; e ricordava che anche gli altri
- McGee, Ragsdale e Mississippi - gi potevano leggere la propria lapi-
de. Un uomo ha una certa luce negli occhi, quando viene spinto contro la
parete e spogliato della sua umanit; l'intera faccia cambia, come se la ma-
schera si apra a mostrare il vero animale che c' dietro.
E quando Macklin aveva deciso che cosa doveva fare, il Soldato Ombra
gli aveva suggerito il modo.
Ragsdale era il pi debole. Era stato semplice premergli la faccia nel
fango, mentre gli altri dormivano.
Ma un terzo della focaccia non bastava, aveva detto il Soldato Ombra.
Macklin aveva strangolato McGee, cos erano rimasti in due.
Mississippi era stato il pi duro da uccidere. Era ancora forte e aveva
continuato a respingere i tentativi di Macklin. Per il colonnello aveva per-
severato; alla fine Mississippi aveva perso la ragione, si era accucciato in
un angolo a invocare Ges come un bambino isterico. Era stato facile, allo-
ra, afferrarlo per il mento e spezzargli il collo, con un violento strattone.
Cos tutto il riso era suo e il Soldato Ombra aveva detto che aveva agito
bene, molto bene.
Mi sente, colonnello? lo schern Schorr, al di l della barricata. Ci
dia il cibo e ce ne andremo!
Stronzate rispose Macklin. Ormai non serviva pi nasconderei. Ab-
biamo armi, qui, Schorr. Desider disperatamente di fargli credere che
avessero ben pi di un solo Ingram, di un paio di bastoni metallici, di una
mannaia e di qualche sasso acuminato. Andatevene!
Abbiamo portato con noi alcuni suoi giocattoli, colonnello. Non credo
che voglia scoprire quali.
 solo un bluff.
Ah, s? Bene, signore, le dico solo questo: ho trovato il modo per anda-
re nel garage. Non c' rimasto molto. Quasi tutto  fracassato, non si pu
arrivare alla manovella del ponte levatoio. Ma ho trovato quel che mi ser-
viva, colonnello, e non me ne frega un cazzo di quante armi da fuoco ha l
dentro. Allora: ci d il cibo, o ce lo prendiamo?
Roland disse Macklin in tono pressante. Pronto a sparare.
Il ragazzo punt l'Ingram in direzione della voce di Schorr.
Quel che abbiamo, ce lo teniamo dichiar Macklin. Trovatevi il cibo
da soli, come abbiamo fatto noi.
Non ce n' pi! sbrait Schorr. Brutto figlio di puttana, non am-
mazzerai anche noi come hai ammazzato tutti gli altri in questa maledet-
ta...
Fuoco ordin Macklin.
Senza la minima esitazione, Roland premette il grilletto.
Il mitra gli salt fra le mani, mentre i traccianti sibilavano nella palestra
come stelle filanti scarlatte. Colpirono la barricata e la parete intorno alla
porta, schioccando e sibilando selvaggiamente a ogni rimbalzo. I brevi
sprazzi di luce mostrarono un uomo - non Schorr - che tentava di stri-
sciare nello spazio fra il mucchio di macerie e la parte superiore della por-
ta. L'uomo inizi a ritirarsi, alla prima raffica, ma all'improvviso mand un
grido, perch si era impigliato nel vetro e nei cavi metallici predisposti da
Roland. Colpito dai proiettili, si dibatt, impigliandosi maggiormente. Le
grida cessarono. Spuntarono delle braccia, afferrarono il corpo e lo sposta-
rono nel corridoio.
Roland lasci il grilletto. Aveva le tasche piene di caricatori e il co-
lonnello l'aveva addestrato-a cambiarli in fretta. Il frastuono del mitra sva-
n. I predoni tacevano.
Se ne sono andati! grid Warner. Li abbiamo respinti!
Silenzio! ammon Macklin. Scorse nel corridoio un breve bagliore...
forse un fiammifero. L'istante successivo, un oggetto ardente super la bar-
ricata. Tocc terra, con rumore di vetro infranto. Macklin ebbe un secondo
per sentire odore di benzina, prima che la molotov esplodesse, schizzando
nella palestra una pioggia di fuoco. Abbass la testa, dietro il mucchio di
macerie che gli serviva da riparo, mentre schegge di vetro gli ronzavano
intorno come calabroni. Le fiamme gli passarono sulla testa. Quando ces-
sarono, una pozza di benzina bruciava a meno di cinque metri da lui.
Anche Roland si era tuffato al riparo, ma alcuni frammenti di vetro gli
ferirono la guancia e la spalla. Alz la testa e spar di nuovo nel vano della
porta; i proiettili colpirono la parte alta della barricata e rimbalzarono sen-
za fare danni.
T' piaciuta, Macklin? sfott Schorr. Abbiamo trovato un po' di ben-
zina, nei serbatoi delle macchine. E anche stracci e bottiglie di birra. Ne
abbiamo preparate altre. Contento?
La luce d'un fuoco tremol sulle pareti della palestra in rovina. Macklin
non se l'era aspettato. Schorr e gli altri potevano starsene dietro la barricata
e tirare le bastarde molotov, senza esporsi. Un attrezzo metallico gratt
contro i detriti che bloccavano la porta e spinse via alcune pietre.
Una seconda bottiglia di benzina, con uno straccio ardente infilato nel
collo, vol nella palestra ed esplose accanto al capitano Warner, accucciato
dietro una montagnola di pietre, di metallo piegato e di pesi da solleva-
mento. La benzina schizz come olio bollente dalla padella. Il capitano ur-
l, colpito dai frammenti di vetro. Roland mitragli il vano della porta,
mentre una terza molotov cadeva fra lui e il colonnello Macklin; fu costret-
to a saltare di lato, mentre la benzina in fiamme gli schizzava le gambe.
Schegge di vetro si conficcarono nel giubbotto di Macklin, una lo colp
sopra il sopracciglio destro e gli pieg la testa, con la forza di un pugno.
I detriti della palestra - materassini, asciugamani, mattonelle del sof-
fitto, tappezzeria, pannelli in legno - prendevano fuoco. Fumo e vapori di
benzina turbinavano nell'aria.
Quando Roland alz di nuovo gli occhi, scorse sagome confuse scavare
freneticamente sulla barricata Spar una raffica e quelle si ritirarono in
fretta nel corridoio, come scarafaggi nella tana. Una bottiglia di Dr. Pep-
per, piena di benzina, scoppi in risposta; la folata di fiamme bruciacchi
il viso di Roland e gli tolse l'aria dai polmoni. Il ragazzo sent un dolore
acuto alla sinistra: la mano era coperta di fiamme; chiazze circolari grosse
come un dollaro d'argento gli bruciavano il braccio. Con un grido di terro-
re barcoll fino al secchio pieno d'acqua della toilette.
Le fiamme crescevano, si univano, avanzavano nella palestra. Altri pezzi
di barricata crollarono. Macklin vide entrare i predoni. Li guidava Schorr,
con uno straccio insanguinato intorno al viso ferito, una luce selvaggia ne-
gli occhi. Dietro di lui venivano tre uomini e una donna; impugnavano tutti
armi primitive: pietre dai bordi taglienti, bastoni ricavati dai resti del mobi-
lio. Mentre Roland si ripuliva freneticamente dalla benzina in fiamme,
Teddybear Warner barcoll fuori del riparo; cadde sulle ginocchia davanti
a Schorr, sollev le mani a implorare piet. Non uccidetemi! supplic.
Sono con voi. Lo giuro davanti a Dio, sono con...
Schorr conficc il bastone appuntito nella gola di Warner. Anche gli altri
si avventarono sul capitano, picchiando e prendendo a calci il corpo che si
dibatteva infilzato nella lancia improvvisata. Le fiamme proiettarono sulle
pareti ombre simili a quelle di ballerini infernali. Poi Schorr strapp la lan-
cia dalla gola di Warner e si gir di scatto verso il colonnello Macklin.
Roland strinse contro il fianco l'Ingram. Una mano all'improvviso lo af-
ferr per la nuca, tirandolo in piedi. Scorse la sagoma confusa di un uomo
lacero che incombeva su di lui e si apprestava a schiacciargli con una pie-
tra la testa.
Schorr caric Macklin. Il colonnello si alz barcollando per difendersi
con quella sorta di mazza moderna.
L'uomo che aveva afferrato Roland emise un suono soffocato. Portava
occhiali dalle lenti incrinate, tenuti insieme con un cerotto alla radice del
naso.
Schorr fint. Macklin perdette l'equilibrio, cadde, rotol su se stesso,
mentre la lancia gli graffiava il fianco. Roland, aiuto! grid.
Oh... Dio mio ansim l'uomo con gli occhiali incrinati. Roland... sei
vivo...
A Roland parve di riconoscere la voce dell'uomo, ma non ne fu sicuro.
Non c'era pi niente di sicuro, tranne il fatto che lui era un Cavaliere del
Re. Gli eventi accaduti in precedenza erano soltanto ombre confuse, eteree,
irreali: la vita reale era questa. Roland! disse l'uomo. Non riconosci
tuo... Roland sollev l'Ingram. La testa dell'uomo esplose. Lo sconosciuto
barcoll all'indietro, mentre denti spezzati tintinnarono in una maschera di
sangue, e cadde fra le fiamme.
Gli altri si gettarono sul sacco di cibo, lo strapparono con furia sel-
vaggia, lottarono per i rifiuti. Roland si gir verso Schorr e il colonnello
Macklin. Schorr tentava con la lancia di trafiggere il colonnello, mentre
Macklin usava la mazza per parare i colpi di punta. Ma era spinto co-
stantemente in un angolo, dove il fuoco tremolante rivelava, nella parete
piena di crepe, un largo condotto d'aria con la griglia metallica penzolante,
trattenuta da una sola vite.
Roland si apprest a sparare, ma il fumo turbin intorno ai due e lui eb-
be paura di colpire il Re. Tese il dito sul grilletto, ma poi qualcosa lo colp
alla base della schiena e lo mand a cadere faccia a terra, dove giacque
cercando di riprendere fiato. Il mitra gli era sfuggito di mano. La donna
dagli occhi folli e cerchiati di rosso, che aveva tirato la pietra, strisci sulle
mani e sulle ginocchia per prenderlo.
Macklin vibr la mazza contro la testa di Schorr. Quest'ultimo schiv,
inciampando nelle pietre e nei detriti ardenti. Forza! grid Macklin.
Vieni a prendermi!
La donna con gli occhi da pazza strisci sopra Roland e raccolse il mitra.
Roland era intontito, ma cap che lui e il Re sarebbero morti, se lei avesse
usato l'arma. Le afferr il polso; lei strill e si dibatt, cercando di morder-
lo in viso. Con la mano libera tent di cavargli gli occhi. Roland gir la te-
sta per non farsi accecare. La donna si liber il polso e senza smettere di
urlare punt il mitra.
Spar. I traccianti striarono la palestra.
Ma non aveva mirato al colonnello Macklin. I due uomini che lottavano
per impossessarsi del sacco con il cibo furono centrati dai proiettili e sob-
balzarono come se avessero le scarpe in fiamme. Caddero a terra. La don-
na strisci verso gli avanzi, il mitra stretto al seno.
Il rumore dell'Ingram aveva fatto girare la testa a Schorr. Macklin si tuf-
f, lo colp al fianco. Le costole di Schorr si ruppero con lo schiocco di ba-
stoncini calpestati. Il sergente mand un grido, cerc di arretrare, inciam-
p, cadde sulle ginocchia. Macklin sollev la mazza e gliela cal in piena
fronte: il cranio di Schorr s'incav come la sagoma di una conchiglia Nau-
tilus. Macklin, in piedi di fronte a lui, lo colp ancora e ancora. La testa di
Schorr cambi forma.
Roland si era rialzato. Poco lontano, la pazza si riempiva la bocca di ci-
bo bruciato. Le fiamme si facevano pi alte, il calore aumentava, il fumo
denso turbin al di l di Macklin; ormai il colonnello non aveva pi forza,
nel braccio sinistro: lasci cadere la mazza e diede a Schorr un ultimo cal-
cio nelle costole.
Si accorse allora del fumo. Lo guard scivolare nel condotto d'aria, che
era alto circa novanta centimetri e largo altrettanto... quanto bastava a stri-
sciarvi dentro. Gli occorse un minuto per schiarisi la mente intontita dalla
fatica. Il fumo era risucchiato nel condotto. Risucchiato. Dove finiva? Sul-
le pendici del Blue Dome? Nel mondo esterno?
Ormai se ne fregava del sacco con i rifiuti, se ne fregava di Schorr, della
pazza, dell'Ingram. C'era una via per uscire da l! Strapp la grata e strisci
nel condotto, che saliva a un angolo di quaranta gradi. Trov con i piedi la
testa dei bulloni nella superficie d'alluminio e riusc a spingersi in su. Non
c'era luce, avanti a lui; il fumo rischiava di soffocarlo; ma quella forse era
la loro unica possibilit di uscire. Roland lo segu, avanzando a poco a po-
co dietro il Re, in questa svolta nuova del gioco.
Alle loro spalle, dalla palestra in fiamme provenne la voce della pazza:
Dove ve ne andate? Fa caldo, qui... troppo caldo. Dio sa se sono venuta
fin qui per arrostire in un pozzo di miniera!
Qualcosa, in quella voce, tocc il cuore di Roland. Lui ricordava una vo-
ce simile a quella, molto tempo prima. Continu a muoversi; ma quando la
pazza url e il lezzo di carne bruciata penetr nel condotto, fu costretto a
fermarsi e a tapparsi le orecchie, perch le urla facevano roteare il mondo
troppo velocemente e lui ebbe paura di essere sbalzato via. Dopo un poco,
le grida cessarono; Roland ud solo lo strisciare costante del Re nel condot-
to. Fra colpi di tosse, con gli occhi che lacrimavano per il fumo, Roland si
spinse avanti.
Giunsero in un punto in cui il condotto era schiacciato e bloccato. A ten-
toni Macklin trov un altro condotto che si biforcava dal primo: era pi
stretto e gli serr le spalle, quando il colonnello vi s'introdusse. Il fumo,
sempre soffocante, bruciava i polmoni. Era come arrampicarsi in un cami-
no con il fuoco acceso nel focolare. Roland si domand se si sentiva cos,
Babbo Natale.
Pi avanti, le dita di Macklin toccarono fibra di vetro. Faceva parte del-
l'impianto di filtri e di diaframmi per purificare l'aria che i residenti di Ca-
sa Terra avrebbero respirato in caso d'attacco nucleare. Era certo un bel-
l'aiuto, pens Macklin, torvo. Strapp il filtro e continu a strisciare. Il
condotto curvava gradualmente verso sinistra. Macklin fu costretto a
strappare altri filtri e diaframmi simili a persiane, di gomma e di nailon.
Aveva difficolt a respirare, udiva gli ansiti di Roland, alle sue spalle. Il
ragazzo era davvero un duro, pens. Chiunque avesse la voglia di vivere di
quel ragazzo, era una persona su cui fare affidamento, anche se sembrava
un moscardino di quaranta chili.
Macklin si ferm. Aveva toccato metallo, davanti a lui: lame collegate a
un mozzo centrale. Uno dei ventilatori che aspiravano aria dall'esterno.
Dobbiamo essere vicini alla superficie! disse. Nel buio, il fumo gli pas-
sava ancora davanti. Dobbiamo essere vicini!
Piazz la mano contro il mozzo del ventilatore e spinse finch i muscoli
della spalla non scricchiolarono. Il ventilatore, ben imbullonato, non si
mosse. Maledizione, imprec Macklin. Maledizione! Spinse di nuovo, pi
forte che poteva, ma riusc solo a sfinirsi. Il ventilatore non li avrebbe la-
sciati uscire.
Macklin pos la guancia contro l'alluminio fresco e cerc di pensare,
cerc di ricordare i disegni costruttivi di Casa Terra. Com'era prevista, la
manutenzione dei ventilatori? Pensa! Ma nella mente non riusciva a vedere
bene i disegni: continuavano a tremolare, a cadere a pezzi.
Ascolti! esclam Roland.
Macklin tese l'orecchio. Non ud niente, a parte il battito del suo cuore e
il movimento doloroso dei polmoni.
Sento il vento! disse Roland. Sento il vento muoversi lass! Al-
lung la mano, sent il passaggio dell'aria. Il debole e stridulo sibilo del
vento proveniva direttamente dall'alto. Roland pass la mano sulla parete
accartocciata, prima a destra, poi a sinistra... e trov pioli di ferro. C' una
via per salire! Un altro condotto, proprio sopra la nostra testa! Afferr il
piolo pi basso e si trascin in alto, piolo dopo piolo, fino a trovarsi in po-
sizione eretta. Salgo su disse a Macklin. E cominci la salita.
L'ululato del vento era pi intenso, ma non si vedeva luce. Roland sal
per circa sei metri, quando con la mano tocc un volantino metallico pro-
prio sopra di lui. A tentoni trov una superficie di cemento piena di crepe.
Doveva trattarsi del coperchio di un portello, simile a quelli sulla torretta
dei sommergibili, che si apriva e chiudeva girando il volantino. Ma in quel
punto il forte risucchio dell'aria lasciava supporre che l'esplosione avesse
scardinato il portello, che non era pi sigillato ermeticamente.
Roland afferr il volantino, prov a girarlo. Non si muoveva. Attese un
minuto, raccogliendo forze e determinazione. Se mai avesse avuto bisogno
del potere di un Cavaliere del Re, questa era proprio la volta buona. Attac-
c di nuovo il volantino; stavolta gli parve che si muovesse di un centime-
tro, ma non ne fu sicuro.
Roland chiam da sotto il colonnello Macklin. Finalmente era riuscito
a raffigurarsi con chiarezza i disegni costruttivi. Il pozzo verticale era usa-
to dagli operai per cambiare i filtri d'aria e i diaframmi di quel particolare
settore. Dovrebbe esserci una botola di cemento, lass! Sbuca alla super-
ficie!
L'ho trovata! Cerco di aprirla! Si sorresse con un braccio attorno al
piolo pi vicino, afferr il volante e cerc di girarlo, con ogni grammo di
forza rimastogli in corpo. Tremava per la tensione, gli occhi chiusi, goc-
cioline di sudore sul viso. Forza, disse, rivolgendosi al Fato, a Dio, al Dia-
volo, a qualsiasi cosa fosse responsabile di queste circostanze. Forza!
Continu a impegnarsi, deciso a non cedere.
Il volantino gir. Due centimetri. Poi cinque. Dieci. Roland grid: Ce
l'ho fatta! e si mise a ruotare in fretta il volantino, con il braccio doloran-
te. Una catena sferragli contro i denti di una ruota; ora il vento ululava.
Roland cap che il coperchio cominciava a sollevarsi, ma non vide alcuna
luce.
Aveva fatto compiere al volante quattro giri completi, quando ci fu un
gemito acutissimo di vento; l'aria, piena di granelli pungenti, turbin nel
condotto e quasi lo strapp via. Roland si aggrapp con entrambe le mani a
un piolo, per resistere al vento. Era stanco e indebolito, ma se avesse mol-
lato la presa, la tempesta l'avrebbe scagliato in alto nel buio come un aqui-
lone e non l'avrebbe pi posato a terra. Grid aiuto, ma non riusc nemme-
no a udire la propria voce.
Un braccio senza mano gli si strinse alla cintola. Macklin lo reggeva. In-
sieme scesero lentamente i pioli e si ritirarono nel condotto laterale.
Ce l'abbiamo fatta! url Macklin, sopra l'ululato del vento.  l'u-
scita!
Ma non possiamo sopravvivere l fuori! C' un tornado!
Non durer molto! Si esaurir. Ce l'abbiamo fatta! Inizi a piangere,
ma ricord che disciplina e autocontrollo fanno l'uomo. Non aveva cogni-
zione del tempo, non aveva idea di quanto ne fosse passato dal primo mo-
mento in cui aveva visto i puntini sullo schermo radar. Certo era notte, ma
non sapeva di quale giorno.
Con il pensiero and alle persone ancora nelle viscere di Casa Terra,
morte o impazzite o perdute nel buio. Pens a tutti gli uomini che l'ave-
vano seguito nell'impresa, che avevano avuto fiducia in lui, che l'avevano
rispettato. Pieg le labbra in una smorfia. Che pazzia, si disse. Aveva per-
duto tutti quei soldati esperti, tutti quegli ufficiali leali, e al fianco gli era
rimasto solo questo ragazzino pelle e ossa dagli occhi miopi. Che scherzo
del destino! Di tutto l'esercito di Macklin rimaneva solo una scamorza di
studentello delle medie!
Ma ricord con quale fredda logica Roland avesse suggerito l'impiego
dei civili nel tentativo di sbloccare il corridoio, con quanta calma avesse
eseguito il compito gi nel pozzo dove lui aveva lasciato la mano. Il ragaz-
zo aveva fegato. Pi che fegato: qualcosa, in Roland Croninger, procurava
a Macklin un senso di disagio, come quando si sa che una piccola creatura
letale si nasconde sotto una pietra sulla quale sei obbligato a passare. L'a-
veva letta negli occhi di Roland, quando il ragazzo gli aveva raccontato
dell'imboscata tesagli da Schorr nella cafeteria; l'aveva udita nella voce di
Roland, quando il ragazzo aveva detto: Le mani le abbiamo. Macklin era
sicuro di una sola cosa: preferiva avere il ragazzo al fianco, anzich alle
spalle.
Usciremo quando la tempesta si sar calmata! grid. Vivremo! E al-
lora gli vennero le lacrime agli occhi, ma rise, cos il ragazzo non avrebbe
capito.
Una mano gelida gli tocc la spalla. Macklin smise di ridere.
La voce del Soldato Ombra era molto vicina al suo orecchio. Giusto,
Jimbo. Vivremo.
Roland rabbrivid. Il vento era freddo e lui si strinse contro il Re per
scaldarsi. Il Re esit... poi gli pos sulla spalla il braccio privo di mano.
Presto o tardi la tempesta sarebbe cessata, Roland lo sapeva. Il mondo
poteva aspettare. Ma sarebbe stato un mondo diverso. Un gioco diverso.
Tutto diverso da quello appena terminato. Nel nuovo gioco, le possibilit,
per un Cavaliere del Re, sarebbero state infinite: anche se le atomiche a-
vessero raso al suolo tutte le citt, ci sarebbero pur stati gruppi di superstiti
vaganti nelle terre desolate o rintanati nel sottosuolo. In attesa d'un nuovo
capo. In attesa di uno abbastanza forte da piegarli alla sua volont, da farli
muovere a comando nel nuovo gioco appena iniziato.
S. Sarebbe stato il pi grande gioco del Cavaliere del Re. Lo scenario
avrebbe compreso citt in rovina, citt fantasma, foreste carbonizzate, de-
serti dove un tempo c'erano praterie. Anche lui, come ogni altro, avrebbe
imparato le regole durante lo svolgimento del gioco. Ma lui era gi un pas-
so avanti agli altri, perch sapeva che il pi intelligente, il pi forte, avreb-
be avuto enorme potere. Un potere da usare come un'ascia sacra sospesa
sulla testa dei deboli.
E forse - solo forse - lui sarebbe stato la mano che reggeva quell'a-
scia. A fianco del Re, ovviamente.
Ascolt il ruggito del vento: gli parve che gridasse con voce possente il
suo nome, che portasse quel nome sulla terra devastata, come una promes-
sa di potere di l da venire.
Sorrise nel buio, con la faccia sporca del sangue dell'uomo a cui aveva
sparato. E attese il futuro.

CINQUE:
la ruota gira

Cerchio nero / Il suono di dolore / Un bizzarro fiore nuovo / Flaconi
Tupperware / Un grosso pugno che bussa / Cittadino del mondo / Pezzi di
carta colorata
27
Cortine di gelida pioggia color della nicotina turbinavano sopra le ma-
cerie di East Hanover, nel New Jersey, sospinte da un vento a novanta chi-
lometri orari. La tempesta appendeva sporchi ghiaccioli ai tetti barcollanti
e ai muri cadenti, spezzava alberi spogli, ricopriva con una patina di ghiac-
cio contaminato la superficie di ogni cosa.
La casa nella quale avevano trovato riparo Sister, Artie Wisco, Beth
Phelps, Julia Castillo e Doyle Halland, tremava sulle fondamenta. Per il
terzo giorno dall'inizio della tempesta, i cinque se ne stavano raggomitolati
davanti alle fiamme che divampavano e guizzavano, quando il vento sof-
fiava gi nel camino. Quasi tutto l'arredamento era scomparso, fatto a pez-
zi per alimentare il fuoco in cambio di calore vitale. Ogni tanto le pareti
schioccavano e scricchiolavano sotto l'ululato incessante del vento e Sister
trasaliva, al pensiero che da un momento all'altro la fragile casa poteva
schiantarsi come se fosse di cartone... ma la bastarda era solida e teneva
duro. Si udivano schianti simili a quelli d'alberi caduti; Sister cap che si
trattava di case vicine, abbattute dalla tempesta e disperse dal vento. Chie-
se a Doyle Halland di guidarli nella preghiera, ma il prete le scocc un'oc-
chiata sinistra e si rincantucci a fumare l'ultima sigaretta fissando torva-
mente il fuoco.
Avevano terminato il cibo e non avevano pi niente da bere. Da un po'
di tempo Beth Phelps, gli occhi lucidi di febbre, tossiva e sputava sangue.
Quando il fuoco si abbass, il corpo di Beth divenne ancora pi caldo... e,
forse senza rendersene conto, gli altri si strinsero pi vicino a lei per assor-
birne il calore.
Beth appoggi la testa sulla spalla di Sister. Sister? disse piano, esau-
sta, Me lo lasci... me lo lasci tenere un poco? Ti prego.
Sister cap che si riferiva al cerchio di vetro. Lo tolse dalla borsa e le
gemme brillarono nella fioca luce arancione del fuoco. Gli altri guarda-
vano, la faccia illuminata dai riflessi delle gemme simili a lampadine mul-
ticolori d'un paradiso remoto.
Beth lo strinse al petto. Fiss il cerchio e mormor: Ho sete. Tanta, tan-
ta sete. Rimase in silenzio, limitandosi a fissare il vetro, i cui colori pul-
savano lentamente.
Non c' pi niente da bere disse Sister. Mi spiace.
Beth non rispose. Per qualche secondo la tempesta squass la casa. 1 Si-
ster sent su di s uno sguardo penetrante: era quello di Doyle Halland, se-
duto a qualche passo di distanza, le gambe tese verso il fuoco che si riflet-
teva sulla scheggia conficcata nella coscia.
Dovr toglierla, prima o poi disse Sister. Non ha mai sentito parlare
di cancrena?
Resister rispose lui. Spost l'attenzione sul cerchio di vetro.
Oh mormor Beth, con aria sognante. Ebbe un brivido, poi disse:
L'avete visto? Era l. L'avete visto?
Visto cosa? domand Arde.
Il ruscello. Mi scorreva fra le dita. Avevo sete, ho bevuto. Nessun altro
l'ha visto?
Delira, pens Sister. O forse... forse anche lei cammina nel sogno.
Ho tuffato le mani nell'acqua continu Beth. Era cos fresca. Cos
fresca! C' un luogo meraviglioso, dentro il vetro...
Dio mio! esclam Artie all'improvviso. Sentite, non ho detto niente,
prima, perch pensavo d'essere ammattito. Ma... Guard tutti, uno dopo
l'altro, si ferm su Sister. Voglio dirvi cos'ho visto io, quando ho guardato
in quell'affare. Raccont del picnic con la moglie. Era davvero bizzarro!
Voglio dire, era cos reale, che dopo sentivo ancora il gusto del cibo. Ave-
vo lo stomaco pieno, non sentivo pi fame!
Sister annu, ascoltandolo con attenzione. Bene disse lasciate che vi
racconti dove sono andata io, guardando l dentro. Quando termin, gli
altri rimasero in silenzio. Julia Castillo, la testa piegata di lato, guardava
Sister; non capiva una parola, ma vedeva tutti gli altri fissare il cerchio e
intuiva di che cosa parlassero.
Anche la mia esperienza  stata assai reale continu Sister. Non so
che senso abbia. Probabilmente, nessuno. Forse  solo un parto della mia
fantasia, non so.
Il ruscello  reale disse Beth. Lo so. Lo sento sotto le dita, lo as-
saporo.
Quel cibo mi riemp lo stomaco disse Artie. Per un poco non ho pi
avuto fame. E la possibilit di parlare con lei... indic Julia per mezzo di
quell'oggetto? Voglio dire,  maledettamente strano, no?
 una cosa molto speciale. Lo so. Ti d quel che vuoi, quando ne hai
bisogno. Forse ... Beth si raddrizz, scrut Sister negli occhi. , Emanava
a ondate il calore della febbre. Forse  magia. Una magia mai esistita
prima. Forse... forse  stata l'esplosione, a crearla. Le radiazioni , o chis-
s...
Doyle Halland si mise a ridere. Sobbalzarono tutti, sorpresi dall'asprezza
della risata. Doyle sogghign. La cosa pi pazza che abbia mai udito in
vita mia, gente! Magia! Forse creata dall'esplosione! Scosse la testa. Ma
andiamo!  solo un pezzo di vetro tempestato di pietre preziose. S,  bel-
lo, d'accordo. Forse  sensibile al calore del corpo e reagisce come una
specie di diapason o qualcosa del genere. Ma io dico che vi ipnotizza. I co-
lori influenzano la mente. Forse scatenano la fantasia: e allora credete di
mangiare a un picnic, o di bere a un ruscello, o di camminare in un campo
bruciato.
Per io capivo lo spagnolo e lei l'inglese obiett Sister. Un accidente
d'ipnotismo, eh?
Mai sentito parlare di ipnotismo di massa? replic Doyle, tagliente.
Quest'oggetto ricade nella stessa categoria delle statue che sanguinano,
delle visioni mistiche e delle guarigioni per mezzo della fede. Tutti voglio-
no crederci, cos diventa vero. Sentite, io so! Ho visto una porta di legno
che centinaia di persone giuravano avesse un'immagine di Ges nella gra-
na. Ho visto una vetrina che un intero isolato vedeva come immagine della
Vergine Maria... e sapete che cos'era? Un errore. Un'imperfezione del ve-
tro, tutto qui. Non c' niente di magico, in un errore. La gente vede quel
che vuole vedere, ode quel che vuole udire.
Lei non vuole credere replic Artie, in tono di sfida. Perch? Ha pau-
ra?
No, sono solo realista. Invece di cianciare d'un pezzo di vetro, sarebbe
meglio cercare altra legna per alimentare il fuoco, prima che si spenga.
Sister diede un'occhiata al focolare. Le fiamme divoravano gli ultimi
pezzi di una sedia. Con gentilezza prese dalle mani di Beth il cerchio di ve-
tro, caldo per la febbre della donna. Forse i colori e le pulsazioni pro-
vocavano davvero immagini mentali, pens. All'improvviso ricord un og-
getto della fanciullezza lontana: una sfera di vetro piena d'inchiostro nero,
che sembrava la palla numero otto del biliardo. Bisognava esprimere un
desiderio, concentrarsi, poi capovolgerla. Alla base della palla emergeva
un piccolo poliedro bianco con scritte diverse su ciascuna faccia, tipo: Il
tuo desiderio sar esaudito,  una certezza, Pare dubbio e l'irritante Chie-
di ancora pi tardi. Erano risposte buone a tutti gli usi, per un bambino
che voglia a tutti i costi credere alla magia; tiravi fuori quel che volevi, da
quelle risposte. E forse il pezzo di vetro era proprio questo: una magica
palla numero otto che ti faceva vedere quel che volevi vedere. Eppure,
pens Sister, non aveva desiderato camminare in sogno nella prateria bru-
ciata. L'immagine era comparsa e l'aveva portata con s. Allora, che cos'e-
ra quel vetro? Una magica palla numero otto, oppure una porta nel mondo
dei sogni?
Sognare cibo e sognare acqua poteva bastare a lenire il desiderio, ma lo-
ro avevano bisogno di vero cibo e di vera acqua. Oltre a legna per il fuoco.
E l'unico posto dove trovarli era fuori, in una delle altre case. Sister rimise
nella borsa il cerchio di vetro. Devo uscire disse. Forse nella casa ac-
canto trover del cibo e qualcosa da bere. Artie, vieni con me? Puoi aiu-
tarmi a fare a pezzi qualche sedia per avere altra legna.
Artie annu. Certo. Non mi fa paura un po' di vento e di pioggia.
Sister guard Doyle Halland. Lo sguardo del prete scivol via dalla bor-
sa. E lei? Viene con noi?
Halland scroll le spalle. Perch no? Ma sar meglio andare in dire-
zioni diverse. Dar un'occhiata alla casa di destra, e voi a quella di sini-
stra.
Buona idea. Sister si alz. Cerchiamo qualche lenzuolo in cui av-
volgere la legna e il resto. Inoltre, sar pi sicuro strisciare, anzich cam-
minare. Rasente al terreno forse il vento  meno forte.
Artie e Halland trovarono delle lenzuola e le strinsero sotto braccio per
evitare che nel vento si aprissero come paracadute. Sister sistem Beth in
posizione pi comoda; a gesti spieg a Julia di stare vicino alla ragazza.
Stai attenta disse Beth. Fuori non sembra niente bello.
Torneremo promise Sister. And alla porta d'ingresso, l'unica cosa di
legno che non fosse ancora finita nel fuoco. Appena l'apr, la stanza si
riemp di freddi turbini di vento e di pioggia gelata. Sister si lasci cadere
carponi e strisci sulla veranda scivolosa, reggendo sempre la borsa di pel-
le. La luce era color terra di cimitero; le case battute dal vento erano sbi-
lenche come lapidi trascurate. Seguita da vicino da Artie, Sister strisci
lentamente sui gradini d'ingresso, fino al prato gelato. Si guard indietro,
socchiudendo gli occhi per proteggerli dalle pungenti sferzate del vento:
Doyle Halland avanzava piano piano verso la casa di destra, trascinando
con prudenza la gamba ferita.
Occorsero quasi dieci minuti nel freddo intenso per arrivare alla casa ac-
canto. Il tetto era quasi divelto, il ghiaccio ricopriva ogni cosa. Artie si mi-
se al lavoro: trov una fessura a cui agganciare il lenzuolo per farne una
sacca e raccogliervi i pezzi di legno sparsi dappertutto. Nelle macerie della
cucina, Sister scivol sul ghiaccio e si prese una bella botta al fondo schie-
na; ma nella dispensa trov alcune scatole di verdura, delle mele congelate,
cipolle e patate; e nel frigorifero, alcuni pasti preconfezionati, duri come la
pietra. Mise nella borsa tutto quel che ci stava; a quel punto, aveva gi le
mani irrigidite come artigli. Si trascin dietro l'involto con il bottino; intan-
to Artie aveva raccolto pezzi di legno e riempito il lenzuolo. Sei pronto?
gli grid, per superare l'ululato del vento. Artie annu.
Il ritorno fu pi rischioso, perch stringevano con forza i loro tesori. E
anche se strisciavano carponi, il vento li sferzava. Sister pens che, se non
s fosse scaldata al pi presto davanti a un fuoco, avrebbe perso pezzi di
viso e di mani.
Lentamente percorsero il tratto di terreno fra le due case. Non c'era se-
gno di Doyle Halland. Se era caduto e si era fatto male, sarebbe morto
congelato, si disse Sister. Decise di attendere ancora cinque minuti, poi sa-
rebbe andata a cercarlo. Strisciarono sugli scalini della veranda, coperti di
ghiaccio; varcarono la porta ed entrarono nel tepore benedetto.
Sister chiuse la porta e tir il catenaccio. Fuori, il vento infuriava e ulu-
lava come una creatura mostruosa a cui avessero strappato il giocattolo. Il
velo di ghiaccio sul viso di Sister cominci a liquefarsi e a colare. Piccoli
ghiaccioli penzolavano dai lobi di Artie.
Ce l'abbiamo fatta! Le mascelle di Artie erano irrigidite dal freddo.
Abbiamo trovato un po' di...
Si blocc di colpo. Guardava, inorridito, alle spalle di Sister.
Sister si gir di scatto.
Si sent gelare pi di quanto non l'avesse gelata la tempesta.
Beth Phelps giaceva supina davanti al fuoco morente, con gli occhi sbar-
rati, mentre una pozza di sangue si allargava intorno alla testa, colando da
un'orribile ferita alla tempia, come se le avessero conficcato una lama nel
cervello. Teneva una mano alzata a mezzo, irrigidita in aria.
Oh... Gesummio. Artie si premette la mano sulla bocca.
In un angolo giaceva Julia Castillo, raggomitolata e scomposta. Fra gli
occhi spenti aveva una ferita analoga a quella di Beth. Sulla parete alle sue
spalle, il sangue si era allargato come un ventaglio cinese.
Sister strinse i denti per bloccare un urlo.
Una figura si mosse, nell'angolo lasciato in ombra dal debole bagliore
del fuoco.
Entrate disse Doyle Halland. Scusate il disordine.
Era in piedi; gli occhi mandavano riflessi arancione come le pupille d'un
gatto. Avete trovato le vostre chicche, vero? Parlava con voce pigra, la
voce d'un uomo che avesse cenato a saziet ma non riuscisse a rifiutare il
dolce. Anch'io ho trovato le mie.
Oddio... oddio, cos' successo? Artie si sorresse al braccio di Sister.
Doyle Halland alz il dito, lentamente lo punt su Sister. Mi ricordo di
te disse piano. Sei la donna che entr nel cinema. La donna con la cate-
nina. Vedi, ho incontrato un tuo amico, in citt. Un poliziotto. Mentre va-
gabondavo, mi sono imbattuto in lui. Sister vide il lampo dei denti, quan-
do Doyle sorrise; le ginocchia quasi le cedettero. Abbiamo fatto una bella
chiacchierata.
Jack Tomachek. Jack Tomachek aveva avuto paura di attraversare l'Hol-
land Tunnel. Era tornato indietro. E chiss dove, fra le macerie, si era tro-
vato faccia a faccia con...
Mi ha detto che alcuni erano andati via continu Doyle Halland. Che
uno di loro era una donna. E sai cosa ricordava, di lei? Che aveva sul collo
una piaga a forma di... be', lo sai, di cosa. Mi disse che guidava a ovest un
gruppetto di persone. La mano con il dito teso si agit su e gi. Monella,
monella. Non sta bene allontanarsi di nascosto, quando giro la schiena.
Le hai uccise. La voce di Sister tremava.
Le ho liberate. Una era moribonda; l'altra, mezzo morta. Che speranze
avevano? Voglio dire, speranze reali.
Mi... mi hai seguita? Perch?
Sei andata via. Guidavi fuori citt altre persone. Neppure questo  bel-
lo. Dovresti lasciare i morti l dove sono caduti. Ma sono contento d'averti
seguita... perch hai una cosa che m'interessa moltissimo. Punt il dito a
terra. Ora puoi metterlo ai miei piedi.
Cosa?
Lo sai. Il cerchio di vetro. Su, non fare tanta scena.
Sister cap che non aveva sentito quel senso di freddo provato nella Qua-
rantaduesima e nel cinema perch tutto era gelido. Adesso lui era l, voleva
l'unica cosa bella rimasta. Come mi hai trovata? domand, cercando di-
speratamente una via d'uscita. Alle sue spalle, dietro la porta chiusa a cate-
naccio, il vento gemeva e ululava.
Se riuscivi a passare l'Holland Tunnel, eri obbligata ad attraversare
Jersey City. Ho seguito il percorso pi facile e ho visto il tuo fuoco. Mi
sono fermato ad ascoltare e a guardare. Poi ho trovato un pezzo di vetro
colorato e ho capito dove mi trovavo. Ho anche trovato un cadavere e gli
ho preso i vestiti. Mi adatto a qualsiasi taglia. Vedi? D'un tratto le spalle
gli si gonfiarono di muscoli, la spina dorsale si allung. La giacca presa al
prete si apr lungo le cuciture. L'uomo adesso era cinque centimetri pi al-
to di un attimo prima.
Artie mand un gemito, scosse la testa. Non... non capisco.
Non devi capire, zuccone.  una faccenda fra la signora e me.
Chi... chi sei? Sister resistette all'impulso di ritrarsi da lui: temeva che
un solo passo indietro l'avrebbe spinto a precipitarsi su di lei come un tur-
bine tenebroso.
Sono il vincitore. E sai una cosa? Non ho dovuto nemmeno sudare. Mi
 bastato starmene disteso, e tutto  venuto a me. Il sogghigno divenne
selvaggio.  tempo di festa, signora! E la mia festa durer molto, molto
tempo.
Sister indietreggi. La creatura Doyle Halland scivol avanti. Quel cer-
chio di vetro  proprio bello. Sai cos'?
Sister scosse la testa.
Neppure io... ma so che non mi piace.
Perch? Cosa rappresenta, per te?
Lui si ferm, socchiuse gli occhi.  pericoloso. Per te, voglio dire. Ti
d false speranze. Ho ascoltato tutte quelle stronzate sulla bellezza, sulla
speranza, sulla sabbia, qualche sera fa. Ho dovuto mordermi la lingua, per
non riderti in faccia. Su... dimmi che in realt non credi a quella merda e
fammi contento.
No disse Sister con fermezza. La voce le trem solo un poco. Ci cre-
do.
Lo temevo. Senza smettere di sogghignare, allung la mano verso la
scheggia conficcata nella gamba. La punta era macchiata di sangue. Co-
minci a estrarla. E Sister cap che cosa aveva causato le ferite. Lui estras-
se completamente il pugnale e si raddrizz. La gamba non sanguinava.
Portalo a me disse, con voce morbida come velluto nero.
Il corpo di Sister sobbalz. La forza di volont parve defluire da lei, co-
me se la sua anima fosse diventata un setaccio. Intontita ed esitante, Sister
desider di andare da lui, d'infilare la mano nella borsa e tirare fuori il cer-
chio di vetro, di posarlo sulla mano di lui e di offrire la gola al pugnale.
Sarebbe stata la cosa pi facile da fare: ogni resistenza sembrava incredi-
bilmente, insopportabilmente difficile.
Tremante, con gli occhi sbarrati e umidi, Sister frug nella borsa, fra le
scatolette e le confezioni di cibo. Tocc il cerchio.
Sotto le sue dita scatur una luce bianca e brillante. Il bagliore la riport
in s, le restitu la forza di volont. Sister irrigid le gambe, come per radi-
carle al pavimento.
Vieni da pap disse l'uomo... ma nella sua voce c'era una nota tesa,
aspra. Non era abituato a essere disubbidito, ma percepiva che la donna gli
resisteva. Era molto pi coriacea del ragazzo nel cinema, che aveva resisti-
to quanto una pagliuzza davanti a una sega circolare. Scrut in fondo agli
occhi della donna e vide immagini nebulose e guizzanti: una luce girevole
blu, un'autostrada sotto la pioggia, le sagome di donne lungo corridoi fio-
camente illuminati, la sensazione di cemento ruvido e di colpi brutali.
Questa donna, si disse, ha imparato a convivere con la sofferenza.
Ho detto... di portarmelo. Subito.
E vinse, dopo qualche altro istante di lotta. Vinse, come sapeva che sa-
rebbe successo.
Sister cerc d'impedire alle proprie gambe di muoversi, ma quelle conti-
nuarono come se sapessero che avrebbero potuto spezzarsi al ginocchio e
continuare da sole. La voce dell'uomo le lamb i sensi, la trascin costan-
temente. Ecco, brava. Vieni avanti, portalo qui.
Brava bambina disse ancora, quando Sister fu a meno d'un metro.
Dietro la donna, Artie si faceva piccolo piccolo, contro la porta.
La creatura Doyle Halland allung lentamente la mano a prendere il cer-
chio di cristallo. Esit, a qualche centimetro dall'oggetto. Le gemme pulsa-
rono rapidamente. Lui pieg di lato la testa. Una cosa come quella non po-
teva esistere. Si sarebbe sentito meglio dopo averla ridotta a frammenti,
sotto il tacco.
Glielo strapp dalle dita.
Grazie sussurr.
Il cerchio di vetro cambi.
In un attimo, l'arcobaleno di luci si affievol, divenne torbido e brutto, si
mut in un marrone color fango di palude, in grigio pus, in nero carbone. Il
cerchio di vetro non puls; rimase morto nella sua stretta.
Merda disse lui, sorpreso e perplesso; un occhio grigio si schiar in ce-
leste.
Sister batt le palpebre, sent brividi gelidi correrle lungo la spina dorsa-
le. Il sangue torn a solleticarle le gambe. Il cuore faticava come un moto-
re che si sforzi di partire dopo una notte all'addiaccio.
L'attenzione di lui era fissa sul cerchio nero. Sister cap che aveva solo
un secondo, forse due, per salvarsi la vita.
Piant saldamente le gambe per terra e vibr la borsa di pelle contro la
sua tempia destra. Lui sollev di scatto la testa, le labbra distorte in una
smorfia; inizi a scostarsi, ma la borsa piena di scatolame e di cibo conge-
lato lo colp con tutta la forza che Sister riusc a raccogliere. Sister si aspet-
tava che lui assorbisse il colpo con l'indifferenza di un muro di pietra, che
urlasse come una legione di demoni infernali; perci rimase sorpresa,
quando lo vide barcollare contro la parete, come se avesse ossa di cartape-
sta.
Con la mano libera afferr il cerchio di vetro. Lo strinsero tutt'e due in-
sieme. Un fremito simile a una scossa elettrica crepit lungo il braccio di
Sister, le mostr l'immagine mentale di una faccia costellata di centinaia di
nasi e di bocche, di occhi ammiccanti d'ogni forma e colore. Certo quella
era la sua vera faccia, una faccia di maschere e di cambiamenti, di trucchi
e di male camaleontico.
La met di cerchio stretta da Sister sfolgor di luce anche pi vivida di
prima. L'altra met, nella mano di lui, rimase nera e fredda.
Sister gli strapp il cerchio di vetro. Anche l'altra met fior di fuoco in-
candescente. La creatura Doyle Halland socchiuse gli occhi nel bagliore, si
port la mano al viso per non farsi colpire dalla luce. Il battito del cuore di
Sister faceva pulsare selvaggiamente il cerchio di vetro. Il mostro si ritras-
se da quella luce infuocata, come stordito dalla forza della luce e della
donna. Nei suoi occhi brill un lampo che poteva essere paura.
Ma dur un solo istante... perch all'improvviso gli occhi del mostro fu-
rono risucchiati dentro cappucci di carne e l'intera faccia cambi. Il naso si
appiatt, la bocca scivol via; un occhio nero si apr al centro della fronte;
un altro, verde, batt le palpebre in mezzo alla guancia. Fauci da squalo si
spalancarono sulla punta del mento e snudarono piccole zanne giallastre.
Festeggiamo, puttana! ulularono le fauci; la scheggia metallica ba-
len, mentre lui l'alzava per colpire.
Il pugnale cal con forza.
Ma la borsa di Sister era l a fare da scudo; il pugnale vi affond, ma non
riusc a passare una confezione di tacchino congelato. Con l'altra mano lui
cerc di afferrarle la gola; la reazione di Sister fu quella che le veniva dal-
l'esperienza di strada, colpi bassi e calci nei coglioni: con una sventola vi-
br il cerchio di vetro contro la faccia mutevole e conficc una delle punte
nell'occhio nero al centro della fronte.
Un urlo da gatto spellato vivo usc dalle fauci spalancate. La testa della
creatura Doyle Halland si agit violentemente con una mossa tanto brusca
da spezzare la punta di vetro, ancora piena di luce e conficcata nell'occhio
come la lancia d'Ulisse in quello del ciclope. Con il pugnale il mostro fla-
gell furiosamente l'aria, mentre l'altro occhio roteava nell'orbita e filtrava
attraverso la carne. Sister grid: Scappa! ad Arde Wisco; si gir e fugg
anche lei.
Artie armeggi con il chiavistello e quasi stacc la porta dai cardini,
fuggendo dalla casa. Il vento lo afferr, lo sbatt per terra. Senza mollare il
fagotto di pezzi di legno, Artie strisci carponi sui gradini, fino al marcia-
piede ghiacciato.
Sister lo segu, sugli scalini perdette anche lei l'equilibrio e cadde. Infil
in fondo alla borsa il cerchio di vetro e strisci sul ghiaccio, allontanandosi
dalla casa, come una slitta umana. Artie le and dietro.
E dalla casa, sbrindellato dall'urlo del vento, provenne un ruggito folle di
rabbia: Ti trover! Ti trover, brutta puttana! Non puoi andartene! Sister
si guard indietro, lo vide in mezzo alla tempesta; cercava di togliersi dal-
l'occhio la punta annerita; all'improvviso gli manc il terreno sotto i piedi e
cadde sulla veranda. Ti trover! promise, rimettendosi dritto. Non puoi
anda... Il fragore della tempesta port via la voce. Sister si accorse di sci-
volare pi rapidamente in discesa sul ghiaccio color del t.
Un'auto coperta di ghiaccio si stagli davanti a lei. Non c'era modo di
evitarla. Sister si appiatt e pass sotto l'auto; qualcosa le afferr e lacer la
pelliccia, mentre lei continuava gi per la discesa, priva di controllo. Pi
indietro, Artie ruotava su se stesso come un disco, ma la traiettoria lo port
a sfiorare l'auto senza pericolo.
Acquistarono velocit lungo il pendio della collina: due toboga umani
che correvano lungo una via costellata di morti e di case in rovina, spinti
dal vento, colpiti in viso dal nevischio.
Da qualche parte avrebbero trovato rifugio, pens Sister. Forse in un'al-
tra casa. E avevano cibo in quantit. Legna per accendere il fuoco. Ma non
fiammiferi, n accendini. Per i saccheggiatori e i superstiti in fuga non
avevano certo portato via ogni cosa che facesse scoccare una scintilla.
E lei aveva ancora il cerchio di vetro. La creatura Doyle Halland aveva
avuto ragione. Quell'oggetto rappresentava la speranza e lei non l'avrebbe
mai abbandonato. Mai.
Ma era anche qualcosa d'altro. Qualcosa di speciale. Qualcosa, come a-
veva detto Beth Phelps, di magico. Ma lei ancora non era in grado di son-
dare quale fosse lo scopo di questa magia.
Sarebbero vissuti. Slittavano sempre pi lontano dal mostro che in-
dossava l'abito d'un prete. Ti trover! Sister lo ud gridare di nuovo, dentro
di s. Ti trover!
Ed ebbe paura che un giorno o l'altro, in qualche modo, l'avrebbe trovata
davvero.
Slittarono fino ai piedi della collina, sfiorarono altre auto abbandonate,
continuarono per altri quaranta metri lungo la via principale, prima di fer-
marsi urtando contro il marciapiede.
La corsa era finita, ma il viaggio era appena iniziato.
28
Il tempo passava.
Josh lo calcolava dall'aumento del numero di lattine nella zona di scarico
rifiuti... l'angolo pi lontano, dove entrambi facevano i bisogni e buttavano
i vuoti. Mangiavano a giorni alterni una scatola di verdure e una di prodotti
a base di carne, come maiale o manzo conservato. Cos il movimento del-
l'intestino permetteva a Josh una stima ragionevole del tempo. Ormai si
trovavano nello scantinato da un periodo compreso fra i diciannove e i
ventitr giorni. Quindi la data attuale era fra il cinque e il tredici agosto.
Naturalmente Joah non poteva stabilire quanto tempo fosse rimasto l pri-
ma d'organizzarsi alla meno peggio, per riteneva d'essere pi vicino al di-
ciassette che al tredici: significava che era gi passato un mese.
Aveva trovato nel terriccio una scatola di batterie per la torcia, quindi da
quel lato erano a posto. La luce gli permise di vedere che avevano consu-
mato pi della met delle provviste. Era tempo d'iniziare a scavare. Mentre
prendeva badile e piccone, ud il geomio arrampicarsi allegramente fra le
lattine dell'immondezzaio. L'animale prosperava con i loro rifiuti - che
non erano poi molti - e ripuliva le lattine al punto da potercisi specchiare.
Ma Josh si guardava bene dal farlo.
Swan, addormentata, respirava tranquillamente nel buio. Dormiva molto
e Josh pensava che fosse un bene. Risparmiava le energie, s'ibernava come
un animale. Ma quando Josh la chiamava, era subito sveglia e attenta. Lui
dormiva a un metro da Swan; e si stupiva di quanto si fosse adattato al rit-
mo del respiro della bambina: di solito era profondo e lento, il suono del-
l'oblio; ma a volte era rapido e irregolare, l'ansito dei ricordi, dei brutti so-
gni, il senso di vuoto della realt. Era quest'ultimo suono a svegliare Josh
dal suo sonno inquieto; spesso udiva Swan chiamare la madre o borbottare
parole confuse, atterrite, come se qualcuno la inseguisse in un deserto d'in-
cubo.
Avevano avuto un mucchio di tempo per chiacchierare. Swan gli aveva
parlato di sua madre e degli "zii" , gli aveva raccontato quanto le piaceva
coltivare piccoli giardini. Josh le aveva chiesto notizie del padre; lei aveva
risposto che era un musicista rock, ma non aveva aggiunto altro.
Poi gli aveva domandato che cosa si prova a essere un gigante. Sarebbe
stato ricco, aveva risposto Josh, se avesse avuto un quarto di dollaro per
ogni volta che aveva battuto la testa contro la parte superiore del vano del-
le porte. E poi, era difficile trovare vestiti della taglia giusta - si era ac-
corto di ballare nei calzoni, ma non lo disse - e le scarpe doveva farle fa-
re su misura. Costava caro, essere un gigante. Per il resto, si era come tutti
gli altri.
Parlandole di Rose e dei ragazzi, si era sforzato di mantenere ferma la
voce, quasi parlasse d'estranei, persone conosciute solo come fotografie
nel portafogli d'un altro. Le raccont del periodo in cui giocava a football,
di quando per tre volte era stato proclamato il migliore in campo. Il wre-
stling non era malaccio, le aveva detto: un modo onesto per guadagnare
soldi, visto che un tipo grande e grosso come lui non aveva a disposizione
molti altri lavori legittimi. Il mondo era troppo piccolo, per i giganti; non
c'era materasso che non protestasse, quando vi si distendeva a dormire.
Mentre chiacchieravano, Josh teneva spenta la torcia. Non voleva vedere
la faccia della bambina, piena di vesciche, n i capelli bruciati; preferiva
ricordare quant'era bella... e voleva anche risparmiarle la vista del suo cef-
fo ripugnante.
Aveva sepolto le ceneri di PawPaw Briggs. Di questo non parlavano af-
fatto, ma nella mente di Josh l'ordine del vecchio, Proteggi la bambina,
continuava a rintoccare come una campana di ferro.
Josh accese la torcia. Swan, rannicchiata al suo solito posto, dormiva
profondamente. Sul viso le luccicava il siero secco delle vesciche scop-
piate. Lembi di pelle penzolavano dalla fronte e dalle guance, come strati
sottili di vernice squamata; sotto, la carne viva, scarlatta, formava vesciche
nuove. Josh le tocc gentilmente la spalla e lei apr subito gli occhi, iniet-
tati di sangue, con ciglia appiccicose e giallastre, pupille ridotte a puntini.
Josh scost la luce.  ora di svegliarsi. Cominciamo a scavare.
Swan annu e si alz a sedere.
Se lavoriamo tutt'e due, faremo prima disse Josh. Comincer io, con
il piccone, e tu spalerai la terra, d'accordo?
D'accordo rispose Swan. Si mise a quattro zampe e lo segu.
Josh stava per strisciare al buco del geomio, quando nel raggio di luce
not una cosa che prima gli era sfuggita. Spost di nuovo il raggio dove
Swan era solita dormire. Swan? E quello cos'?
Dove? Con lo sguardo segu la luce.
Josh mise da parte piccone e badile, allung la mano.
Nel punto in cui Swan dormiva di solito, c'erano centinaia di minuscoli
steli d'erba verde smeraldo. Formavano l'immagine perfetta di un piccolo
corpo rannicchiato.
Josh tocc l'erba. Non era erba vera e propria, erano germogli di qualche
pianta. Minuscoli germogli di... di granturco?
Mosse intorno il raggio luminoso. La timida vegetazione sotterranea cre-
sceva solo nel punto in cui Swan dormiva. Strapp alcuni steli, per esami-
nare le radici, e not che Swan trasaliva. Che ti succede?
Non mi piace quel suono.
Suono? Quale suono?
Il suono di dolore rispose lei.
Josh non cap di che cosa parlasse. Scosse la testa. Le radici, delicati fi-
lamenti di vita, erano lunghe circa cinque centimetri: ovviamente cre-
scevano gi da qualche giorno. Ma Josh non capiva come mai delle pianti-
ne avessero messo radici nel terriccio contaminato, senza una goccia d'ac-
qua. Doveva esserci una spiegazione; forse la tromba d'aria aveva traspor-
tato dei semi che chiss come avevano messo radici ed erano germogliati.
Semplice.
Fin troppo, si disse. Mettere radici senza acqua e germogliare senza un
barlume di luce del sole! Semplice come la metamorfosi di PawPaw in un
bengala.
Lasci cadere gli steli. Subito Swan prese una manciata di terriccio, con
grande attenzione la impast fre le dita per qualche secondo e ricopr i
germogli.
Josh si mise a sedere, ginocchia contro il petto. Crescono solo dove
dormi tu.  assai curioso, non credi?
Swan scroll le spalle. Sentiva che lui la fissava attentamente.
Hai detto di avere udito un suono continu Josh. Che genere di suo-
no?
Di nuovo, un'alzata di spalle. Swan non sapeva come parlarne. Nessuno
le aveva mai chiesto una cosa del genere.
Io non ho udito niente disse Josh. E allung di nuovo la mano verso i
germogli.
Swan gli afferr la mano, prima che li toccasse. Te l'ho detto... un suo-
no di dolore. Non so spiegarti.
Quando li ho strappati?
S.
Oddio, si disse Josh, sono pronto per la camicia di forza! Guardando il
disegno verde sul terriccio, aveva pensato che le piantine erano cresciute
perch era il corpo della bambina a farle crescere. Una sorta di reazione
chimica con il terriccio. Era un'idea folle, ma i germogli erano l. Cosa
sembra? Una voce?
No, non una voce.
Perch non mi racconti?
Davvero?
S, davvero.
La mamma diceva che era immaginazione.
E aveva ragione?
Swan esit, poi rispose in tono fermo: No. Sfior i germogli, quasi
con tenerezza. Una volta mamma mi port al club ad ascoltare la banda.
Zio Warren suonava la batteria. Sentii un rumore simile e domandai cosa
l'aveva prodotto. Mi rispose che era una chitarra elettrica, di quelle che ti
metti sulla pancia e suoni. Ma ci sono anche altre cose, nel suono di dolo-
re. Lo guard negli occhi. Come il vento. O il fischio di un treno lonta-
nissimo. O il tuono, molto prima di vedere il lampo. Un mucchio di cose.
Da quanto tempo lo senti?
Da quand'ero piccola.
Josh non riusc a trattenere un sorriso. Swan lo fraintese. Ridi di me?
No, no. Anzi... piacerebbe anche a me udire un suono del genere. Sai
che cos'?
S rispose Swan.  la morte.
Il sorriso di Josh svan. Swan raccolse un po' di terra, piano piano la la-
vor fra le dita, tastandone la consistenza secca, friabile. D'estate  peg-
gio. Quando la gente tira fuori la falciatrice per il prato.
Ma...  solo erba disse Josh.
In autunno il suono di dolore  diverso continu Swan, come se non
l'avesse udito. Sembra un grosso sospiro. E allora le foglie cadono. Poi,
d'inverno, il suono cessa. E tutto dorme. Scosse dal palmo briciole di ter-
ra, le mischi al resto. Quando ricomincia a fare caldo, il sole fa pensare
alle cose che  ora di svegliarsi.
Pensare di svegliarsi?
Ogni cosa pensa e sente, a modo suo rispose lei. Torn a guardarlo.
Gli occhi in quel viso di bambina erano vecchissimi, pens Josh. Insetti,
uccelli, anche l'erba... continu Swan. Tutti hanno il loro modo di parla-
re e di sapere. Dipende solo se li capisci o no.
Josh grugn. Insetti, aveva detto Swan. Ricord lo sciame di cavallette
che aveva invaso la Pontiac, il giorno dell'esplosione. Non gli era mai ac-
caduto di riflettere su quello che la bambina diceva, ma cap che c'era un
fondo di verit. Gli uccelli sapevano che era tempo di migrare, al cambiar
di stagione; le formiche costruivano formicai, con un frenetico lavoro di
squadra; i fiori sbocciavano e appassivano, ma il loro polline continuava a
vivere: tutto avveniva secondo un grande, misterioso programma che lui
aveva sempre dato per scontato. Semplice come la crescita dell'erba, com-
plicato come la luce delle lucciole.
Come fai a sapere queste cose? le domand. Chi te le ha insegnate?
Nessuno. Le ho capite da sola. Swan ricord il suo primo giardino,
coltivato in una scatola di terra, nel campo da gioco dell'asilo nido. Erano
passati anni, prima di scoprire che tenere in mano la terra non procurava a
tutti quel formicolio e che nessuno sapeva, dal ronzio, se un'ape volesse
pungere o solo curiosare. Lei l'aveva sempre saputo, tutto qui.
Josh la guard impastare il terriccio fra le mani. Swan sentiva il for-
micolio, le mani calde e umide. Josh guard di nuovo i germogli verdi.
Sono solo un wrestler disse, a voce molto bassa. Nient'altro. Voglio di-
re... maledizione, sono solo una nullit! Proteggi la bambina, pens. Pro-
teggila da che cosa? Da chi? E perch? In che diavolo di pasticcio mi so-
no cacciato? mormor.
Eh? disse lei.
Niente rispose Josh. Gli occhi di Swan erano di nuovo quelli d'una
bambina, mentre mescolava la terra tiepida a quella intorno ai germogli.
Meglio iniziare a scavare, ora. Sei pronta?
S. Swan prese il badile che lui aveva posato da parte. La sensazione
di tepore e di formicolio svan lentamente.
Ma lui non era pronto, non ancora. Swan, ascoltami un minuto. Voglio
essere sincero con te, perch penso che tu possa sopportarlo. Cercheremo
di uscire di qui, ma non  detto che ci riusciamo. Bisogner scavare una
galleria assai larga, perch ci passi anch'io. Occorrer un po' di tempo e
non sar certo lavoro facile. Se la galleria crolla, bisogner cominciare da
capo. Insomma, non sono sicuro del risultato. Non ne sono affatto sicuro.
Hai capito?
Swan annu, in silenzio.
Ancora una cosa aggiunse Josh. Se... quando... usciremo, forse tro-
veremo cose che non ci piaceranno. Forse tutto  cambiato. Sar come
svegliarsi dall'incubo pi terribile che si possa immaginare... e scoprire che
l'incubo continua nella luce del giorno. Capito?
Swan annu di nuovo. Aveva gi pensato le stesse cose che Josh diceva,
perch nessuno era venuto a tirarli fuori. Sua madre si era sbagliata. As-
sunse la sua migliore espressione da adulta e attese che fosse lui a fare la
mossa seguente.
Va bene disse Josh. Cominciamo a scavare.
29
Josh Hutchins socchiuse gli occhi, fiss davanti a s, batt le palpebre.
Luce disse; le pareti della galleria gli serravano spalle e schiena. Vedo
la luce!
Circa nove metri pi in basso, nello scantinato, Swan grid: Quant'
lontana? La bambina era lurida dalla testa a piedi; e le sembrava d'avere
nelle narici tanto di quel terriccio da poterci far crescere un giardino. Que-
st'idea le aveva strappato un paio di risatine; era rimasta sorpresa, perch
era convinta che non avrebbe trovato mai pi la voglia di ridere.
Tre metri, forse tre e mezzo rispose Josh. Continu a scavare con le
mani e a spingere dietro di s il terriccio, usando poi i piedi per spingerlo
ancora pi lontano. Dopo tre giorni di piccone e di badile, avevano capito
che gli attrezzi migliori erano le mani. Ora, mentre spingeva avanti le spal-
le per raspare altro terriccio, Josh guard il fioco barlume rossastro all'in-
gresso della tana del geomio: era la luce pi bella che avesse mai visto.
Swan s'infil nella galleria a raccogliere in una grossa latta la terra smossa
per riportarla nello scantinato e svuotarla nella fossa scavata in precedenza.
Mani, braccia, viso, narici, ginocchia... dov'era sporca di terriccio, si senti-
va formicolare fino alle ossa, come se avesse un fuoco nella spina dorsale.
Dall'altra parte dello scantinato, i germogli verdi erano alti dieci centime-
tri.
Josh aveva il viso impiastrato di terra, la sentiva perfino sotto i denti. Il
terreno era duro, aveva consistenza gommosa. Fu costretto a fermarsi per
riposare.
Josh? Stai bene? domand Swan.
S. Riprendo fiato, solo un minuto. Spalle e braccia gli dolevano senza
piet. Non si era mai sentito cos stanco, da quella volta che aveva parteci-
pato a un super incontro a dieci, a Chattanooga. La luce sembrava pi lon-
tana di quanto avesse calcolato, come se la galleria - che tutt'e due ave-
vano imparato ad amare e a odiare - si allungasse, giocasse un crudele
scherzo di prospettiva. Gli pareva d'essersi infilato in uno di quei tubi cine-
si che ti serrano le dita, uno per dito, a parte il fatto che si sentiva compres-
so in tutto il corpo, come imprigionato in una camicia di forza.
Si rimise al lavoro, spinse sotto di s una doppia manata di terriccio,
muovendosi come se nuotasse. Mia mamma ha allevato un geomio, pens;
e sorrise nonostante la stanchezza. In bocca aveva un saporaccio, come se
si fosse cibato di torte di fango.
Altri quindici centimetri di scavo. Altri trenta. La luce era pi vicina o
pi lontana? Si spinse avanti, pensando a quando sua madre lo sgridava
perch non si puliva bene dietro le orecchie. Altri trenta centimetri; poi al-
tri trenta. Dietro di lui, Swan continuava a infilarsi nella galleria e a portare
via lattine di terra smossa, con la regolarit di un giocattolo a molla. La lu-
ce si faceva pi vicina, ne era sicuro. Ma non era pi cos bella. Era mala-
ta, non sembrava per niente la luce del sole. Infetta, pens. E forse letale,
anche. Ma continu, una doppia manata dopo l'altra, ad avanzare verso il
mondo esterno.
All'improvviso si sent cadere sulla nuca un po' di terra. Rimase im-
mobile, aspettandosi un crollo, ma la galleria resse. Per l'amor di Dio, non
fermarti proprio ora, si disse; e allung la mano per grattare via altro ter-
riccio.
Ci sono quasi! grid; ma la terra soffoc la voce. Josh non sapeva se
Swan avesse udito. Ancora qualche decina di centimetri!
Ma poco prima d'arrivare all'apertura, che non era molto pi grande del
suo pugno, Josh fu costretto a fermarsi di nuovo per riposare. Rimase a fis-
sare con desiderio la luce, a meno d'un metro dal foro. Ormai sentiva l'odo-
re aspro di terra riarsa, di steli di granturco bruciati, di prodotti alcalini. Si
scosse e si spinse avanti. Vicino alla superficie la terra era pi dura, piena
di pietre vetrificate e di grumi metallici. Il fuoco l'aveva fusa, rendendola
simile all'asfalto. Ma Josh continu a spingersi in alto, con le spalle che gli
pulsavano di dolore sordo, lo sguardo fisso sul piccolo cerchio di luce dal
colore sgradevole. E poi fu abbastanza vicino da sporgere la mano; ma,
prima di provarci, grid: Ci sono, Swan! Sono in cima! Artigli il terric-
cio, raggiunse il foro. La parte interna sembrava asfalto coperto di ciottoli.
Non riusc a introdurre nel foro le dita. Strinse il pugno, la carne chiazzata
di grigio e di bianco. Spinse. Pi forte. Ancora pi forte. Forza, forza, si
disse; spingi, maledizione!
Segu uno scricchiolio secco. Sulle prime Josh pens d'essersi rotto l'os-
so del braccio, ma non sent dolore; allora continu a spingere come se vo-
lesse prendere a pugni il cielo.
La terra scricchiol di nuovo. Il foro inizi a frantumarsi, a farsi pi am-
pio. Il pugno l'attravers. Josh immagin la scena, come se la vedesse con
gli occhi di uno spettatore all'esterno: la fioritura di un pugno dalla pelle
zebrata, un bizzarro fiore nuovo che spuntava dalla terra morta, dita che si
schiudevano come petali alla fioca luce rossastra.
Spinse fuori il braccio, fin quasi al gomito. Un vento freddo gli azzann
la punta delle dita. E lui si sent inebriare dalla folata d'aria, si sent scuote-
re da una lunga sonnolenza. Siamo fuori! grid, sul punto di singhiozza-
re di gioia. Swan! Siamo fuori!
La bambina era dietro di lui, accovacciata nella galleria. Vedi qual-
cosa?
Ora sporgo la testa. Ecco.
Diede una spinta, la spalla segu il braccio, allarg ancora il foro. Poi il
braccio intero fu fuori e la cima della testa era pronta a sbucare. Mentre
spingeva, Josh pens d'assistere alla nascita dei suoi figli, la testa che si
sforzava di uscire nel mondo. Era stordito e spaventato come un nascituro.
Dietro di lui, Swan lo spingeva, gli dava sostegno, mentre lui si sforzava di
liberarsi.
La terra si apr con rumore simile allo spezzarsi di creta indurita. Con
uno sforzo violento Josh spinse la testa nell'apertura, nell'aria turbolenta e
pungente.
Sei gi fuori? domand Swan. Cosa vedi?
Josh socchiuse gli occhi, alz la mano a proteggersi dai granelli di sab-
bia.
Vide un paesaggio desolato, marrone grigiastro, nel quale risaltavano so-
lo i resti contorti della sua Bonneville e della Camaro di Darleen. Il cielo
era coperto di nubi basse, gonfie e grigie. Da orizzonte a orizzonte, le nubi
si susseguivano con movimento lento e pesante, venate qua e l da aspri
sprazzi scarlatti. Circa cinque metri alle spalle di Josh, sulla sinistra, s'al-
zava un'ampia montagnola a cupola, fatta di terriccio, steli di granturco
schiacciati, pezzi di legno e di metallo, rottami delle pompe di benzina e
delle auto: la tomba in cui erano rimasti sepolti. Ma nello stesso tempo
Josh cap che, se le tonnellate di terriccio non li avessero coperti, loro sa-
rebbero morti bruciati. A parte la montagnola, qualche stelo di granturco e
rottami sparsi, lo strato superficiale del terreno era stato raschiato via com-
pletamente.
Il vento gli soffiava in faccia. Josh strisci fuori e si sedette sui talloni a
guardare la distruzione che lo circondava; anche Swan usc dalla galleria.
Mentre il freddo le tagliava le ossa, mosse incredula gli occhi iniettati di
sangue a guardare quello che era diventato un deserto.  tutto... morto...
mormor; ma il vento le rub la voce.
Josh non la ud. Non riusciva a orientarsi. Sapeva che la citt pi vicina
- o quel che ne restava - era Salina. Ma dov'era l'est, dov'era l'ovest? E
dov'era il sole? Sabbia e polvere oscuravano ogni cosa, riducevano a una
ventina di metri la visibilit. Dov'era l'autostrada? Non  rimasto niente
disse, pi che altro a se stesso. Non  rimasta una sola, maledetta cosa!
Swan vide l vicino un oggetto familiare. Cammin a fatica controvento
fino alla piccola figura. La pelliccia azzurra era bruciata quasi completa-
mente, ma gli occhi di plastica, con la piccola pupilla nera che girava, era-
no intatti. Swan raccolse la bambola. Dalla schiena penzolava ancora la
corda con l'anello. Swan la tir e ud la Cookie Monster chiedere dolcini,
con voce lenta e distorta.
Josh si alz. Bene, pens, ora siamo fuori. E adesso cosa facciamo? Do-
ve andiamo? Disgustato, scosse la testa. Forse non c'era nessun posto dove
andare. Forse tutto, da ogni parte, era identico a l. Che senso aveva lascia-
re lo scantinato? Diede un'occhiata torva alla galleria: per un attimo pens
di strisciare di nuovo dentro e di passare il resto dei suoi giorni a ripulire
scatolette e smerdare una latrina di fortuna.
Stai attento, si disse. A un tratto, quel buco che lo riportava nello scanti-
nato - che lo riportava nella tomba - era diventato allettante. Troppo,
troppo allettante. Josh si allontan di qualche passo e cerc di pensare in
modo coerente.
Guard la bambina, sporca di terriccio, vestita di stracci svolazzanti.
Swan fissava lontano, a occhi socchiusi per difenderli dal vento, e reggeva
in braccio quella stupida bambola. Josh la guard a lungo.
Potrei farlo, si disse. Certo. Potrei costringermi a farlo, perch sarebbe la
cosa giusta. Potrebbe essere la cosa giusta. O no? Se tutto il mondo  ridot-
to in questo stato, che senso ha, la vita? Apr le mani, le chiuse. Potrei far-
lo alla svelta, pens. Non sentirebbe niente. E poi cercherei in quel muc-
chio di rottami un bel pezzo di metallo affilato e finirei il lavoro su di me.
Sarebbe la cosa giusta, no?
Proteggi la bambina, ricord... e fu sopraffatto dalla vergogna, profonda
e terribile. Che bella protezione, pens. Ma, Cristo, non  rimasto niente! 
andato tutto al diavolo!
Swan gir la testa, cerc il suo sguardo. Disse qualcosa che lui non cap.
Si avvicin, tremando, piegata per resistere al vento, e grid: Che cosa
facciamo?
Non so! grid lui in risposta.
Non  cos dappertutto, vero? Ci sar altra gente, da qualche parte! Ci
saranno citt, persone!
Forse. E forse no. Maledizione, fa freddo. Tremava. Al momento del-
l'esplosione era vestito per una calda giornata di luglio; ora addosso gli re-
stava a malapena una camicia
Non possiamo stare qui e basta! disse Swan. Dobbiamo andare da
qualche parte!
Giusto. Bene, scegli tu la direzione, signorina. A me sembrano tutte
uguali.
Swan lo fiss ancora per qualche istante e Josh prov di nuovo vergo-
gna. Poi lei si gir in tutte le direzioni, come se volesse stabilire quale sce-
gliere. A un tratto ebbe gli occhi pieni di lacrime, cos cocenti da farla qua-
si gridare; ma si morsic il labbro. Per un attimo aveva desiderato che
mamma fosse accanto a lei, per aiutarla, per dirle che cosa fare. Aveva bi-
sogno che mamma la guidasse, ora pi che mai. Non era giusto che mam-
ma fosse morta! Non era bello, non era corretto!
Ma quelli erano pensieri da bambina, si disse. Mamma era andata a casa,
in un posto pieno di pace, lontano da l... e lei doveva decidere da sola. A
cominciare da subito.
Alz la mano, indic la direzione verso cui soffiava il vento. Da questa
parte disse.
C' una ragione particolare?
S. Gli rivolse un'occhiata che lo indusse a sentirsi la creatura pi stu-
pida della terra. Avremo il vento alle spalle. Il cammino sar meno fati-
coso.
Oh disse Josh, umilmente. In lontananza, nella direzione da lei in-
dicata, non c'era niente, solo turbini di polvere, desolazione assoluta. Non
vedeva motivo per muovere le gambe.
Swan intu che lui era pronto a mettersi a sedere per non alzarsi pi; non
sarebbe mai riuscita a tirare in piedi quel gigante. Abbiamo lavorato duro
per uscire di l, vero? grid per superare il vento. Josh annu. Abbiamo
dimostrato che potevamo farcela, se lo volevamo davvero, giusto? Tu e io.
Una squadra. Abbiamo lavorato duro, non dobbiamo smettere proprio o-
ra.
Lui annu, depresso.
Dobbiamo tentare! grid Swan.
Josh guard di nuovo la tana. Almeno laggi non faceva freddo. E c'era
cibo. Perch non restare...
Con la coda dell'occhio scorse un movimento.
La bambina, bambola in braccio, si era incamminata nella direzione pre-
scelta; il vento la spingeva.
Ehi! grid Josh. Swan non si ferm, n rallent. Ehi! Swan con-
tinu a camminare.
Josh mosse il primo passo per seguirla. Fu colpito alle ginocchia dal
vento. Placcaggio, pens; quindici metri di penalit! E poi si sent urtare al
fondoschiena, spingere avanti. Barcoll, mosse il secondo passo, poi il ter-
zo e il quarto. E si ritrov a seguire la bambina. Ma il vento era cos forte
che gli parve quasi di volare, non di camminare. Josh raggiunse Swan, le
cammin accanto, a qualche metro; prov di nuovo una fitta di vergogna
per la propria debolezza, perch lei non lo degn di un'occhiata. Teneva il
mento sollevato, quasi a sfidare la desolazione che li confrontava. Sembra-
va, pens Josh, la piccola regina a cui avevano rubato il regno, una figura
tragica e decisa.
Non  rimasto niente, si disse Swan, straziata da una tristezza profonda,
terribile. Se il vento non l'avesse spinta con tanta forza, forse sarebbe cadu-
ta sulle ginocchia.  morto tutto,  morto tutto.
Due lacrime le colarono sul viso incrostato di polvere e di vesciche. Non
pu essere morto tutto, si disse. Ci saranno ancora paesi e persone, da
qualche parte! Forse due chilometri pi avanti. Forse tre. Al di l del pol-
verone e dell'orizzonte.
Continu a camminare, un passo dopo l'altro; e Josh Hutchins le cammi-
n a fianco.
Dietro di loro, il geomio sporse la testa dalla tana e guard in tutte le di-
rezioni. Squitt e scomparve di nuovo nella sicurezza della terra.
...
.
...
30.
.
Due figure camminavano faticosamente lungo la Statale 80, nella Pen-
nsylvania orientale; davano la schiena ai monti Pocono coperti di neve.
Sull'asfalto, dalla neve fresca, color grigio sporco, sporgevano rocce scabre
simili a verruche sulla pelle d'un lebbroso. Altra neve grigia cadeva dal
cielo imbronciato, verdastro, privo di sole; frusciava piano fra migliaia di
noci americani, di olmi e di querce, anneriti e spogli. I sempreverdi, diven-
tati color marrone, perdevano gli aghi. Da orizzonte a orizzonte, fin dove
arrivava lo sguardo di Sister e di Artie, non c'era vegetazione verde, nem-
meno un rampicante, una foglia.
Il vento li frustava, gettava loro in viso la neve cinerea. Tutt'e due erano
avvolti in vari strati d'indumenti recuperati nei ventuno giorni in cui erano
fuggiti dal mostro che si era presentato come Doyle Halland. Alla periferia
di Paterson, nel New Jersey, avevano trovato un grande magazzino Sears,
saccheggiato di tutto, tranne alcune merci in fondo al negozio, sotto un
grosso cartello con una scritta adorna di ghiaccioli dipinti: VENDITA IN-
VERNALE A LUGLIO! DA SEARS SI RISPARMIA!
Nessuno aveva toccato i banchi e i tavoli che offrivano pesanti soprabiti
di tessuto a spina di pesce, sciarpe a quadroni, berretti di lana, guanti fode-
rati di pelliccia di coniglio. C'era perfino biancheria intima in lana e una
partita di scarponi, che Artie giudic di ottima qualit. Ora, dopo pi di
centocinquanta chilometri, gli scarponi si erano ammorbiditi, ma i piedi
sanguinavano, avvolti in stracci e carta di giornale che sostituivano i calzi-
ni andati a pezzi.
Sister e Artie portavano in spalla uno zaino ciascuno, colmo di altri og-
getti trovati fra le macerie: lattine di cibo, un apriscatole, un paio di affilati
coltelli multiuso, fiammiferi da cucina, una torcia, batterie di ricambio e,
scoperta fortunata, una confezione da sei di birra Olympia. Sister portava a
tracolla anche una sacca da viaggio verde scuro, trovata nel locale negozio
di eccedenze militari, che aveva sostituito la borsa di Cucci, pi piccola, e
che conteneva una termocoperta, alcune bottiglie di Perrier e alcune confe-
zioni di affettati freddi trovati in una drogheria quasi completamente svuo-
tata. In fondo alla sacca c'era il cerchio di vetro, che Sister aveva messo in
modo da poterlo toccare attraverso la stoffa ogni volta che ne aveva voglia.
Sister portava una sciarpa rossa e un berretto di lana verde elettrico, per
proteggere dal vento testa e viso; cappotto di lana sopra due maglioni, cal-
zoni di velluto marrone a coste, guanti di pelle. Si muoveva con lentezza
nella neve, a causa del peso, ma almeno non aveva freddo. Anche Artie in-
dossava cappotto pesante, sciarpa azzurra, due berretti di lana uno sull'al-
tro. Cos abbigliati, esponevano al nevischio soltanto la zona intorno agli
occhi: pelle rossastra, bruciata dal vento. La neve grigia e brutta turbinava
intorno a loro, copriva con uno strato alto almeno dieci centimetri l'asfalto
della statale e formava cumuli pi alti fra i boschi spogli e nei profondi
burroni ai lati della strada.
Sister, che precedeva Artie di qualche metro, sollev la mano e indic
un punto sulla destra. Si accost a quattro mucchietti scuri che giacevano
nella neve, i cadaveri congelati di un uomo, una donna e due bambini. In-
dossavano abiti estivi: camicia a manica corta, calzoni leggeri. L'uomo e la
donna erano morti tenendosi stretti per mano. Ma l'anulare sinistro della
donna era tagliato di netto. L'anello nuziale, pens Sister. Qualcuno le a-
veva mozzato il dito, per prenderlo. L'uomo, scalzo, aveva i piedi anneriti.
Gli occhi infossati luccicavano di ghiaccio grigio. Sister distolse lo sguardo.
Da quando erano entrati in Pennsylvania, passando davanti a un grosso
cartello verde che diceva: BENVENUTI IN PENNSYLVANIA, STATO
CARDINE DELL'UNIONE, circa cinquanta chilometri e sette giorni pri-
ma, avevano incontrato quasi trecento cadaveri congelati, sulla Statale 80.
Per un po' si erano riparati fra le macerie di una cittadina chiamata Strou-
dsburgh, rasa al suolo da un tornado. Case ed edifici erano sparpagliati sot-
to la neve sporca, come giocattoli rotti da un gigante pazzo; e anche l c'era
una grande quantit di cadaveri. Nella via principale, Sister e Artie aveva-
no trovato un camioncino - serbatoio asciutto - e avevano dormito in
cabina. Poi erano tornati sulla statale, marciando verso ovest, nei loro
scarponi morbidi e insanguinati; erano passati davanti ad altri cadaveri, au-
tomobili distrutte, camion rovesciati, forse i resti d'un ingorgo di gente in fuga.
Il viaggio era duro. Riuscivano a fare, al massimo, otto chilometri al
giorno, prima d'essere costretti a cercare un rifugio... le macerie di una ca-
sa, un fienile, una carcassa d'auto... qualsiasi cosa che li riparasse dal ven-
to. In ventuno giorni di cammino, avevano visto solo altre tre persone vive:
due erano pazze da legare; la terza, scorgendoli, era fuggita nei boschi. Per
qualche tempo, Sister e Artie erano stati male, avevano tossito e vomitato
sangue, avevano sofferto di terribili emicranie. Sister aveva creduto di mo-
rire; avevano dormito rannicchiati l'uno addosso all'altra, e il loro respiro
sembrava il muggito di mantici; ma la parte peggiore della nausea e dello
stordimento febbrile era passata. Anche se a volte tossivano ancora in mo-
do incontrollabile e vomitavano un po' di sangue, avevano riacquistato le
forze e non soffrivano pi di emicrania.
Si lasciarono alle spalle i quattro cadaveri. Poco dopo arrivarono ai resti
di una roulotte Airstream saltata in aria. Una Cadillac bruciacchiata era
andata a sbattere contro la roulotte e una Subaru aveva tamponato la
Caddy. Nelle vicinanze, altri due veicoli si erano scontrati e avevano preso
fuoco. Pi avanti, altre persone giacevano dov'erano morte di congelamen-
to, i corpi rannicchiati l'uno sull'altro nel vano tentativo di scaldarsi. Sister
pass avanti senza fermarsi; ormai la faccia della morte le era familiare,
ma non le piaceva guardarla troppo da vicino.
Una cinquantina di metri pi avanti, Sister si ferm di colpo. Proprio da-
vanti a lei, sotto la neve che cadeva, un animale rosicchiava uno dei due
cadaveri distesi lungo il guardrail di destra. La creatura alz lo sguardo e
s'irrigid. Era un grosso cane, forse un lupo, sceso dalle montagne a cercare
cibo. Grande quanto un pastore tedesco, muso allungato e pelame grigio
rossastro, aveva spolpato una gamba fino all'osso; ora se ne stava acquatta-
to sulla preda e fissava Sister minacciosamente.
Se quel bastardo vuole carne fresca, siamo morti, pens Sister. Fiss an-
che lei l'animale: per trenta secondi rimasero a sfidarsi con lo sguardo. Poi
il lupo emise un breve latrato roco e riprese a rosicchiare. Sister e Artie gli
girarono alla larga e continuarono a guardarsi alle spalle finch, oltrepassa-
ta una curva, l'animale non fu pi visibile.
Sister rabbrivid, per quanto ben coperta. Gli occhi della belva le aveva-
no ricordato quelli di Doyle Halland.
La sua paura di Doyle Halland peggiorava al calare delle tenebre... e, a
quanto pareva, non c'era regolarit nell'arrivo del buio, n crepuscolo, n
sensazione del sole calante. A volte le tenebre scendevano dopo due o tre
ore di penombra, oppure sembravano resistere per ventiquattro ore: ma
quando scendevano, erano assolute. Nel buio, bastava un qualsiasi rumore
perch Sister si alzasse di scatto a sedere e tendesse l'orecchio, con il cuore
che batteva all'impazzata e goccioline di sudore freddo sul viso. Lei aveva
una cosa che Doyle Halland voleva, una cosa che lui non capiva - e Si-
ster nemmeno, se per questo - ma che aveva giurato di portarle via. E che
cosa avrebbe fatto del cerchio di vetro, se l'avesse avuto? L'avrebbe fracas-
sato in mille pezzi? Probabilmente s. Sister continuava a guardarsi alle
spalle, mentre camminava, con la paura di scorgere in lontananza una figu-
ra tenebrosa con la faccia deforme e i denti snudati in un ghigno da pesce-
cane.
Ti trover aveva promesso Doyle Halland. Ti trover, brutta puttana.
Il giorno prima, si erano rifugiati in un fienile crollato e avevano acceso
un focherello. Sister aveva tolto dalla sacca il cerchio di vetro. Aveva pen-
sato alla palla per predire il futuro e si era chiesta a bassa voce: Cosa c'
davanti a noi?
Naturalmente il vetro non conteneva alcun piccolo poliedro con risposte
buone per tutti gli usi. Ma i colori delle gemme e il ritmo costante delle
pulsazioni luminose l'avevano consolata; si era sentita galleggiare alla de-
riva, incantata dal bagliore del cerchio; e poi le era parso d'essere attirata
sempre pi profondamente nel vetro, come nel cuore stesso del fuoco...
E di nuovo aveva percorso il sentiero del sogno, nel territorio desolato
dove c'era la montagnola di terriccio, dove la bambola Cookie Monster
giaceva in attesa di una bambina perduta. Ma stavolta era diverso: stavolta
aveva camminato nel sogno verso la montagnola, con la sensazione di non
toccare terra, quando all'improvviso si era fermata e aveva teso l'orecchio.
Aveva udito un suono, sopra il rumore del vento: un suono soffocato che
forse era voce umana. Ma non si era ripetuto.
Poi, quasi ai suoi piedi, aveva visto un piccolo foro nel terreno calcinato.
Mentre lo guardava, le era parso che il foro si allargasse, che la terra intor-
no si crepasse e si dilatasse. L'attimo dopo... s, s, la terra si crepava dav-
vero, il foro diventava pi grande, come se scavassero da sotto. Sister ave-
va guardato, timorosa e affascinata, il foro allargarsi. Non sono pi sola,
aveva pensato.
Dal foro era emersa una mano umana.
Chiazzata di bianco e di grigio... una mano grande, la mano d'un gigante.
Le dita massicce avevano artigliato l'aria come quelle d'un morto che si
fosse disseppellito da solo.
Sister era rimasta tanto sconvolta, a quella vista, da allontanarsi di scatto
dal foro. Aveva paura di vedere che genere di mostro sarebbe emerso.
Mentre correva nella piana deserta, pregava freneticamente: Riportami in-
dietro, per favore, voglio tornare dov'ero...
E si era trovata davanti al piccolo fuoco, nel fienile distrutto. Artie la fis-
sava, perplesso; la carne viva intorno agli occhi sembrava la maschera del
Ranger Solitario.
Sister gli aveva raccontato che cosa aveva visto; Artie le aveva chiesto
che cosa significasse, secondo lei. Ovviamente, Sister non lo sapeva: era
solo un'immagine scaturita dalla sua testa, forse una reazione a tutti quei
cadaveri visti sull'autostrada. Sister aveva rimesso nella sacca il cerchio di
vetro, ma l'immagine di quella mano che sbucava dalla terra le era rimasta
impressa a fuoco nel cervello. Non riusciva a cancellarla.
Ora, mentre procedeva nella neve, tocc il contorno del cerchio di vetro.
Sapere che era l bastava a rassicurarla: in quel momento era tutta la magia
di cui aveva bisogno.
Impietr.
Un altro lupo, o cane selvatico, o che diavolo fosse, era fermo in mezzo
alla strada, davanti a lei, a meno di cinque metri. Era inagrissimo, pieno di
piaghe rossastre. La fiss negli occhi; lentamente ritrasse le labbra, snud
le zanne in un ringhio.
Oh merda, fu il primo pensiero di Sister. Questo lupo sembrava pi af-
famato e pi disperato dell'altro; pi in l, nella neve, altri due o tre lupi si
muovevano a lunghi balzi, a destra e a sinistra.
Sister si guard alle spalle, al di l di Artie. Altre due sagome erano se-
minascoste nella neve, abbastanza vicine da distinguerne i contorni.
Il secondo pensiero di Sister fu: le nostre chiappe sono hambur...
In un lampo confuso, una sagoma balz da sinistra e colp Artie al fian-
co. Artie url di dolore e cadde a terra, mentre l'animale - forse la belva
dal pelo grigiorossastro che avevano visto banchettare con il cadavere -
gli afferrava fra i denti lo zaino e scuoteva violentemente la testa avanti e
indietro, cercando di staccarlo dalle cinghie. Sister cerc d'afferrare la ma-
no tesa di Artie, ma il lupo lo trascin nella neve per tre metri, prima di la-
sciarlo e saettare via quasi fuori vista. Continu a girare in cerchio e a leccarsi le labbra.
Sister ud un ringhio gutturale e si gir proprio mentre il lupo scheletrico
con le piaghe rossastre balzava su di lei. La belva la colp alla spalla, la
mand a gambe levate; serr le fauci a pochi centimetri dal suo viso, con il
rumore secco d'una trappola per orsi. Sister sent il lezzo di carne putrefat-
ta. Il lupo l'afferr per la manica destra del cappotto e cominci a tirare.
Un altro animale fint l'attacco da sinistra, un terzo avanz arditamente e
le azzann il piede destro, cercando di trascinarla via. Sister si dibatt e ur-
l; il lupo pi magro si spavent e fugg via, ma l'altro la trascin sul fian-
co nella neve. Sister strinse a due mani la sacca e vibr un calcio, con lo
scarpone sinistro; colp il lupo alla testa tre volte, prima che mandasse un
latrato di dolore e lasciasse la presa.
Dietro di lei, Artie era assalito da due animali insieme, da lati opposti.
Uno gli afferr il polso, quasi raggiunse la carne sotto il pesante cappotto e
il maglione; il secondo gli azzann la spalle sinistra e la dilani in un im-
peto di forza frenetica. Via, via! grid Artie, mentre le due belve lo tira-
vano in direzioni opposte.
Sister cerc di alzarsi. Scivol nella neve, cadde pesantemente. Il panico
la colp come un pugno allo stomaco. I lupi cercavano di separarli, come
se assalissero un branco di daini o di buoi. Una belva s'avvent contro Si-
ster che tentava di rialzarsi, l'afferr per la caviglia e la trascin ancora
qualche metro lontano da Artie. Ora quest'ultimo era solo pi una sagoma
che si dibatteva circondata da altre sagome nella turbinante luce grigia.
Vattene via, bastardo! grid Sister. Il lupo diede uno strattone cos
forte da staccarle quasi la gamba. Con un urlo di rabbia, Sister gli vibr un
colpo di sacca sul muso e la belva se la diede a gambe. Ma l'attimo dopo,
un'altra le salt addosso e cerc di azzannarla alla gola; Sister alz il brac-
cio; le fauci lo strinsero con forza brutale. Il lupo le lacer il cappotto. Con
il pugno sinistro Sister lo colp alle costole; l'animate emise un ringhio, ma
continu a strappare la stoffa e raggiunse il primo maglione. Quel figlio di
puttana non si sarebbe fermato finch non avesse assaggiato la carne. Si-
ster lo colp di nuovo, cerc di liberarsi con uno strattone; ma ora un altro
lupo l'aveva afferrata di nuovo per la caviglia e la tirava in un'altra direzio-
ne. Le pass per la mente la folle immagine di un bastoncino di liquirizia
stirato fino a spezzarsi.
Ud un crack! acuto; credette che stavolta la gamba si fosse spezzai
davvero. Ma la belva che le azzannava la spalla mand un grido di dolore,
balz in aria, corse a tutta velocit nella neve. Ci fu un secondo crack!, se-
guito da vicino da un terzo. Il lupo che la tirava per la caviglia trem e ulu-
l: dal fianco gli usciva sangue. L'animale lasci la presa e si mise a corre-
re in tondo, cercando d'afferrarsi la coda. Risuon un quarto sparo - Si-
ster cap che la bestia era stata trapassata da un proiettile - cui segu un
ululato di dolore, dal punto in cui giaceva Artie Wisco. Poi le belve si die-
dero alla fuga, scivolando e urtandosi nella fretta. In cinque secondi spari-
rono alla vista.
L'animale ferito cadde sul fianco a qualche passo da Sister e agit frene-
ticamente le zampe. Sister si alz a sedere, stordita e confusa; anche Artie
tent di alzarsi, ma le gambe gli mancarono e cadde di nuovo.
Una figura con maschera da sci verde scuro, logoro giubbotto di pelle e
blue jeans, scivol davanti a Sister. Calzava racchette da neve legate a
scarponi assai consumati; portava a tracolla una cordicella che passava nel
collo di tre bottiglie di plastica, vuote, ed era annodata ai capi per impedire
che scivolassero via; sulla schiena aveva uno zaino da escursionista, verde
scuro, un po' pi piccolo di quelli di Sister e di Artie.
La figura si ferm accanto a Sister. Tutto a posto? La voce parve pa-
glietta di ferro che strofini una padella di ghisa.
S, mi pare di s. Sister aveva un mucchio di lividi, ma niente di rotto.
L'uomo piant nella neve il calcio della carabina, poi si tolse di tracolla
la cordicella con le bottiglie di plastica. Pos anche quelle vicino all'ani-
male che ancora scalciava. Si tolse di spalla lo zaino, con le dita guantate
apr una cerniera ed estrasse un assortimento di flaconi Tupperware di va-
rio formato, chiusi con coperchi di plastica. Li dispose davanti a s nella
neve, in fila ordinata.
Artie si avvicin arrancando e reggendosi il polso. L'uomo con la ma-
schera da sci sollev un attimo lo sguardo e continu il lavoro: si tolse i
guanti e sciolse il nodo per far scorrere fuori le bottiglie. Il figlio di put-
tana ha lasciato il segno? disse ad Artie.
S. Mi ha lacerato la mano. Ma per il resto sto bene. E lei da dove spunta?
Da l. Con la testa indic i boschi. Poi tolse il coperchio alle bottiglie
di plastica; quasi subito le dita gli diventarono rosse di freddo. Il lupo scal-
ciava ancora con violenza. L'uomo si alz, prese il fucile e con il calcio
cominci a colpire il cranio della belva. Gli occorse un minuto, ma poi la
bestia mand un gemito soffocato, rabbrivid e giacque immobile. Non
credevo che qualcuno arrivasse da quella parte disse l'uomo. Pensavo
che ormai fossero morti tutti. S'inginocchi di nuovo accanto al lupo, dal
sacchetto appeso alla cintura tolse un lungo coltello con la lama ricurva,
pratic un'incisione nel ventre grigio dell'animale. Sgorg il sangue. L'uo-
mo prese una bottiglia di plastica e la tenne sotto il rivolo; il sangue goc-
ciol bellamente all'interno e riemp in fretta la bottiglia. L'uomo la tapp,
la mise da parte, ne prese un'altra, mentre Sister e Artie lo guardavano, af-
fascinati e nauseati. Pensavo che tutti fossero morti da un pezzo conti-
nu l'uomo, seguendo attentamente il lavoro. Voi due da dove venite?
Ah... Detroit riusc a dire Artie.
Veniamo da Manhattan disse Sister. Andiamo a Detroit.
Finita la benzina? Scoppiata una gomma?
No. Andiamo a piedi.
Lui borbott qualcosa, le diede un'occhiata, torn a occuparsi del lavoro.
Il rivolo di sangue diventava pi lento. Un mucchio di strada, a piedi
disse l'uomo. Davvero un mucchio, soprattutto per niente.
Come sarebbe?
Sarebbe che Detroit non c' pi. Rasa al suolo. Come Pittsburg; o In-
dianapolis, Chicago, Filadelfia. Sarei sorpreso, se fosse rimasta anche una
sola citt. A quest'ora le radiazioni avranno pensato anche a quelle picco-
le. Il rivolo di sangue era quasi cessato. L'uomo tapp la seconda botti-
glia, piena per met; poi pratic una lunga incisione nel ventre dell'animale
morto. Infil fino al polso le mani nella ferita fumante.
Lei non pu saperlo! protest Artie. Non pu saperlo!
Lo so, invece replic l'uomo. Non diede spiegazioni. Signora disse
poi le dispiace aprirmi i flaconi?
Sister esegu l'operazione. L'uomo cominci a estrarre manate d'interiora
insanguinate e fumanti; le tagli a pezzi, si mise a riempire i flaconi. L'al-
tro bastardo l'ho colpito? chiese ad Artie.
Eh?
L'altro a cui ho sparato. Si ricorder che le sbranava la mano.
Oh. Giusto. S. Artie guard le viscere infilate nei flaconi dai colori
vivaci. No. Voglio dire... credo che l'abbia colpito, ma mi ha lasciato ed 
fuggito.
Sono dei bastardi resistenti disse lui. Cominci a staccare la testa del-
l'animale. Apra quel flacone grosso, signora.
Infil la mano nella testa spiccata dal corpo; il cervello del lupo fin con
un tonfo nel flacone grosso.
Pu chiuderli.
Sister li chiuse, quasi soffocata dall'odore acre del sangue. Lui si pul le
mani sul pelo dell'animale, torn a infilare nella cordicella le due bottiglie,
rifece il nodo; si rimise i guanti, ripose nel sacchetto il coltello e nello zai-
no i flaconi pieni. Poi si alz. Voi due avete armi da fuoco?
No rispose Sister.
Cibo?
Abbiamo... abbiamo un po' di verdure in scatola e di succhi di frutta. E
anche qualche confezione di affettati.
Affettati ripet lui, sprezzante. Cara signora, non andr lontano, con
questo tempo, se mangia solo affettati. Ha detto che avete verdure? Spe-
riamo che non siano broccoli. Odio i broccoli.
No... abbiamo granturco, fagioli verdi, patate lesse.
Mi sembrano gli ingredienti d'un minestrone. La mia baracca  a tre
chilometri a nord di qui, a volo d'uccello. Se volete venirci, siete i ben-
venuti. Se no, vi auguro buon viaggio a Detroit.
Qual  il paese pi vicino? domand
St. Johns, penso. Hazleton  il primo paese di una certa grandezza: si
trova a circa quindici chilometri a sud di St. Johns. Pu darsi che ci sia an-
cora qualcuno; ma dopo l'invasione di profughi, sarei sorpreso se trovaste
qualcosa, in qualsiasi paese lungo la S-80. St. Johns si trova a circa otto
chilometri a ovest. Guard Artie, che perdeva sangue nella neve. Amico,
quel sangue attirer ogni sciacallo dei dintorni a portata di naso... e, mi
creda, questi bastardi fiutano il sangue da molto lontano.
Dovremmo andare con lui disse Artie a Sister. Potrei morire dis-
sanguato.
Non credo replic l'uomo. Sembra solo un graffio. Geler in fretta.
Ma l'odore del sangue le rester nei vestiti. Come ho detto, verranno gi
dalle montagne, con coltello e forchetta fra i denti. Ma fate come volete; io
mi metto in cammino. S'infil in spalla lo zaino, si mise a tracolla la cor-
da e prese la carabina. Auguri disse. Cominci a scivolare verso i bo-
schi, sull'autostrada coperta di neve.
Sister impieg ancora due secondi per prendere una decisione. Un
momento! Lui si ferm. D'accordo. Verremo con lei, signor...
Ma lui era gi di nuovo in movimento, diretto al limitare della fitta foresta.
Non ebbero altra scelta che corrergli dietro. Artie si guard alle spalle,
con il terrore che altre belve gli arrivassero addosso di nascosto. Aveva
male alle costole, dove il lupo l'aveva colpito; le gambe gli sembravano
due pezzi di gommapiuma. Lui e Sister entrarono nei boschi, dietro la figu-
ra in maschera da sci che avanzava sulle racchette; e si lasciarono alle spalle l'autostrada della morte.
...
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...
FINE Parte 2.